Dispersione giovanile: “l’Alberti da il via al progetto tutor”

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Per dispersione scolastica non si intende solo l’abbandono degli studi prima del termine del ciclo di formazione e istruzione, ma anche un “insuccesso scolastico” in cui l’alunno manifesta distacco, disinteresse, noia, e disturbi comportamentali.

In Italia la dispersione scolastica é arrivata a livelli record e i fondi forniti dallo Stato per combatterla non sono purtroppo sufficienti. L’Italia si colloca infatti ai primi posti, nel panorama europeo, per gli abbandoni scolastici. Una ricerca condotta dall’Eurostat, afferma, infatti, che il 17% dei ragazzi (720 mila), ha abbandonato gli studi dopo il diploma della scuola media. È questo momento di passaggio, dunque, a risultare assai delicato: il maggior numero di abbandoni si verifica, infatti, durante il primo biennio di scuola superiore.

Il rischio di dispersione scolastica si manifesta soprattutto attraverso comportamenti come la frequenza irregolare e la scarsa partecipazione alle attività proposte, che portano spesso a risultati negativi anche nel profitto.

Tali comportamenti possono essere la conseguenza di difficoltà legate all’ambiente familiare e sociale, ma possono anche provenire da problematiche adolescenziali o da difficoltà relazionali. La situazione è più complessa quando il ragazzo adotta uno stile di vita tale da ostacolare la concentrazione durante l’orario scolastico e durante lo studio pomeridiano.

Sempre secondo la ricerca dell’Eurostat, nei 28 paesi dell’Unione Europea siamo davanti soltanto a Turchia, Spagna, Malta, Islanda, Portogallo e Romania. Il confronto con le nazioni leader è umiliante, il nostro 17% di dispersi è lontanissimo dal 12,4% del Regno Unito, dal 9,9% della Germania e il 9,7% della Francia, già al di sotto dell’obiettivo proposto da UE 2020 (pari al 10%).

Il governo italiano, qualche anno fa, si è mosso contro questo fenomeno finanziando 53.195.060 euro; ora, però, la somma messa a disposizione è di 18.458.933 euro. Una differenza sostanziale che ci fa capire quanto l’Italia punti poco sui giovani.

È giusto aiutare i giovani che si sono persi durante il loro percorso di studi, anche perché, secondo gli economisti di tutto il mondo, questo fenomeno blocca lo sviluppo economico e rallenta l’uscita dalla crisi: uno scarso livello di istruzione rappresenta infatti una forza lavoro poco qualificata, che porta a una diminuzione della produttività.

Anche per questo, il nostro Istituto, il Leon Battista Alberti di Roma, si è messo in moto contro la dispersione scolastica. La prof.ssa Parente, insieme ad altri colleghi, ha infatti presentato un progetto, intitolato “Una scuola per tutti”, che ha come fine quello di contrastare la dispersione scolastica, proponendo di intervenire su più fronti: accoglienza, didattica, attività integrative pomeridiane, motivazione.

Il progetto parte dall’accoglienza dei ragazzi delle prime classi, con lo scopo di sostenerli nel passaggio a volte difficile da un ambiente conosciuto e protetto a un ambiente sconosciuto, che richiede una maggiore autonomia. Per rendere questa fase di accoglienza più efficace, alcuni studenti svolgono il ruolo di tutor, ossia facilitatori del processo di inserimento e di comunicazione tra gli allievi del primo anno e l’istituzione scuola, secondo la logica della “peer education”.  Il progetto consta anche di uno sportello d’ascolto per supportare gli studenti e le loro famiglie e della possibilità di partecipare a piccoli gruppi di studio pomeridiani dove chi è in difficoltà, con l’aiuto dei compagni e di un docente, può cercare di recuperare le proprie lacune. I ragazzi lo hanno ribattezzato “doposcuola”.

Il vero punto focale del progetto sono però gli studenti tutor, ragazzi più grandi che hanno acquisito ormai una buona esperienza del proprio contesto scolastico, e che sono motivati a prendersi cura degli altri. I tutor collaborano con i docenti alle attività di accoglienza e osservazione delle classi: per sostenere gli studenti nella formazione del gruppo-classe, nell’integrazione degli alunni ripetenti, e nell’individuazione precoce di comportamenti a rischio.

Affiancare dei ragazzi con buone abilità sociali e una certa conoscenza dell’ambiente scolastico ai nuovi allievi permette anche a quelli più timidi, isolati o semplicemente più inesperti di inserirsi nell’ambiente scolastico, introducendoli a nuove reti di amicizie e aiutandoli ad acquisire una serie di abilità sociali attraverso l’imitazione del tutor.

Per i tutor si tratta di un’esperienza di crescita personale che ha inizio con un corso di formazione in cui vengono educati all’ascolto e allo sviluppo di abilità, che permettono di individuare e adottare strategie efficaci per affrontare i diversi problemi della vita quotidiana, quelle che oggi vengono chiamate “life skills”.

E’ un percorso che fa riflettere e acquisire consapevolezza di sé, dei propri punti di forza e di debolezza e porta a incrementare quei comportamenti che contribuiscono a favorire salute e benessere.

L’educazione tra pari permette di ricercare e sperimentare nuove strade rispetto al passato, sicuramente più stimolanti per i docenti e più efficaci per i ragazzi.

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