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La Casa di Carta di Quentin

da 5 Apr 2018Culture, Presente1 commento

Questa mattina mi son svegliato e ho scoperto che non solo io e il regista avevamo visto “La Casa de Papel”.
Ho pensato: un gruppo di delinquenti che compiono una rapina? Già visto. Forse. Ma soprattutto: una serie spagnola? Capirai, fiumi di pregiudizi. Pregiudizi che inizialmente scorrevano anche nella testa del sottoscritto, che però non ha potuto nulla di fronte alla curiosità di sapere cosa ci facesse la faccia di Dalì sui volti di una banda di criminali intenti a svuotare la Zecca Nazionale Spagnola.

La prima stagione della serie ideata da Álex Pina e trasmessa da Antena 3 in due parti è arrivata in Italia lo scorso dicembre grazie – ancora una volta – a Netflix. La piattaforma di streaming, tuttavia, si è concessa la libertà di rieditare gli episodi per adattarli alla fruizione più tradizionale, tagliandoli dai 70/75 minuti spagnoli ai 40/50 circa. In questo modo abbiamo avuto la possibilità di vedere solo nove degli episodi originali, corrispondenti ai tredici su Netflix, e non ci resta che aspettare il 6 aprile per la seconda parte. La formula ha evidentemente funzionato, dato che la serie, uscita un po’ in sordina, da febbraio in poi ha avuto una crescita esponenziale di pubblico.
Un successo meritato dovuto a fattori abbastanza facili da individuare.

Innanzitutto la sorpresa. Un’industria televisiva storicamente consolidata come quella spagnola e sudamericana è sempre arrivata sui nostri schermi, soprattutto grazie a telenovelas e altre vergognose produzioni, sicché mai ci si sarebbe aspettati che dalla terra de “Il Segreto” sarebbe arrivato un gioiellino come “La Casa de Papel”, che punta sulla cosa più amata e citata degli ultimi venticinque anni: il linguaggio di Quentin Tarantino, che ritroviamo ovunque nella serie.

Il linguaggio utilizzato dalla serie, appunto, sia in termini meramente narrativi e registici, sia per l’innegabile fatto che il mondo latino americano, tra raggaeton e balli di gruppo, sta riportando in auge la stessa lingua spagnola. Un fenomeno sociale mondiale interessante che si riversa anche sull’audiovisivo. È molto facile, quindi, che oggigiorno si creino dei tormentoni più spagnoleggianti che a stelle e strisce: dal semplice “Plata o Plomo” di Escobar al caldissimo “Fuego!” di Berlin, che introduce il prossimo – e forse il più solido – punto di forza della serie.

Il cast. Perché i cast corali, si sa, quando funzionano bene, sono spesso la carta vincente di ogni partita. Vuoi per la molteplicità di caratterizzazioni e background, che permette di sviscerare molti più temi, vuoi per le relazioni che si creano tra i personaggi, che garantiscono sviluppi e intrecci quasi sempre intriganti. Le storie soliste ormai appartengono al passato e hanno lasciato spazio alle orge di personaggi di “Game of Thrones” e “Sense8”. Lo stesso succede con i protagonisti de “La casa de Papel”, già entrati nell’immaginario collettivo e già amatissimi dal pubblico, che li ha consacrati facendo partire il classico “who’s your favourite?”. Innegabile conseguenza della bravura e del carisma sconfinato degli attori e di una scrittura precisa e fresca fin dall’inizio, con la scelta sopraffina dei nomi dei protagonisti, che vi ricorderà qualcosa.

Lo stile è il “last but not least” dei pro, che riesce addirittura a oscurare qualche calata di tono qua e là, ma che abbastanza coerentemente e continuamente tiene alto il livello partendo da una fotografia di stampo internazionale fino a un montaggio ipercinetico degno di nota. Forse talmente stilosa da coprire il sottotesto rivoluzionario che promettevano i primi episodi e che speriamo venga fuori più avanti. Non approfondire sarebbe uno sbaglio.

Unica pecca è la troppa ripetitività degli eventi e come si svolgono: il plotwist dovrebbe essere l’asso nella manica di ogni buona sceneggiatura basata sulla suspance. Nel momento in cui se ne abusa diventa scontato, prevedibile e noioso. La paura è che questa seconda midseason ricominci ancora una volta con il solito colpo di scena riproposto sistematicamente durante la prima parte di stagione.

Con l’augurio che ciò non avvenga, e che si dimostri una delle serie rivelazioni dell’anno, allego per ultima la colonna sonora, che qui a Roma è anche il saluto di quei giovani che hanno tanto amato la serie fino a ora.

 

Paolo Carabetta

Paolo Carabetta

Graphic Designer e Videomaker per Web, Cinema e Tv. La legge di Murphy è la mia legge.

1 commento

  1. Mark

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