Guida galattica per universitari #3 – Stereotipi

3042705-poster-p-1-joy-divisions-iconic-unknown-pleasures-cover-was-made-by-a-computerNon dubitate degli stereotipi. Siatene certi.
Una delle poche certezze per chi vive su questo grande sasso che ci ritroviamo sotto i piedi è l’omologazione. Dal modo di vestire al modo di comportarsi, dalla scelta del paio d’occhiali al paio di scarpe fino alla scelta dello spessore del foglio o della tonalità di grigio per le campiture dei muri sezionati.
Gli stereotipi esistono. Fortunatamente.
Non sono passato da architettura a sociologia. Semplicemente l’architetto o l’aspirante architetto è una delle figure più interessanti da osservare; aggiungete poi l’eccitazione di poterli studiare nel loro ambiente naturale e il rischio (più che rischio certezza) di diventare come gli individui parodiati qui sotto e il gioco è fatto.

“Guarda puoi sforzarti quanto ti pare, diventerai comunque uguale a tutti gli altri”. Esordisce una ragazza conosciuta al corso di progettazione. 25 anni (lo presumo non ho chiesto), laureata in filosofia ora al secondo anno di architettura. Evidentemente non si è stancata di frequentare facoltà senza sbocchi lavorativi.
“Hai presente il paradigma delle strutture? È il motivo per cui non troverai mai coppie di architetti. Non so perché ma fanno tutti la stessa fine. Ti spiego.
L’architetto non sa come far tenere in piedi ciò che la sua mente “annuvolata” immagina. Il centro congressi c’è, ma il modo per non sotterrare vive centinaia di persone interessate alla conferenza sulla letteratura indiana in corso al momento del crollo, no. Di conseguenza tutti gli aspiranti architetti donna hanno un debole per gli ingegneri strutturali. Vogliono che qualcuno non solo non faccia crollare nulla ma che tenga in piedi anche il rapporto. Quindi tu, futuro architetto, devi accontentarti di qualche veterinaria raccattata proprio a quelle conferenze sulla letteratura indiana possibili grazie agli ingegneri strutturali.
È un circolo vizioso che esiste e che coinvolge tutti. Fidati.”
Si lo so il ragionamento ha lasciato perplesso anche me. Ma se non posso fidarmi di una filosofa-architetto di chi dovrei?

Congetture filosofiche a parte, qualcosa di concreto e ancora più verificato ve lo posso dare.
Fate un salto in facoltà. Ce ne sono a centinaia di comportamenti che si ripetono e che portano, inevitabilmente, menti distorte come la mia a catalogare tutto come un comportamento stereotipato.
Fate un salto in aula studio.
Il centro di distribuzione delle varie specie architettoniche. La zona nevralgica che riassume tutte queste tipologie di mini Le Corbusier che in realtà non andranno oltre il restauro della tipica palazzina anni 60 in centro.
Piccoli vegetali capaci di resistere per ore davanti un pc, aiutati, ammettiamolo, da tutte le derivazioni della New Wave anni 80 e da mattoni d’elettronica d’avanguardia alla Stockhausen. Ore d’abomini musicali, ispirazioni d’abomini architettonici.
C’è il tizio con cuffie da quattro soldi al collo, sciarpa in tono con gli occhiali e maglietta dei Joy Division. Un altro, in pausa, magrissimo: faccia scavata, un paio di occhiali a montatura nera e “Petrolio” di Pasolini sul grembo. E poi la ragazza con rasta, kefiah e gonna lunga che fissa il vuoto. Ma di lei abbiamo parlato sopra.
Io così non ci divento.
No, non ci casco.
Ho sempre preferito Asimov, il punk e le felpe larghe.

Alessandro Perrone

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