Incontro con Dacia Maraini

Durante la giornata del 18 marzo, per continuare i festeggiamenti dei 50 anni del liceo Peano, è stato organizzato, a cura della professoressa Colais, un incontro con la scrittrice e drammaturga di fama internazionale Dacia Maraini.

Dopo una veloce presentazione dell’ospite da parte della professoressa, il dibattito si apre con la domanda: “Come mai ha iniziato a scrivere?”.
La scrittrice risponde con fervore parlando della sua situazione familiare, raccontando di come lei sia stata a contatto con la scrittura sin da piccola e affermando: “Vengo da una famiglia in cui mancava tutto, perché noi siamo stati poverissimi nel dopoguerra, però i libri erano in casa”. In seguito aggiunge anche: “Addirittura c’è una linea femminile di scrittura nella mia famiglia dalla parte di mio padre”. La Maraini sottolinea poi l’importanza della lettura e quanto l’Italia si trovi in ritardo in questo campo. “Vorrei dire questo ai ragazzi: in generale noi abbiamo l’illusione che, avendo degli strumenti tecnologici che ci mettono a contatto col mondo, basta premere un tasto per sapere tutto, ed è vero, ma c’è un’illusione di conoscenza ampia”. Continua a spiegare: “Non sono contraria alla tecnologia, però dobbiamo ricordare di non confondere l’informazione e la formazione. L’informazione è estensiva, cioè uno può informarsi ed è giusto che sia informato su tutto il mondo, su quello che succede in giro, è bene che quell’informazione sia ampia, però è sempre un po’ superficiale. Invece la formazione è in verticale, va in profondità; quindi non è una questione di quantità ma di qualità.”

Ridata la parola al pubblico, viene formulata una nuova domanda: “Ha mai affrontato il famoso blocco dello scrittore? E se sì, come l’ha affrontato?”
“Io sono stata abbastanza fortunata perchè non ho avuto mai il blocco dello scrittore, semmai mi trovo a combattere contro la tendenza al consumismo che è diventata oggi l’editoria, per cui ti spingono a scrivere un libro l’anno – spiega la scrittrice – io per scrivere un romanzo non ce la faccio ad arrivare a un libro l’anno, ci devo mettere due anni. Tu lo sai che ogni anno escono 65000 libri? Questa è l’ultima statistica ed è tanto, troppo. Poi non so se sai che del 40% di questi libri non se ne vende neanche una copia. Quindi è veramente uno spreco, perché poi vanno al macero”.
La scrittrice continua poi affermando come questo sistema basato sullo spreco debba essere capovolto, e affronta, di conseguenza, anche il moderno problema dei rifiuti. A tale proposito, le recenti manifestazioni studentesche contro l’inquinamento e la partecipazione in massa dei ragazzi vengono elogiate dalla Maraini, per poi parlare del bisogno di sensibilizzare i più piccoli su quest’argomento.

Ispirata dall’argomento precedente, la domanda successiva ricalca la scia del consumismo, chiedendo: “Abbiamo parlato di consumo di libri che non si riesce ad arrestare. Secondo lei cos’è che rende un libro di qualità e perché in questo periodo ci sono un sacco di libri che vengono letti e poi dimenticati?”. Premettendo che parlare dei propri contemporanei è molto difficile, la scrittrice spiega in un primo momento come quei libri che rimangono nel tempo sono quelli che diventano poi classici e, in seguito, utilizza alcuni esempi per capire come ci vogliano secoli per scoprirne alcuni. Conclude poi consigliando ai ragazzi di non perdersi nei best-seller, soprattutto quelli americani, e di ricordarsi che i classici sono molto importanti.

Nella domanda successiva si torna invece alla scrittura: “Quando lei scrive romanzi, da quale punto parte?” Per rispondere, la scrittrice usa una metafora: “Di solito c’è un personaggio che viene a bussare alla mia porta, io la apro, lo faccio accomodare, gli offro un caffé, dei biscotti, e lui mi racconta la sua storia. Di solito, però, dopo averla raccontata se ne va e la cosa finisce lì. Quando un personaggio, dopo avermi raccontato la storia, aver bevuto il caffè e aver mangiato i biscotti mi chiede la cena e poi mi chiede un letto per dormire… Allora capisco che questo personaggio si è accasato nella mia immaginazione, e vuol dire che vuole essere [ancora] raccontato.”

L’argomento dei personaggi viene affrontato anche nella domanda successiva: “Si identifica spesso nei personaggi che crea, magari dandogli anche qualche tratto particolare del suo carattere, oppure preferisce mantenersi distaccata?”. La scrittrice spiega quindi come i suoi personaggi, anche quelli femminili, siano autonomi, non siano lei, anche se afferma che “c’è sempre qualcosa dell’autore” e che “ci sono dei momenti in cui ho bisogno di identificarmi per raccontare meglio i dettagli di una storia. C’è sempre un processo di identificazione, ma è funzionale alla narrativa.”

