La domenica creativa: “Unchained Melody”

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Era appena tornato a casa dopo una lunga e stressante giornata di lavoro. Fascicoli su fascicoli, ne aveva firmati così tanti che gli faceva male la mano. Pur avendo bagnato il pavimento con le scarpe, come sua abitudine, si sbottonò i primi bottoni della camicia, allentando il nodo della cravatta che lo stava soffocando. Quelle serate così piovose, quasi sempre, lo costringevano a ordinare della pizza e a sdraiarsi sul divano con una birra scadente. Beh, prima la sua vita non era così, quando c’era lei non era monotona e schematica come ora. Prima se fosse entrato con le scarpe bagnate dentro casa, lei gli avrebbe fatto una ramanzina che sarebbe terminata solo dopo essere andati a letto. Perché la conosceva bene lui, sapeva che le sue arrabbiature duravano quanto uno schiocco di dita e sapeva che i suoi baci le facevano sempre cambiare umore.
Quella sera così grigia gli portava un senso ancora più pesante di malinconia. Accese un Montecristo e fumandolo si mise a cercare qualche vecchio vinile. Ne trovò uno dei Righteus Brothers. Lo mise nel 78giri e partì la canzone.
“Unchained Melody”, la loro canzone. Lei amava sentirla mentre facevano l’amore, creava un’atmosfera unica. Rimase fermo, non riusciva a parlare. Forse per il dolore o forse proprio per quella canzone.
“Oh, my love my darling I’ve hungered for your touch… A long, lonely time and time goes by so slowly… And time can do so much”.

Prese la giacca e uscì di fretta da casa.
Iniziò a correre sotto la pioggia senza una ragione, con quella maledettissima canzone che gli risuonava nella mente, lo tormentava, gli stringeva così forte il cuore che gli ricordò l’abitudinale cravatta che ogni sera allentava.
“Are you still mine?”
Completamente zuppo arrivò davanti a quel grande cancello in ferro, in quel posto che con il tempaccio di quella sera sembrava ancora più triste e vuoto. Aprì il grande cancello cigolante. Era lì. La foto gocciolante la rendeva ancora più bella. Quel sorriso che emanava luce e i suoi capelli ricci e neri. Scoppio a piangere come non aveva mai fatto fino a ora, come mai aveva voluto fare.
“I need your love, I need your love”
Era solo. L’unica compagnia era la pioggia che aumentava minuto dopo minuto, con il suo assordante fragore. Ma quella canzone era più forte di ogni cosa. Strinse le braccia al petto e abbracciò la foto. La abbracciò come faceva ogni sera e iniziò a ballare a occhi chiusi sotto la pioggia, che sembrava piangesse con lui quella notte.

Eccola. Arriva. Veste di luce e i suoi capelli lunghi, sciolti; la sua pelle è abbronzata e i suoi occhi brillano come l’ultima volta. Non può toccarla ma la sua essenza e il suo sguardo sono così caldi e tangibili che non serve il contatto fisico. Sorridono, piangendo dalla felicità. Lui ha il cuore ancor più stretto di prima. Lei se ne accorge, gli va vicino e guardandolo gli dice.
“Quante volte ti devo dire che quando piove devi toglierti le scarpe prima di entrare in casa?”.
Sorride. La guarda.
“Ho bisogno del tuo amore!”
La luce si fa molto più fitta. L’avvolge. Ormai è quasi invisibile.
“Sono con te ogni volta che chiudi gli occhi. Sarò lì a sussurrarti il mio amore” disse sparendo nel bagliore luminoso.
Si svegliò di soprassalto, la cenere del sigaro gli aveva bruciato la mano. Il 78giri suonava ancora. Si alzò confuso, ma felice. Prese il cappotto e uscì. Aveva smesso di piovere. Quella sera decise che avrebbe ripreso in mano la sua vita, iniziando dal pavimento, ripulendolo ogni volta che fosse entrato con le scarpe bagnate.

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