24 fotogrammi – Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza

pigeonUn piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza. I film svedesi li riconosci dal titolo.
Dal titolo e dalla fama di opera pseudo intellettuale che da sempre (o meglio da Bergman) li distingue e li perseguita, ma che quasi mai gliappartiene. Come stavolta.
L’opera di Roy Andersson, che chiude la “trilogia della vita” iniziata nel 2000 con “Canzoni del secondo piano” e proseguita nel 2007 con “You, the Living”, oltre a regalarci un titolo “monumentale”, ci sbatte in faccia la disperata ironia della situazione umana, senza pretese filosofiche profonde, in modo apparentemente no sense e sarcastico.
Ma l’apparenza inganna. Andersson richiede solo che qualche neurone (non tutti) si muova, anche a caso. Il resto viene da se. Non mi sorprende che in Italia, il pubblico e i distributori, non la critica, l’abbiano snobbato nonostante il Leone d’oro vinto proprio a Venezia.

Il film racconta proprio di un piccione che ci osserva da un ramo. La camera è fissa. La narrazione oggettiva. Il piccione siamo noi spettatori, ma il piccione osserva con distacco e freddezza ciò che succede davanti a lui e ciò che succede davanti a lui sono avvenimenti al limite del surreale con protagonista l’uomo. Noi, appunto. Di nuovo, non mi sorprende che in Italia sia stato completamente snobbato.
Il piccione (noi) d’altronde non fa che analizzare le problematiche della società moderna: incomunicabilità, mancanza di empatia, edonismo spudorato, contraddizioni; Andersson ci (si) racconta in modo fine e crudele, malinconico e grigio come i toni e i volti dei personaggi del film, ma allo stesso tempo beffardo e pungente quanto le avventure della coppia di venditori d’oggetti per fare scherzi. Due dei tanti protagonisti del film.
Ogni scena, infatti, si presenta e si evolve come una vignetta mentre i personaggi si alternano e si incontrano in situazione al limite del surreale. Capita che in un pub entri Carlo XII diretto in Russia, che ci prova col barista e che la scena successiva racconti i passatempi d’aristocratici colonialisti a base di schiavi arrostiti e musica riprodotta da trombe azionate grazie ai fumi della carne emessi dal girarrosto umano.maxresdefault
E poi c’è la scimmietta elettrificata in un laboratorio scientifico con il piccione sempre lì che osserva. Il piccione che siamo noi che osserva la scimmietta scossa dall’elettricità che in realtà siamo noi scossi dagli impulsi trasmessi dal film. Se volete la ripeto più lentamente.
Ecco quella frase confusa sfrutta lo stessa stratagemma del film: poco inizialmente sembrerà chiaro, al termine di alcune scene ci si chiede se realmente tutto ciò non siano altro che immagini a caso, parole campate in aria.
Ma alla fine il cerchio si chiude. Non alla fine del film ma alla soluzione delle mille domande che partono dopo i crediti finali. Da questo punto di vista Roy Andersson centra il risultato. Il film fa riflettere e un film si sa, finisce solo quando si smette di pensarci. La realtà è orrenda, ma ci si può ridere sopra e soprattutto qualcosa di puro infondo ancora c’è. Nonostante tutto e nonostante tutti.

C’è una frase che viene ripetuta durante il film. “Mi fa piacere sentire che tutto va bene”. In diverse scene e contesti, i più disparati personaggi (compreso un tizio con una pistola in mano) ripetono al telefono questo mantra che racchiude in sé l’essenza del film, il vuoto comunicativo, le idiosincrasie moderne che Andersson e i suoi personaggi cercano di denunciare in modo sottile e imperscrutabile, quasi sussurrandocelo, per non spaventarci troppo (girarrosto umano escluso). Dietro un velo d’ironia e leggerezza il regista svedese nasconde una realtà decadente, surreale e insensata. Una realtà spaventosa in cui alla fine tutto sembra andare bene, anche che un piccione seduto su un ramo ci osservi e rifletta sulla nostra esistenza.

Alessandro Perrone

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