Compleanni

Alla miriade di eventi e stati d’animo che si sono manifestati all’uomo nel corso della propria evoluzione e civilizzazione, tra cui spiccano la necessità di esprimersi, la morte, l’innamoramento e la paura dell’ignoto, questi ha sempre e prontamente risposto con la formalizzazione di un qualche rituale (nominalmente la produzione artistica, il funerale, il matrimonio, la liturgia). Tra questi, però, ve ne è uno la cui anacronistica necessità riecheggia tuttora anche nelle bocche degli adulti: il compleanno.

Perché l’uomo festeggia il compleanno? Per quanto mi concerne, trovo che vi siano solo due ipotesi propriamente ragionevoli. La prima individua nella morte un nemico, un tristo male, e come tale un oggetto da sradicare o perlomeno da indebolire mediante l’uso di qualsivoglia forza si riveli necessaria. Se da una parte questo sembra sopperire al problema dell’ignoto che si trova al di là della vita, dall’altra rivela un ancora più profondo senso di soggezione nei confronti della morte, tradendo la propria imperiosa apparenza con una celebrazione incessante e ripetitiva dell’impossibile vittoria sulla morte stessa da parte di un individuo.

La seconda possibilità, invece, è diametralmente opposta alla precedente. In questo caso, la morte viene interpretata come liberazione e la ricorrenza dei compleanni non si propone più come arma di veemente difesa contro l’avversario oppressore, ma piuttosto come atto di connivenza alle barbariche azioni dello stesso. Il compleanno assume quindi la funzione di conto alla rovescia, marcando la vicinanza del soggetto alla liberazione dal terreno.

Questa ottemperanza al diktat della natura costituisce quindi profonda ipocrisia, perché si rivela falso atto di liberazione. Il morto è martire.

Il compleanno può certamente essere vissuto come espediente sociale per passare tempo insieme ai propri cari, tuttavia la vera e profonda meschinità di questa occorrenza si mostra evidente laddove si inizino a mischiare atti che richiedono maturità e stabilità psicologica alla trascinata tradizione della celebrazione. Coloro che sono indifferenti a ciò dovrebbero semplicemente accorgersi dell’evidente tristezza che deriva da una forzata cena romantica, o una non richiesta venerazione di un sé che spesso ci si ripropone di conoscere, ma raramente si conosce anche solo parzialmente.

Se il compleanno è altresì un genuino tentativo di esternare il bene che si vuole a una persona, allora l’oggetto di attenzioni simili dovrebbe porsi qualche domanda circa l’incostanza delle stesse, e, consequenzialmente, comprendere come queste attenzioni non siano che azioni volte unicamente a compiacere l’istante. Ovviamente compiacere l’istante non è prerogativa di un rapporto puramente benevolo, il che indica la falsità dietro a comportamenti e tradizioni così circostanziali e pressappochiste.

La vera passione, la vera amicizia, il vero affetto possono avere valori – nonché esser definiti effettivamente tali – solo con l’affermarsi della costanza e della perseveranza che vi deve essere dietro. Tutto quel che risiede al di là del vero bene è nient’altro che secondario. Fossero festeggiati così, i compleanni, avrebbero anche più senso, non credete?

Lascia un commento