Dialogo della Natura e di un islandese

Non è un caso che i giovani d’oggi dedichino tanto tempo al proprio percorso personale. Ci siamo ritrovati in un’epoca di benessere sociale che, insieme all’avvento di Internet, concede agli adolescenti di stare in contatto con tutto il mondo, il che ci da degli orizzonti infinitamente più vasti e una mentalità molto più aperta a molteplici pensieri. Perciò è sempre più comune notare come noi, gli adulti di un domani, abbiamo la libertà di interrogarci sulle più reiterate questioni filosofiche: chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo e soprattutto, motivo di quest’articolo, ha un senso questa vita? In omaggio a Giacomo Leopardi abbiamo voluto condividere l’operetta da lui scritta “Dialogo della Natura e di un Islandese”, che compie oggi 195 anni dalla sua composizione, in cui l’autore tenta di dare una risposta a tale interrogativo.

Un islandese, viaggiatore per il mondo alla ricerca di una vita tranquilla, giunto nell’Africa equatoriale, si imbatte nella Natura, una figura di donna gigantesca, bella quanto terribile. Lo sventurato spiega come vorrebbe evitare la sofferenza, allontanandosi dai disagi causati da lei alla specie umana.

L’islandese è infelice poiché consapevole delle inutili fatiche fatte per raggiungere la felicità, perciò cerca luoghi lontani dalle sofferenze provocate dalla Natura, che si descrive come un ciclo di continua creazione e distruzione, fine a se stessa. Questa espressione conferma l’ateismo dell’autore e la teoria per cui l’universo rimane governato dalle leggi del caso e la vita non è altro che una casualità chimica.

Tale pensiero risale all’epicureismo, dottrina che, pur considerando il timore della collera divina, sosteneva la ricerca della felicità tramite la pace della mente. In altre parole l’islandese desidera l’assenza delle perturbazioni (Atarassia), ma solo il fatto di desiderare e non poter appagare la sua fantasia lo conduce alla sofferenza. Come sostiene Schopenhauer, l’unico modo per rimanere appagato è optare per l’assenza di desideri.

L’operetta si conclude con la domanda dell’islandese ‘a chi piace o a chi giova cotesta vita infelicissima dell’universo, conservata con danno e con morte di tutte le cose che lo compongono?’ e ottiene risposta dalla Natura mediante la manifestazione di se stessa con due finali alternativi: morire sotto la sabbia ed essere convertito in mummia (oggetto di studio per future generazioni) o essere mangiato da due leoni (sopravvivenza di altre specie animali). Per cui, tramite queste metafore, la risposta della Natura conferma che la vita di tutte le creature serve a mantenere attivo l’universo, ma in nessun momento risponde concretamente alla domanda dell’islandese, motivo per cui molto probabilmente anche Leopardi avrebbe gioito di una risposta a tale complicato quesito filosofico.

In conclusione, una creatura non può decidere di nascere o no, bensì deve affrontare le responsabilità che la conducono alla propria esistenza e quella dell’intero universo.

Considerando l’epilogo che suggerisce l’idea di una vita senza senso, penso che l’islandese si ponga la domanda sbagliata; sarebbe più opportuno chiedersi: “Chi è disposto a impegnarsi per esistere?”

È una domanda alquanto provocatoria, dato che mette in dubbio il motivo (e l’utilità) della propria esistenza e, di fronte a una risposta negativa, ne tollererebbe il suicidio.

David Di Tullio

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