Le Cronache di Lafyen

PROLOGO

IL DOMANI RIPOSTO

La paura per qualcosa non fa altro che definire chi realmente siamo. È solo con la presa di coscienza delle nostre paure che possiamo imparare a gestirle.

~ Katherine

KATHERINE

Mia madre amava sempre ricordarmi che non bisogna avere paura del buio. Di conseguenza, non facevo altro che ripetere a me stessa: «Avere paura non serve a nulla». E la maggior parte delle volte funzionava. Posso constatare che ho smesso di averne paura verso l’età adolescenziale, anche se alcune notti continuavo a svegliarmi a causa degli incubi. A un certo punto della mia vita ho dovuto semplicemente accettare che ogni essere umano fa brutti sogni e che, anche quelli, erano parte di me. Ma a quell’età non potevo permettermi il lusso di mostrare alle mie due migliori amiche, Diana e Sophie, quel mio lato ‘debole’; temevo potessero pensare che fossi una ragazzina piagnucolona che si spaventa per qualsiasi cosa. E forse è proprio questo quello che rimpiango: non aver mai mostrato loro chi fossi veramente, in quanto mi rifiutai sempre di apparire debole ai loro occhi. Non mi ero maimessa a piangere; se proprio ne sentivo la necessità – in quei rari casi – lo facevo nella mia camera, ma da sola. Non ne conosco il motivo, sarà perché non mi piace che la gente si metta a spettegolare su quanto possa sembrare con la lacrima facile… o forse, nessuno è mai stato in grado di farmi sentire talmente tanto fragile da farmi uscire le lacrime.

«Katherine, sei sicura che il posto sia questo?» mi domandò Diana, mostrando come al solito la sua insicurezza.

Mi voltai di scatto a guardarla. «Stai tranquilla, siamo quasi arrivate» risposi rassicurandola, per poi sorriderle dolcemente. Diana era come una bambina, aveva bisogno di continue supervisioni. Forse perché sua madre morì quando lei era ancora piccola. Le mancava una figura materna; anche se per provvedere alla mancanza della madre suo padre si risposò, lei non vide mai di buon occhio la sua nuova moglie. Diana la descriveva come la matrigna cattiva di Cenerentola, ma in realtà Helen era tutto il contrario. Invece, ho sempre creduto che il problema di Diana fosse la sua sorellastra Janae, la figlia di Helen: una ragazzina davvero insopportabile! Infatti, quando potevo, evitavo di andare a casa sua quando c’era nei paraggi anche la piccola peste. A tredici anni si comportava come una diciottenne. Era troppo precoce ai miei occhi e a quelli di mia madre!

Diana non aveva mai accettato del tutto il matrimonio, anche se ormai erano passati quasi cinque anni. Rammento ancora con quanta furia, quel giorno, Diana entrò in casa mia e mi annunciò le nozze di suo padre. Io le feci i miei migliori auguri, ma lei divenne ancora più rabbiosa. Mi disse che lei una madre ce l’aveva già e che nel suo cuore non ci sarebbe mai stato il posto per un’altra. Minacciò addirittura il padre di scappare di casa. Per qualche giorno, infatti, rimase a dormire da me, ma alla fine mia madre ed io la convincemmo a tornare a casa sua.

Tutto migliorò con l’arrivo di Sophie. Si era appena trasferita dalla Florida, per problemi finanziari legati alla sua famiglia. Facemmo praticamente subito amicizia con lei. Iniziammo tutte e tre a trascorrere molto tempo insieme: interi pomeriggi passati al parco o nelle nostre stanze a giocare. Sembrano passati decenni! Il problema è che presto crescemmo, ci ritrovammo al liceo e, si sa, la vita da liceali è molto movimentata, ma mai avrei pensato fino a che punto potesse diventarla.

«È questo il posto?» chiese a un tratto Sophie.

«Sì, è questo» le risposi. «Dopo un anno non è cambiato nulla».

Guardandomi intorno mi accorsi che tutto era rimasto come lo avevamo lasciato un anno fa ed ebbi uno strano senso di déjà-vu quando decidemmo di accamparci nello stesso punto dell’ultima volta; solo che non potei scacciare quella strana sensazione che mi aveva assalito da quando ero scesa dalla macchina.

«Hai proprio ragione» mi assecondò lei. Sentii qualcosa di sinistro: ebbi la strana sensazione che a distanza di un anno qualcosa fosse cambiato. C’era una strana aura che avvolgeva quel posto, e ad essere sincera non mi piacque per niente. Sentii un rumore provenire dal bosco, come se qualcuno avesse spostato le foglie. «Avete sentito?» domandai alle ragazze, agitandomi, preoccupata.

«Cosa?» Diana si allarmò, com’era tipico di lei.

«Quel rumore». Il tono della mia voce si alzò un po’ e il cuore iniziò a battermi più velocemente, tanto da farmi prendere dall’ansia.

