David Gilmour, Things Left Unsaid

WP_20150915_8061Lui non avrebbe mai immaginato di ritrovarsi lì, al centro di quell’Arena.
Non l’avrebbe immaginato nel lontano 1967, appena entrato a far parte della band che avrebbe cambiato la sua vita e la storia della musica. Non l’avrebbe immaginato nel 1968, quando la mente di Roger “Syd” Barrett, l’anima di quel gruppo, naufragò tra acidi e LSD. Non l’avrebbe immaginato nel 1983, quando l’altro Roger, Waters stavolta, lasciò il gruppo credendo di decretarne la fine. E sicuramente non l’avrebbe immaginato il 15 Settembre 2008, giorno della morte di Richard Wright, il geniale tastierista amico di una vita e insostituibile compagno di palcoscenico.
Eppure Il 14 settembre, al centro dell’Arena di Verona un David Gilmour spiritualmente solo aveva il compito di far rivivere la musica dei Pink Floyd, di ricostruire la magia che dalla Londra degli anni ’60 fino agli enormi stadi degli anni ’90 ha incantato e ipnotizzato milioni di persone. Senza Nick, senza Richard, senza Roger e senza Syd.
David a 69 anni c’è riuscito e, ammettiamolo, né lui né nessuno l’avrebbe mai immaginato.

Il geniale chitarrista suona per due ore e mezzo un mix di canzoni che copre un arco temporale di quasi mezzo secolo, tra album floydiani e progetti solisti. Nulla, anche dopo tantissimi anni, suona troppo vecchio; una qualità insita in gran parte del repertorio Pink Floyd che David conosce bene e sfrutta al meglio, modernizzando qualche arrangiamento e alternando sapientemente le atmosfere. Il risultato è uno show adatto agli standard moderni, ma che non fa storcere il naso ai fan più esigenti.

David è perfettamente a suo agio per tutto il concerto. L’energia sprigionata dalla tagliente Stratocaster nero lucido travolge l’Arena e la riempie del leggendario “fluido”, che acquista, dal vivo, una vitalità inedita e ancora più impetuosa. Gilmour ripropone brani storici come “Astronomy Domine”, “Shine On You Crazy Diamond” e “Fat Old Sun”; pezzi più recenti come “Sorrow”, “High Hopes” e i “pezzi di muro” “Run Like Hell” e “Comfortably Numb”, che chiude il concerto con uno degli assoli più belli della storia del rock. Commentare queste canzoni è superfluo, rappresentano infatti uno dei rari casi di incomunicabilità sensoriale: i caratteri di una tastiera faticano a tradurre in termini comuni gli impulsi che orecchie, e in questo caso occhi, ricevono. Sorvolare l’argomento è l’unica opzione possibile.
Fra i travolgenti “diamanti” floydiani, David inserisce in scaletta canzoni più “terrene” estratte dal suo album solista del 2006 e dal nuovo disco “Rattle That Lock”. I pezzi dalle sonorità più classiche come “In Any Tongue” e “Faces Of Stones” reggono il confronto con le pietre miliari dei Pink Floyd, mentre pezzi più pop come “Today” e la title track del nuovo album suonano un po’ fuori posto. Alleggeriscono bene l’atmosfera, ma appaiono più come riempitivi o semplici pause tra un capolavoro e l’altro.

WP_20150914_23_20_37_ProCome se già il carico emotivo emesso dallo show non fosse abbastanza, a “peggiorare” la situazione c’è l’appariscente scenografia, caratterizzata dagli ipnotizzanti giochi di luce, marchio di fabbrica Pink Floyd, che sposa alla perfezione la fantastica location valorizzando tutti i brani eseguiti con l’aiuto della band di supporto capitanata da Phil Manzanera. Con grande abilità, Gilmour riesce a nascondere qualche pecca vocale e chitarristica. Niente di imperdonabile. Si tratta del terzo concerto da nove anni a questa parte. Il terzo veramente da solo, senza nessuno degli usuali compagni di viaggio. Solo lui e la sua chitarra, a dare forma a quelle monumentali sculture sonore impresse ormai nell’immaginario musicale di tutti.

Non possiamo più ascoltare i Pink Floyd dal vivo. Provare a ricreare la stessa magia sprigionata dai loro concerti è inimmaginabile. Non esistono più e niente li farà tornare indietro.
Nella totalità che rappresentavano rimangono un qualcosa di musicalmente irraggiungibile. Nessuno avrebbe mai immaginato che in qualche modo la magia delle loro canzoni, quelle sì ancora vive e vegeta, sarebbe stata ricreata con ottimi risultati dal solo David Gilmour. Un unico pezzo di quel vastissimo e contorto psichedelico puzzle. Il più grande della storia della musica.

Alessandro Perrone

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