La casa di Lars

Cruento, sconvolgente, massacrante, poetico, frustrante, ammaliante. Queste le prime parole che saltano alla mente dopo aver visto un film come “La casa di Jack” di Lars Von Trier che, senza troppi preamboli, mi sento di classificare come capolavoro.

Ricordo che appena uscito dalla sala provai uno strano senso di spaesamento, come se avessi perso l’orientamento e non riconoscessi più niente di quello che fino a poche ore prima consideravo familiare. Ero stato violentato da un tour de force di immagini perturbanti e crudeli che però possedevano anche il fascino sublime della poesia e della bellezza.

È proprio su questo che poggia la storia di Jack, un soggetto schizoide con tendenze ossessivo-compulsive, che uccide vittime casuali perché convinto che l’omicidio sia da considerare come l’ottava arte. Per lui assassinare deve essere paragonato a una poesia di Baudelaire o a un quadro di Artemisia Gentileschi (pittrice italiana della scuola Caravaggesca, nota per aver dipinto scene cruente come la decapitazione di Oloferne).

Lars Von Trier smette di essere Lars Von Trier per esserlo ancora di più, lavorando con estrema lucidità e consapevolezza in un film che, a detta sua, è da considerare tra i più violenti che abbia mai realizzato. Si avvale di una tecnica cinematografica perfetta e rivoluzionaria che in molti punti sembra provenire dalle avanguardie storiche. Una attenta e chirurgica riflessione sul male che risiede in noi e nella nostra epoca. Il tutto raccontato attraverso l’impeccabile e folle interpretazione di Matt Dillon, che sembra prendere in prestito gli occhi del diavolo per calarsi in un ruolo che sbalordisce, inquieta e… diverte. Viene a crearsi un tremendo cortocircuito nella mente dello spettatore che sembra divertito dell’orrore a cui è sottoposto. Alla fine ci si trova a tifare per il mostro, augurandosi che nulla possa fermarlo e che continui a uccidere sempre di più e con metodi sempre più geniali. Un po’ come accade durante la visione di film come Arancia meccanica (A Clockwork Orange) di Stanley Kubrick, dove colui che dovrebbe essere ritenuto come un antagonista diventa l’eroe a cui è impossibile non affezionarsi.

Questo è possibile grazie alle trovate geniali di regia che riescono nell’impresa di creare la giusta empatia tra personaggio e spettatore. Un film che mette in scena, all’interno di una cornice metalinguistica, un vero e proprio paradosso ontologico che ribalta alcune tesi alla basi del cinema:

André Bazin, critico cinematografico francese, nel saggio Ontologia dell’immagine fotografica datato 1945, partendo da una riflessione sulla fotografia pone la tecnica dell’imbalsamazione come punto fermo nello sviluppo delle arti plastiche e figurative, introducendo il concetto di “Complesso della mummia”. Tale complesso nasce da un’esigenza psicologica della razza umana di difendersi contro l’ineluttabilità del tempo, contrastando la morte attraverso l’apparenza .


Ontologia dell’immagine fotografica di André Bazin, 1945

Nel caso del film di Von Trier avviene esattamente il contrario poiché Jack ha la strana abitudine di fotografare le sue vittime andando contro il principio Baziniano di arte come strumento per superare la morte. Questo perché al nostro personaggio interessa esaltare la morte, tanto da sfidare persino Dio in persona.

Le teorie perverse di Jack/Dillon ci riportano alla mente un altro film che, sebbene sia diametralmente opposto a questo (e molto più censurato visto che fu realizzato nel 1949), ci proponeva le medesime idee: “Nodo alla gola” (Rope) di Alfred Hitchcock, in cui James Stewart parlava dell’omicidio come un’arte per pochi esseri superiori. Nella pellicola Hitchcockiana però il tutto veniva stemperato da un black humor altissimo e sopraffino che sicuramente non appartiene alla favola diabolica e più viscerale di Lars Von Trier.

Privato di poco più di un minuto (che è possibile vedere nella versione in lingua originale) per colpa della censura , “La casa di Jack” è un prodotto stratificato che contiene molteplici chiavi di lettura: una, a parer mio, è una sottile quanto profonda critica all’indifferenza e all’omologazione di massa che dominano il panorama contemporaneo. Una rilettura in chiave moderna dell’inferno Dantesco che viene per altro raffigurato nel finale secondo gli stilemi classici dell’immaginario collettivo. Una conclusione che a prima vista può risultare un po’ pretenziosa e che poco sembra incastrarsi nelle logiche narrative messe in scena dal film, ma che però alla fine risulta funzionare alla perfezione.

Un film unico nel suo genere. Uno straordinario esercizio di regia sperimentale e irripetibile che non si può non vedere. Un nuovo tassello del cinema contemporaneo che non può e non deve passare inosservato.

Mario Vai

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