La fine dei vent’anni di Francesco Motta

Come nasce “La fine dei vent’anni” e quanto tempo ci hai messo a scriverlo?
La fine dei vent’anni nasce dalla voglia di metterci la mia faccia e le mie canzoni. Dopo la bellissima esperienza con il gruppo avevo altre esigenze. Ho iniziato a scrivere l’album nel 2013, più o meno. Credo di averci messo il tempo giusto.

Come mai hai voluto fare un album da solista? Quali sono i pro e i contro di avere un gruppo?

È diverso. Nel mio progetto solista una delle prime cose di cui mi sono accorto è stata che non potevo dare la colpa a nessuno, fondamentalmente. Con il gruppo è bello perché abbiamo iniziato insieme. Abbiamo iniziato quando avevamo vent’anni, quindi diciamo che il sentirsi parte di qualcosa ti aiuta sicuramente e rende i momenti difficili più leggeri.
 
Pensi sia più difficile lavorare da solo o in gruppo?
In quel momento sarebbe stato più difficile lavorare da solo. Oggi sono molto più felice di cantare queste canzoni. In quel momento lì ero felice così e oggi sono felice così.
 
Quanto è stato importante per te Riccardo Sinigallia e che tipo di rapporto si è creato fra di voi?
È stato importantissimo perché ha tirato fuori quello che già avevo e mi ha aiutato a trovare quello che ancora mi mancava. Siamo diventati molto amici e credo sia la cosa più importante di tutte.
 
Recentemente hai firmato un accordo discografico con la Sugar Music. Vuol dire che dobbiamo aspettarci un nuovo album ancora più pop?
Più pop non lo so. Ho scoperto che quel mondo lì mi piace tantissimo, ma che fare pop per come lo intendo io è la cosa più difficile del mondo. Sono sempre attratto dalle cose che non mi riescono e dalle cose difficili, quindi spero di riuscire a fare un disco pop, ma non lo so. Potrei veramente anche fare un disco di canti gregoriani e di battiti di mani e nessuno mi potrà mai dire niente. Farò quello che voglio fare sicuramente e ciò dipende dalla scelta dell’etichetta. Questo mi permette di fare quello che voglio in maniera tranquilla. La Sugar è una struttura fatta da professionisti, ma anche una famiglia che si è allargata, nonostante siano rimaste le stesse persone di sempre.
 
Con “La fine dei vent’anni” cosa hai voluto descrivere e trasmettere a noi ascoltatori?
In generale volevo tirare fuori le mie verità e le mie fragilità e darle in pasto agli altri. Questo volevo fare. E so di esserci riuscito, a prescindere da cosa è stato percepito. Ho capito di esserci riuscito appena ho finito di ascoltare il disco: avevo detto la verità.
 
Dunque, questo passaggio dai venti ai trent’anni com’è stato?
Bello.
 
Molto sintetica come risposta.
Beh, è una domanda che mi hanno fatto talmente tante volte che mi sembra che la risposta più giusta sia dire che è bello.

Se dovessi dare un consiglio a band emergenti o a ragazzi che vorrebbero “sfondare” nel mondo della musica, quale sarebbe?

Il consiglio per provare a sfondare nel mondo della musica è non pensare mai di sfondare nel mondo della musica. Questa è proprio una di quelle cose che ti possono aiutare a sfondare nel mondo della musica, cioè non pensare mai al modo migliore per arrivare alle persone, cosa fare, come fare. Pensare tantissimo alle canzoni, pensare a emozionarsi quando si vanno a cantare. La cosa più importante di tutte è non pensare ai risultati e questo credo valga anche per gli altri tipi di lavori.

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