Guida galattica per universitari #10 – L’esame (ancora)

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Sono schiacciato da un cuscino. Mi sveglio. Bagno, colazione; cancello in ferro, cigolante. Un nano con un cappello rosso a punta attraversa la strada.
Attraverso la strada e prendo l’autobus. Mi siedo. Una decina di persone con delle facce grigie e vecchie, rugose, mi circondano. Strano come mi sia accorto solo ora che vedo in bianco e nero.
L’esame. Oggi ho l’esame.
Scendo dall’autobus. Piccola passeggiata a base di smog, galline e cavalli. Fa un freddo cane e io sono a maniche corte. Il cortile dell’università è pieno di gente. Un ragazzo fuma. Una ragazza studia. Tre ragazzi parlano e fumano. Due ragazzi e una ragazza parlano e studiano. Quattro ragazzi giocano a briscola, il terzo da destra verso sinistra ha l’asso di briscola.
Cosa voleva dire il nano con il cappello rosso?

Porta d’ingresso in ferro e vetro, cigolante. Aula 13b: un caldo insopportabile e io sono in felpa. Il prof è in ritardo quindi per passare il tempo ripasso: elasticità, dinamica dei fluidi, moto di rotazione, traslazione, la forza che ha fatto cadere una mela in testa a un tizio. Ma l’ho preso lo statino? Sì, l’ho preso lo statino. Ripassare ora è inutile; io e loro – quelli che sono intorno a me seduti, come me, sulle scomode sedie con tavolino a scomparsa – siamo immersi nell’inutilità. Il prof ancora non arriva.
Il prof. è arrivato. L’assistente è arrivato. L’arrivo del secondo è seguito da un’ondata di esclamazioni di disappunto e dal lancio di vari alimenti marci verso la cattedra. Già, ora ricordo. Lui è quell’assistente stronzo che mette 3 voti in meno. Sempre. Mi chiedo se non sia perché ogni volta gli lanciano addosso alimenti marci. Non lo so, bisognerebbe chiedere a chi ha partecipato al suo primo esame come assistente. Che poi noto ora che ha anche lui un cappello rosso a punta in testa. Ma se vedo tutto in bianco e nero come faccio a capire che il cappello è rosso? Ma se vedo tutto in bianco e nero come ho fatto a capire, stamattina, che il nano aveva il cappello rosso? Certo se vedi in scala di grigi, forse, con un po’ di fantasia, i colori li azzecchi o forse c’è qualche stereotipo sociale per cui il colore di cappello a punta debba essere rosso? Ma non c’è uno stereotipo sociale per cui gli assistenti devono indossare un cappello a punta rosso.
Mi accorgo solo ora che in realtà ho sempre visto a colori, fin dall’inizio.
Gli esaminandi vengono divisi in due gruppi: mattina e pomeriggio, classificati secondo un particolare criterio basato sull’altezza, la data di nascita e il numero di scarpe. Finisco tra gli ultimi. Esco a fumare una sigaretta. Prima porta in acciaio con sistema d’apertura antincendio verde e rosso; seconda porta in ferro e vetro, cigolante. Il cortile dell’università è un po’ meno pieno di gente. Una ragazza fuma una sigaretta. Due ragazzi parlano. Gli stessi quattro di prima sono passati allo scopone scientifico, lo stesso terzo da destra verso sinistra vincerà pure stavolta.

Finisco di fumare e rientro. Porta in ferro e vetro, cigolante. Porta d’emergenza. Sarò mancato 5 minuti ma l’aula è semideserta; in 25 hanno già dato l’esame, io sono il prossimo. Una ragazza interrogata dall’assistente piange. Per consolarla gli offre una caramella al limone ma di quelle gommose ricoperte di zucchero che non puoi far sciogliere in bocca, devi solo dare un morso alla massa gelatinosa, assaporare per un attimo e poi ingoiare. Non possono considerarsi caramelle, forse è per questo che la ragazza rifiuta pretendendo una caramella alla menta di quelle dure che si sciolgono lentamente. L’assistente la manda al posto con un 30 e lode. Il voto è seguito da un’ovazione dell’aula deserta e dal lancio, stavolta, di rose. Rosse ovviamente. La lode presumibilmente l’ha ottenuta grazie alla tenacia sulla faccenda dolciumi.
Tocca a me. Con l’assistente.
“Buongiorno, non faccia caso al mio cappello rosso a punta. Che poi come ha fatto a capire che è rosso se oggi lei vede tutto in bianco e nero?”
“In realtà ho scoperto di vedere a colori e non in bianco e nero”
“Si fidi, lei vede in bianco e nero”
“Mi fido”
“Bando alle ciance, cominciamo l’esame…vediamo…mi parli”
E s’interrompe così, sul “mi parli”
“Si, che tanto oggi non l’ho chiesto a nessuno. Mi parli.”
“Di un argomento a piacere?”
“No no mi parli”
“Sì, ma di cosa?”
“Qualunque cosa”
“Non so davvero cosa dirle. Dinamica dei fluidi?”
“No la prego niente di inerente all’esame”
“È un trabocchetto? È stanco? Le serve un bicchiere d’acqua?”
“Allora decida. O mi parla di qualcosa non inerente all’esame o ci giochiamo il voto a briscola, a lei la scelta. Anche scopone scientifico va bene”
E allora parlo perché a briscola non so giocare, né tantomeno a scopone scientifico, e lui ascolta attentamente, ha una faccia interessata, gli occhi che luccicano quando racconto la scena di un gatto investito da un suv a cui ho assistito l’altro ieri e il suo cappello ogni tanto si inclina verso destra e se lo aggiusta, ogni volta.
“Va bene basta così. Lei mi piace. Ha parlato in modo fluido e senza sbagliare un verbo. La storia del gattino mi ha commosso. 30.”
30, 30, 30, 30, 30, 30, 30….
E allora prende lo statino e lo firma e ci mette quel bel numero tondo tondo e proprio in quel momento tutto inizia a dissolversi come una pasticca di vivin c; l’aria si riempie di bollicine al gusto di limone.

Avete presente quando si sta sognando, un bel sogno ovviamente, e arriva il momento in cui prendi coscienza che non è reale, ma tu vuoi che lo sia. Quindi ti aggrappi letteralmente per non lasciare svanire tutto. A cosa non lo so, ma ti aggrappi. Personalmente mi ero aggrappato allo statino con quel bellissimo 30. Poi il foglio si è strappato e mi sono svegliato. Devo smetterla con gli ansiolitici la notte prima di un esame. Ma mi viene la tachicardia, non posso farci niente.
A proposito, ho preso 18, a quell’esame.
Non ho visto nessun nano, nessun cappello rosso a punta, né tantomeno un assistente generoso.

Alessandro Perrone

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