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L’inutile verità oltre la polvere

da 15 Mar 2016Culture, Presente0 commenti

o-REGENI-facebookDobbiamo cercare di stare più attenti, più informati, più consci di ciò che accade di fronte a noi; forse la realtà ci sorprenderebbe di meno, forse si imparerebbe ad approfondire, a comprendere e scoprire la verità, qualunque essa sia, in tutta la sua crudele interezza e in tutta la sua disarmante inutilità.
Dobbiamo cercare di osservare oltre le apparenze, dietro le quinte di quel palcoscenico polveroso, decorato con quella scenografia dalle gialle forme sinuose contrapposte al cielo azzurro del deserto, che tanto ci piace guardare e sognare. Affiniamo la vista e scrutiamo oltre i granelli; dietro la luccicante luce dei villaggi turistici o i deboli echi di un’ormai passata primavera, portatrice di democrazie preconfezionate e difettose. Portatrice di altre apparenze intoccabili e fragili, che vedono chiunque cerchi di farle crollare ritrovarsi solo e poi inutilmente morto.

Giulio Regeni era un giornalista la cui morte rimane, ancora, un’apparenza. Giulio era in Egitto per delle ricerche accademiche utili al suo dottorato in studi internazionali presso l’università di Cambridge; scriveva reportage ed era appassionato del Medio Oriente. Nel suo ultimo resoconto scritto per il “Manifesto” denunciava una situazione politica egiziana in agitazione: raccontava delle politiche di repressione messe in atto da Al Sisi, attuale Presidente della Repubblica, che limitano la libertà di stampa e minano la democrazia conquistata dalla primavera araba, e delle lotte per i diritti dei sindacati. Le sue osservazioni erano lucide ed evidenziavano  le crepe di una situazione politica destinata a degenerare presto.

Giulio il 18 gennaio sparisce e 7 giorni dopo viene ritrovato senza vita in un fosso a circa 60 chilometri dal Cairo. Tutte le dita rotte, unghie scorticate, segni di elettroshock sui genitali, contusioni varie e un forse letale colpo al collo. Le autorità egiziane intraprendono indagini volutamente confuse, contraddittorie: prima si dice che il giovane è stato ucciso per una rapina, poi per le sue frequentazioni private. Il governo non c’entra nulla e si dice pronto a collaborare, mentre gli investigatori italiani faticano anche a eseguire l’autopsia sul corpo martoriato.
Le ipotesi egiziane sono tutte smentite. Ora si cerca tra le sue mail, i suoi contatti, le sue conoscenze, tra la sua vita; si cerca la verità sepolta metri e metri sotto la sabbia. Come se poi alla fine tutto ciò avesse realmente importanza.

Giulio è stato torturato letteralmente di fronte ai nostri occhi per il suo lavoro, ma nessuno sembra essersene accorto. Nessuno è stato abbastanza attento. Nessuno ha osservato oltre l’apparenza e, ora che questa apparenza è crollata, le nostre facce si aprono in enormi espressioni colme di ipocrita sorpresa. Possibile che quel paese appena liberato dall’oppressione di una dittatura, grazie alla potenza dei nuovi media, ora deve difendersi dal diffondersi della vera realtà dei fatti uccidendo e torturando? Secondo l’assurda macchina della morale è tempo di cercare la verità. Il perché. Cosa c’è dietro. Scovare i diabolici interessi petroliferi delle nostre multinazionali in territorio egiziano; indignarsi contro un governo amico di un governo che ha ucciso un nostro cittadino.
No. Noi non sappiamo chi ha ucciso Giulio e improvvisarsi ora investigatori e complottisti è stupido e inutile, perché il problema è un altro. Quel giorno, come tanti altri giorni, eravamo girati dall’altra parte.

Non scopriremo mai il suo assassino e non ci è permesso scoprirlo perché qualcosa di più grande ci impedisce la vista. Un’enorme scenografia, che abbiamo abilmente costruito e posizionato lì, nel nostro cortile di casa, mentre Giulio Regeni, Ilaria Alpi, Giancarlo Siani e tanti altri bussavano per raccontarci ciò che stavamo nascondendo da noi stessi: che dobbiamo stare più attenti, dobbiamo informarci e guardare oltre, sempre, non come stiamo facendo ora. Ora che ci fa comodo scriverlo su Facebook o su un giornale. Ora che siamo guidati da chissà quale finto buonsenso alla sfuggente e momentanea ricerca dell’inutile verità sulla morte di Giulio.

Questo non è ciò che loro vorrebbero.
Perché loro sanno che giusto il tempo di distrarsi un po’ e torneremo a guardare le dune e a fissare i coralli. A credere nelle primavere e a lasciare che ridiventino inverni. A credere che con un tweet si possa cambiare il mondo e che una volta cambiato non possa ritornare peggio di prima.
Fidatevi. Tempo di distrarsi un po’ e torneremo ad andare in vacanza in quello splendido e lucente Mar Rosso.

Alessandro Perrone

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