La notte degli Oscar

Il red carpet è steso all’ingresso del Dolby Theatre in attesa delle celebrità. Il tappeto rosso, verso le quattro del pomeriggio, si inizia a tingere dei colori degli splendidi abiti delle star, mentre in Italia si inizia ad avvertire una certa stanchezza. D’altronde cosa si può pretendere all’una di notte?
La cerimonia sembra non arrivare mai. Chiacchiere inutili sugli abiti delle celebrità, su Meryl Streep e i capricci per il vestitino fatto apposta per la serata fra amiche. Quest’anno, a quanto pare, domina la semplicità. Bianco, nero e qualche abito dorato. Che noia.

Se vi appassiona la moda andate su VanityFair, ché qui non abbiamo tempo da perdere. Bisogna parlare di cinema. I poveri italiani, me compreso, ammazzano il tempo tra tweet sugli Oscar e caffè a ripetizione e, messa sul fuoco la terza moca della serata, verso le 2.30 la cerimonia ha finalmente inizio. Si parte alla grande con Justin Timberlake e la sua “Can’t Stop The Feeling”, canzone nominata come miglior canzone originale per “Trolls”. Tutti iniziano a ballare, anche Meryl Streep.
Dopo il siparietto del cantante, entra in scena il presentatore Jimmy Kimmel. Adesso tocca a lui e al tradizionale monologo d’apertura. Il suo è semplice, pulito e molto sarcastico. Mi inizia già a piacere il buon vecchio Jimmy, la serata finalmente si anima un po’. Ma passiamo ai premi.

Come migliore attore non protagonista, Mahershala Ali (“Moonlight”) soffia l’Oscar a Dev Patel e Lucas Hedges. Mi dispiace in particolar modo per Dev Patel, che ha saputo dare letteralmente vita al suo personaggio, Saroo Brierley in “Lion”.
Per la migliore attrice non protagonista vince Viola Davis, per il suo ruolo in “Barriere”. Tornano a casa a mani vuote Naomie Harris (“Moonlight”), Nicole Kidman (“Lion”) e Michelle Williams (“Manchester by the Sea)”. Mi sembra doverosa una menzione speciale per le interpretazioni di quest’ultime due grandissime attrici.

Dopo il primo gruppo di premiazioni arriva uno degli highlights (piacevoli) della serata. Jimmy Kimmel fa cadere dal cielo delle caramelle, racchiuse in dei piccoli sacchetti, che toccano terra dopo una lenta discesa con dei mini paracaduti, arrivando a tutti i candidati.

Prima delusione della serata è il mancato Oscar come miglior documentario a “Fuocoammare”, vinto invece dal mastodontico “O.J.: Made in America“, della durata di ben sette ore e mezzo (neanche i giurati l’hanno visto tutto!). Ma noi italiani possiamo comunque essere fieri dell’Oscar conquistato da Alessandro Bertolazzi e Giorgio Gregorini insieme al truccatore statunitense Christopher Nelson per il miglior trucco in “Suicide Squad”. I truccatori hanno dichiarato di aver impiegato ogni giorno sul set per ogni personaggio principale circa tre ore. Un lavoro ben ricompensato, però.

Le sceneggiature candidate di quest’anno hanno fatto emozionare milioni di persone, ma le migliori di tutte sono quella di Barry Jenkins e Tarell Alvin McCraney per “Moonlight”, che porta a casa la statuetta per miglior sceneggiatura non originale, e quella di Kenneth Lonergan per “Manchester by the Sea”, che vince quella per la miglior sceneggiatura originale.
Inutile dire che alle 5.30 del mattino nel mio stomaco si sta aprendo un cratere, e quindi alla pioggia di Oscar si unisce una pioggia di biscotti.

Addolcito e rifocillato mi sento pronto per i pezzi forti. Vince il premio come migliore attrice protagonista Emma Stone, per la sua interpretazione in “La La Land”. Il film porta a casa altre sei statuette. La qualità di tutto il complesso, dalla regia alla fotografia fino alla colonna sonora, è perfetta e a questo si uniscono prove attoriali come quella della meravigliosa Emma Stone, che quando interpreta Mia ha negli occhi la grinta di chi vuole sfondare e lo sguardo di chi sa amare. Insieme alla sua bellezza, alla sua voce dolce e al suo carisma, riesce a rendere il film di una leggerezza unica. Almeno per una prima parte.

A prendersi la statuetta come migliore attore è Casey Affleck, che sa dare spessore al suo personaggio grazie a una recitazione asciutta e misurata; grazie alla sua inespressività è riuscito a far sembrare il film molto più tangibile e freddo. Forse sono gli occhi di chi ha realmente avuto un passato difficile.

Siamo in chiusura e anche il mio corpo comincia a protestare, ma proprio mentre la stanchezza sta per avere la meglio, arriva la più grande gaffe della storia degli Oscar. Warren Beatty annuncia “La La Land” come miglior film. Il cast e i produttori salgono sul palco e iniziano i ringraziamenti, ma c’è qualcosa che non quadra. Un’espressione di sorpresa comincia ad apparire su alcune facce. Il premio è di “Moonlight”, al povero Warren Beatty hanno dato la busta sbagliata.
Chiude la serata il sorriso di Ryan Gosling che quasi sembra gongolare fra il caos del Dolby Theatre. Forse perché ha compreso quanto la meritocrazia conti realmente agli Oscar. Ma forse è meglio per ora soprassedere, a riguardo.
Di certo le emozioni non sono mancate e, nonostante il sonno, il noiosissimo commento pre-cerimonia e qualche biscotto di troppo, è davvero valsa la pena aver passato una notte in bianco (e nero) insieme alle stelle.

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