Rimanendo sempre sull’argomento della scrittura le viene chiesto: “Ho notato che nel suo libro ‘La bambina e il sognatore’ fa svariati riferimenti alla letteratura e alla filosofia; ne fa così tanti in ogni suo romanzo o è un caso?”. “Di solito sì, ne faccio – spiega la scrittrice – per esempio nel mio ultimo libro ‘Corpo Felice’ ne faccio tantissimi, tant’è vero che ho sentito il bisogno alla fine di fare una specie di bibliografia”. Successivamente ne spiega anche il motivo: “Io leggo tantissimo, amo leggere e leggo sempre. Ho una grande passione per la lettura, quindi mi succede che quando parlo mi vengono in mente i libri. Mi viene spontaneo”.

“Lei prima ci ha detto che ha avuto un’infanzia abbastanza difficile, e di solito in situazioni difficili si cerca di avvalersi della letteratura evasiva per scappare dalla situazione. Perché lei ha voluto raccontare tratti della realtà?”. Prima di rispondere la scrittrice racconta in breve della sua infanzia, parlando della sua permanenza in un campo di concentramento giapponese e ricordando al pubblico quel che successe nel periodo della Repubblica di Salò.

La domanda successiva introduce un nuovo argomento: “Lei che ha vissuto gli anni della rivendicazione del femminismo, che giudizio ha della situazione delle donne oggi rispetto anni ‘60 o ‘70?”. La scrittrice risponde: “Il ‘68 e il movimento femminista per me sono state una grande rivoluzione pacifica, purtroppo quell’anno ha avuto anche una deriva violenta che il movimento delle donne per fortuna non ha avuto, ma è stato importantissimo per l’Italia e lo si vede soprattutto nelle leggi. Tutte le leggi che riguardano il rapporto fra i generi sono cambiate col movimento delle donne.” Continua quindi nel portare esempi di progresso avvenuti dopo quell’anno, per poi spiegare come le cose debbano continuare a progredire anche ora. “Bisogna stare attenti” afferma, “adesso si sta aprendo un momento regressivo, purtroppo. Non per colpa delle donne, ma per colpa di chi governa, c’è un tentativo di togliere dei diritti che le donne avevano; succede in tutto il mondo, non soltanto da noi.” Continua poi affermando che la stessa cosa accade per ogni tipo di discriminazione e citando fenomeni come il ritorno dell’idea della ‘famiglia naturale’, che è invece irreale. Prosegue poi parlando della manifestazione recentemente avvenuta in tutto il mondo contro l’inquinamento, e di come evidentemente per poter nascere un fenomeno di queste dimensioni la consapevolezza del problema tra i giovani doveva essere già presente. Conclude poi mettendo a confronto le violente manifestazioni dei gilet gialli e le pacifiche manifestazioni studentesche.

“Parlando soprattutto di cinema, visto che per la letteratura vale un po’ meno, spesso le parti femminili sono scritte da uomini e penso che sia strano che ci siano così poche artiste donne che scrivano per donne e di personaggi femminili importanti; mi chiedevo: qual è il ruolo dell’arte in questo senso, come deve migliorare e dove deve agire per far sì che le donne possano esprimersi al meglio?” Riferendosi alla distinzione tra cinema e letteratura, la scrittrice commenta: “La ragione è semplice: per scrivere basta una penna. Per fare cinema ci vogliono tanti soldi, ci vogliono degli investimenti. Ti assicuro che ci sono tante donne che hanno delle qualità e vorrebbero fare cinema, ma pochi si fidano. Ci sono pochi investimenti sulle donne.”

Il dibattito si conclude con una domanda descritta dalla Maraini come ‘filosofica’: “Quanto delle esperienze della vita reale di un autore si può ritrovare nei prodotti anche più fiabeschi? La conoscenza del dolore porta a fantasticare, o no?” Dopo aver lodato la profondità della domanda, la scrittrice afferma di essere d’accordo. “Il dolore, lo strazio di un campo di concentramento, di una guerra, di vedere i morti intorno a sé, di pensare ogni sera ‘sono ancora vivo’ e esserne stupiti: tutto questo può portare o a una forma di negazione, di voglia di morire, di mutismo, di chiusura e a volte di suicidio, oppure a fantasia – spiega – la sottrazione porta a fantasticare. Hai ragione, molte delle mie fantasticazioni vengono dal campo di concentramento, dove io dovevo fantasticare.”

Chiara Genovese

Rifa Khatun (PB)

In collaborazione con Peano Bar

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