Guida galattica per universitari #12 – La conferenza

Taj_Mahal,_Agra,_UP,_India

Una mattina d’inverno grigia e celebrale, il fato mi trascinò a una conferenza sull’architettura indiana.

Quando si organizza qualcosa di ricreativo/educativo/remunerativo (di CFU) tra colleghi universitari, il gruppo che partecipa è composto sempre delle stesse quattro tipologie di soggetti; dico quattro perché noi quel giorno eravamo in quattro.

 

Soggetto 1: quello a cui interessa realmente la conferenza/workshop/welcome party di un gruppo di paesaggisti israeliani; che non è lì solo per eventuali cfu di consolazione; che di fatto organizza per gli altri e convince gli altri a venire. Da ora in poi denominato S1

Soggetto 2: quello che si trova lì solo perché il S1 (maschio o femmina che sia) si trova lì; che sembra essere il più interessato dei quattro, ma non alla conferenza/workshop/esposizione interattiva di strutture in plastica riciclata, bensì ad altro; che sotto sotto in realtà vorrebbe che il S1 si interessi, ma non alla conferenza/workshop/mostra di miniature in calcestruzzo, bensì a lui/lei. Da ora in poi denominato S2
Soggetto 3: quello avrebbe passato il pomeriggio a fissare quella macchia di muffa in espansione proprio sopra il suo letto; che magari alla fine si interessa anche; che magari alla fine si addormenta anche. Da ora in poi denominato S3
Soggetto 4: quello che rimane in silenzio dietro a tutti; che non si ricorda in quali sciagurate circostanze ha accettato l’offerta di S1 a venire alla conferenza/workshop/forum sul riciclaggio delle strutture in plastica riciclata; che in una mattina grigia e celebrale il fato ha trascinato a un workshop sulla letteratura indiana. Da ora in poi, il narratore.

Ed era proprio tutto grigio e monocromatico, quel giorno. E non si stava davvero zitto un attimo S1. E S2, con una faccia da pesce lesso, pendeva dalle sue labbra.
“Vedi quanto sono belle quelle tensostrutture in vinilico? Praticamente le montano infilando dei grossi e lunghi pioli in acciaio dentro dei bulloni” .
C’era una discreta fila per entrare nel piccolo auditorium, a occhio e croce una ventina di minuti d’attesa. Mi girai sicuro di trovare S3 dietro di me, per scambiare due parole, ma era sparito. Cercai tra la folla, ma niente.
“Dov’è S3?”
“In bagno” S1 e S2 all’unisono. Poi scoppiarono in una risata così acuta che sembrava avessero ispirato dell’elio da un palloncino rubato a una festa per bambini.
“Mi è venuta un’improvvisa voglia di raggiungerlo. Torno subito”
“E sai come si infilano i pioli dentro i bulloni? Praticamente spingi forte forte…”.
Nemmeno qualche passo e vedo ritornare S3 dal bagno. Torniamo in fila tutti e due. Di solito in queste occasioni S3 e S4 si conoscono solo di vista; magari si sono incrociati all’università, magari S3 si ricorda dell’altro perché c’era un tizio che scalpitava in fila poco dietro di lui per prendere un caffè mentre S4 si ricorda di un S3 che inseriva 60 centesimi in pezzi da 5 nella macchinetta con l’ovvio risultato di una fila chilometrica. La verità è che poi alla fine S3 e S4 avranno, come è ovvio che sia, un’opinione sbagliata l’uno dell’altro. Un’opinione che però si rivelerà straordinariamente esatta: ogni minimo spunto di conversazione si impantana in frasi imbarazzanti che non danno la minima possibilità di risposta.
Quando due persone tentano di passare il tempo conversando non ci riescono mai.
“Fa caldo eh”
“Sì, un caldo molto…”
“Asfissiante?”
“Sì, più o meno”

“Ehi ma quello a te sembra il prof. di strutture?”
“Dici il tizio sudamericano con il pizzetto biondo?”
“No, quello a fianco”
“Ah, allora no, non è lui”
“Già, mi sa che hai ragione”

“A te piacciono le verdure?”
“No.”
E così via all’infinito. Di contro, tra un tentativo e l’altro, ci ritrovammo nella piccola sala dell’auditorium.
Ecco da qui in poi ricordo poco. O meglio, ricordo in modo offuscato qualche frase vaga qua e là. Diciamo che ci sono buone possibilità che mi fossi addormentato. Ogni tanto, però, sentivo dei tocchetti intermittenti sulla spalla; mi sembrava di scorgere vagamente una testa che dondolava. Diciamo che ci sono buone possibilità che anche S3 si fosse addormentato. In sostanza, della conferenza, non rammento nulla a parte un traduttore con un accento che assomigliava un po’ a quello veneto, ma con una sfumatura più orientale ed esotica. Sul finale, qualche area del mio cervello che esultava per la liberazione fece sì che, lentamente, mi risvegliassi.
**applausi scrocianti**
“Grazie a tutti e grazie a Shye Ben Tzur per aver partecipato”
**applausi scroscianti**
**applausi un po’ meno scroscianti**
**applausi morbidi e discreti**
**quei pochi furboni egocentrici che in preda a manie di protagonismo prolungano un applauso collettivo con un assolo di mani personale**
**silenzio**
**S1 che parla**
“Che conferenza fantastica!”
“Già veramente bellissima!” (questa era S2 ovviamente)
“Scusa S1 posso chiederti una cosa?”(e questo ero io)
“Dimmi”
“Ma quando mi hai invitato per venire qui, ho accettato subito?”
“Sì”
“Senza esitazione alcuna?”
“Sì”
“Non ho temporeggiato minimamente?”
“No”
“Avevo gli occhi lucidi e barcollavo?”
“Non mi sembra”
“E allora non so davvero perché mi ritrovo qui dentro”

Due mesi dopo, in una ancor più fredda e grigia e celebrale mattina, il fato, per motivi ancora più misteriosi, mi ha ritrascinato a un workshop sull’uso della paglia nei quartieri poveri di Nuova Dehli.
Comincio a pensare che il fato ce l’abbia con me. La reincarnazione ha qualcosa a che fare con l’induismo? Magari nella scorsa vita ho fatto delle cose bruttissime e ora le sto pagando con gli interessi.

Alessandro Perrone

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