Guida galattica per universitari #2 – Esami

WP_20151219_1118Persi la mia terza lezione di Storia dell’Architettura a causa di alcuni esami del sangue che mi sono costati due ore di sonno e una di fila. Il titolo si riferisce a quel tipo di esami, non quelli universitari. Ci sarà tempo e modo di parlare/disperarmi anche di loro.

Vi ho fregato e ora continuate a leggere.

Il taedium vitae è uno degli argomenti filosofici e psicologici più discussi di tutti i tempi. La noia esistenziale leopardiana, lo spleen di Baudelaire, il tedio nauseabondo di Sartre e per ultimo in ordine di tempo le tendenze suicide dell’aula n3 durante le lezioni di Storia dell’Architettura.
Sapevo che la vacuità dell’esistenza è una sensazione che ogni essere intelligente prova in alcuni momenti della sua vita. Ma che si schiantasse con così tanta potenza nella vita di uno studente d’architettura non lo potevo prevedere. Dopo le prime titubanti parole del Prof. Arch. T. O. avrei potuto intuirlo. Ma prevedere lo scempio che sarebbe stato proprio no.
In realtà quella mattina non persi tutta la lezione ma solo le prime due ore e mezza. Nonostante la noia sperimentata nei primi tentativi di seguire il corso decisi di provare ancora una volta.

Apro la porta, che emette un rumore agghiacciante. Peccato non aver notato la sanguinante scritta dantesca sullo stipite.
Entro.

Una piccola figura spunta con un quarto del busto dalla cattedra in fondo all’aula semicircolare. L’aria è Bianca. Vuota. Leggermente viziata. Le finestre sono sigillate per sfruttare al massimo il debole raggio di luce del proiettore. Una voce monotona si erge nel silenzio assoluto.
Parla. Di cose.
Tutti dormono con le teste chine sul proprio banco. Dalla bocca di un ragazzo in piena fase Rem spunta un rivolo di saliva che finisce sui suoi appunti pastrocchiando un graffito a dir poco arzigogolato: “A.C.A.B.”
La prima scritta che salta all’occhio fra bozzetti di templi greci e qualche frase troncata da una celtica.
Rimango incerto sulla soglia della porta.

Il mio sguardo viene attirato da un violento tic che porta il collo di una ragazza a scattare violentemente verso destra, facendogli assumere posizioni alla Regan MacNeil. La sua mano impossessata scrive sul foglio sempre la stessa frase decine di volte. Da qui riesco a leggere solo “Tanti disegni e poco divertimento rend…” e un misterioso “REDRUM”  sul margine della pagina.

L’orrore.

Un colpo sul microfono mi riporta alla realtà.
“Scusate la piccola parentesi, torniamo a parlare dell’architrave nord-ovest del tempio di Zeus”.
Decido di non sedermi neanche. Colmo di malinconia e terrore esco. Quel che troppo è troppo.

“La noia è in qualche modo il più sublime dei sentimenti umani.”
Fra i tanti libri Leopardi, evidentemente, non lesse nulla d’architettura.

Alessandro Perrone

 

Lascia un commento