Invettiva Sanvalentiniana

Ah, San Valentino! Non esiste giorno più triste.

Viviamo in un mondo di capricciose verità postmoderne intinte di frainteso nichilismo che trova un’imperitura motivazione nel sostegno del dio denaro. E se è proprio questa cartacea divinità ad avvalorarci mediante libertà unilaterali, come possiamo aspettarci che non sia presente anche nel nostro quotidiano, specialmente per soddisfare l’intento di corrompere la cosa che è sempre stata unica ragione della sopravvivenza e del progresso umano: l’amore?

Sarebbe semplice argomentare su come quest’abberrante festività abbia bistrattato la perfetta complessità dell’amore, riducendola a mera immediatezza, che può manifestarsi solamente con la tempestiva raccolta di fiori o con l’acquisto incessante di futilità materiali o immateriali. Ma onestamente trovo ciò palese e comunque critica scontata, a questo punto. Inoltre, questa è soltanto la punta dell’iceberg, e limitarsi a ciò significa cadere nella fissazione circa la formalità delle cose, che spesso ci distrae dalla loro essenza.

Se il geniale Elliott Smith ventott’anni fa scriveva “sono innamorato del mondo attraverso gli occhi di una ragazza che rimane anche la mattina dopo”, mai come oggi ritroviamo la profonda verità di questo messaggio, soprattutto per gli atti di coloro che scambiano l’amore per una merce.

La meschina perversione di San Valentino non si limita alla corruzione degli atti d’amore ma presenta ramificazioni molto più profonde. Il quattordici febbraio, infatti, costituisce un capro espiatorio dall’oscenità morale del considerare l’amore non come massimo sentimento, ma come oggetto qualsiasi di cui si può decidere di fare a meno, scegliendo piuttosto sé stessi o la propria carriera. Un esempio è l’evidente menzogna del “ti amo ma al momento sono troppo impegnato\a per avere una relazione”. Non si dovrebbe mai rinunciare all’amore in favore di una qualsivoglia altra cosa, né si dovrebbe credere di poter discernere innamoramento e infatuazione. Esiste un’ingente mole di film, opere teatrali, canzoni, serie tv, libri – e chi più ne ha più ne metta – in cui è presente un messaggio che più o meno afferma “se mi ami lasciami andare”, inconsapevole di quanto ridicolo qualcosa del genere possa suonare alle orecchie di un attento ascoltatore.

Il problema con messaggi del genere non sta nel sentimento che vogliono dimostrare in sé (poiché ogni sentimento amoroso – laddove onesto – è sicuramente verace tanto quanto ogni altro), ma piuttosto nell’avvalersi di parole apocrife che dicono essere state pronunciate dal sentimento amoroso stesso e invece sono semplicemente comode scuse, con cui ci si illude di poter controllare i propri sentimenti e quelli altrui.

La cosa peggiore, però, non è semplicemente nell’odierna abitudine a capitalizzare senza scrupoli sul più alto sentimento umano, né nello stordimento che la nostra sensibilità ha subito a causa di questa diffusa e comunemente accettata pratica. Il più grande affronto mosso all’amore sta nell’aver convinto il mondo che questo sia solo e unicamente quello romantico (dimenticandosi così della classificazione che gli antichi greci avevano già effettuato a seguito della comprensione della sua universalità tra cui agape, pragma, ludus, storge e filia) e quindi nell’arrogante e infondato assioma che lo considera un privilegio invece che un diritto e un dovere. Ciò ha il risultato di storpiare grandemente i nostri comportamenti, poiché essi hanno come unico scopo quello di migliorare la situazione umana, e devono quindi obbedire alle regole del gioco.

San Valentino, forse anche con l’aiuto dell’egoismo e della disperazione dell’uomo e della donna moderni, ha distrutto l’amore in tutti i suoi aspetti: ne ha distrutto la nostra percezione, ne ha distrutto la purezza e, soprattutto, ne ha abbassato il valore a comune sentimento, portandolo talvolta allo stesso livello dell’odio per giustificare quest’ultimo. Laddove camminare per le strade circondati da illusorie felicità è comunque all’ordine del giorno, altamente preoccupante è la sottile opera di sminuimento e avvilimento perpetuamente messa in atto dalla società contemporanea nei confronti del sentimentalismo.

Tutti sono convinti di meritare, anzi, che sia loro dovuto del “tempo per stare da soli”, che sia importante distinguere tra le parti di una relazione perché questa sia stabile, che bisogni mantenere alcune cose segrete, o, come dicono loro, “private”. Ma non bisogna avere paura di condividere tutto con qualcun altro. Può essere arduo, ma l’amore consiste in gran parte nel rinunciare alla propria maschera di individuo per accogliere le altrui verità, bugie, paure, certezze, rabbie, felicità, delusioni e soddisfazioni. Non se ne possono conoscere di vere e valide altrimenti.

San Valentino si propone di essere fondamentalmente volto all’apprezzamento – anzi, all’idolatria – di qualcun altro, nel vano tentativo di trasformare quel personale senso di autocommiserazione in un altrettanto fittizio senso di pacificazione. Ciò è ottenuto mediante il compimento di un falso atto di abnegazione. D’altronde non c’è nulla di più nobile che ammirare qualcun altro, no?

In fin dei conti, però, è nient’altro che insondabile indottrinamento – e ciò è inaccettabile – perché senza amore è difficile trovare senso alla vita, anche presumendo che ce ne sia.

Il mondo è pieno di persone sole che hanno paura di sbilanciarsi, ma la perfezione non è comunque prerogativa dell’indole umana. Chi ama non ammira nel silenzio, ma condivide il bene e il male, il dolce e l’aspro, il facile e l’arduo, e non ha bisogno di pretenziose festività che gli ricordino di celebrare una mal rappresentata bozza di ciò che conosce bene.

Perché amare non è vivere in un’illusione, bensì sacrificare la propria falsa individualità per accogliere un sé più grande. È la voce del vero e del giusto, e non si può accettare che il mondo marcisca nella completa indifferenza delle vittime e dei colpevoli.

Luca Martin

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