Kutso, una recensione per persone sensibili

81i6irzyn8L._SL1500_È tutto un bluff. È tutta una presa in giro. Con la loro musica sempliciotta e dagli arrangiamenti al limite del banale, non ingannano nessuno. Basta prestare un po’ d’attenzione e diventa evidente il fatto che i KuTso hanno dei seri problemi. Sclerati, esauriti, fuori di testa. Felici e depressi allo stesso tempo. Girano l’Italia da tre anni sui palchi dei locali più alternativi del Paese e poi ce li ritroviamo su quello del Festival di Sanremo a sfiorare la vittoria nella sezione giovani.
Ed è vero, non fermatevi alla prima impressione, ci stanno ingannando. In realtà dietro alla loro musica c’è molto di più.

“Musica per persone sensibili” è il titolo del loro ultimo album.
Album che si apre con un pezzo chiamato proprio “Bluff”. Arrangiamento semplice e scherzoso, contrapposto a un testo pessimista e disperato: il tipico brano dei kuTso. Si nota però un generale passo avanti rispetto alle produzioni precedenti: la parte strumentale è curata meglio, anche se rimane quel pizzico di banalità che li ha da sempre contraddistinti nel bene e nel male. La contrapposizione tra sonorità allegre e testi malinconici può essere considerata il filo conduttore dell’intero album. C’è però qualche eccezione.

Come “Elisa”, il brano che hanno portato a Sanremo, “L’amore è” e “Se copuliamo”, che si discostano un po’ dall’atmosfera generale del disco. Su questi primi tre brani non c’è molto da dire. Passano abbastanza inosservati.
Quelli che invece non passano inosservati sono i notevoli “Io Rosico”, “Nel buio e nel silenzio” e “Spray Nasale”, i migliori brani dell’album. Qui i kuTso riescono perfettamente a trovare il giusto equilibrio tra leggerezza e significato. Il gioco di parole con l’espressione “Spray Nasale” ci ricorda molto lo “Shampoo” di Gaber, uno degli artisti a cui si sono da sempre ispirati. Altri loro riferimenti musicali sono sicuramente i Beatles: non a caso un altro episodio notevole dell’album è “Why don’t we do it in the road”, cover di un pezzo estratto direttamente da “The Beatles”, doppio album capolavoro dei quattro ragazzi di Liverpool.
Il disco prosegue con il rockeggiante “Bevo te” e i pungenti “Call Center” e “Non Servono”, in cui è più evidente la loro critica alla società contemporanea, contornata da un velo di ironia, presente da sempre nei loro brani. “Quante cose che non servono/ed è assurdo, tu vuoi convincermi”.
A concludere l’album ci pensa “Triste”, ballad dall’atmosfera malinconica e amareggiata, un brano dai toni inediti per i kuTso. Qui sembra non essere percepibile la consueta allegria di fondo, complice una parte strumentale meno briosa. Perdendo la loro solita spensieratezza, però, i kuTso rischitano di perdere anche l’interesse dell’ascoltatore.

Se si esclude il calo nel finale, il disco si rivela comunque un successo. Il gruppo, fondato nel 2007 tra i castelli romani, si conferma una delle realtà più promettenti del nostro paese. Ora manca il definitivo salto di qualità. Con questo, un po’ di esposizione mediatica e magari un pizzico di fortuna, avranno tutte le carte in regola per diventare una delle band più sclerate, esaurite, fuori di testa, felici e depresse d’Italia.

Ilaria Sabino, Alessandro Perrone

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