«Sarà stato qualche procione. Siamo nel bosco, è normale che si sentano rumori simili. Rilassati, Kath!» esordì Sophie tranquillizzandomi. Provai a rilassarmi respirando di diaframma qualche volta, ma non funzionò granché. Perché? Provai a convincermi che fosse stato solo un animale a fare quel rumore e pian piano riuscii.

Posai la tenda a terra, la aprii insieme al libretto delle istruzioni e tentai di capirci qualcosa. Dopo trenta minuti abbondanti riuscii finalmente a finire di montarla e, per dimostrarlo, mi lasciai cadere a terra sbuffando, ma soddisfatta del mio lavoro.

«Ci sei riuscita, finalmente!» esclamò Diana, burlandosi di me.

«Non ci speravamo più» aggiunse subito dopo Sophie.

«Continuate pure a prendermi in giro, tanto non m’importa» ribattei, scoppiando infine a ridere. Mi sciolsi i capelli per farmi nuovamente la coda, spettinatasi mentre stavo tentando di montare la tenda. «Ci conviene andare a cercare della legna per accendere il fuoco, prima che faccia buio» proposi loro, mentre stringevo l’elastico.

«Ma sono appena le sei di sera» ribatté Diana in modo quasi lagnoso.

«C’è un detto che dovresti conoscere anche tu!» esclamai.

«Ah, sì? E quale sarebbe?» sbuffò con aria stralunata.

La guardai esasperata. È senza speranza, pensai. «Non rimandare a domani ciò che puoi fare oggi» dissi secca. «E ora andiamo a cercare un po’ di legna».

Ci addentrammo nella fitta boscaglia, alla ricerca di pezzi di legna da ardere. Camminammo a lungo, tanto da riuscire a perdere la cognizione del tempo e riuscimmo a smarrire perfino la via dell’accampamento un paio di volte.

«Che ore sono?» chiese Diana tutto d’un tratto.

Sophie prese il cellulare dalla tasca e glielo sbatté quasi in faccia. «Le sette meno venti».

«Ora che abbiamo abbastanza legna da ardere, possiamo tornare verso le tende?»

«Che c’è, hai paura D?» incalzò Sophie, mettendosi a ridere.

«Non ho paura. Sono solo stanca» piagnucolò.

Guardai Sophie, che mi rivolse un sorriso complice. «Dai, hai vinto tu, torniamo indietro».

«Menomale!» esultò Diana, tirando un sospiro di sollievo.

Mentre facevamo dietrofront verso l’accampamento Sophie domandò: «Cosa mangiamo?».

«Mia madre ha preparato dei sandwich» la informai.

«Per fortuna che c’è Elizabeth che pensa a tutto» sbuffò Diana ironica. Sapevo che si stava riferendo alla sua matrigna.

Tornate all’accampamento posammo immediatamente la legna al centro delle nostre tende e Sophie si preoccupò di accendere il fuoco. Diana si accasciò al suolo incrociando le gambe sul terreno umidiccio e portandosi una mano all’altezza dell’orecchio, si sistemò una ciocca rossiccia ribelle sfuggita alla treccia dietro di essa. «Uffa, non c’è campo» sbraitò dopo aver controllato il cellulare.

Da dietro gli alberi sentimmo, improvvisamente, dei versi di alcuni animali. Diana si irrigidì, finendo per far cadere il suo cellulare a terra.

«Cos’è stato?» bisbigliò Sophie impaurita.

«Non lo so, ma non mi piace per niente» cinguettò Diana.

Ci avvicinammo l’una all’altra. Per precauzione estrassi dal fodero il pugnale che mi portavo dietro ogni volta che decidevo di fare campeggio. I passi degli animali si facevano sempre più vicini. Deglutii a fatica. Avevo il cuore in gola.

Poi, improvvisamente, da dietro gli alberi sbucarono tre animali: un lupo, un cavallo e una leonessa. A prima vista, il manto grigio del lupo mi sembrò molto folto e morbido. I peli del muso erano allungati e formavano dei ciuffi che gli davano un’aria volpesca, insieme agli occhi azzurri che sembravano brillare nell’oscurità.

Io e le ragazze ci guardammo stupite. Una leonessa in mezzo al bosco?! Certo che è strano. Lo è anche vedere un lupo e un cavallo insieme, però. Il cavallo aveva un mantello sauro: marrone rossastro con la criniera e la coda del medesimo colore. Quando provammo a indietreggiare emise un nitrito che mi spaventò.

Dietro di loro ecco che spuntò una quarta figura. Però, non era di un animale. Era umana.

«Sono tuoi questi animali?» domandò Sophie, intimidita.

La figura non le diede subito una risposta, anzi continuò ad avanzare sempre di più, finché riuscimmo a distinguerla: era una donna. Aveva la carnagione olivastra, occhi grandi e marroni, che sembrava potessero leggere l’anima. La bocca era grande e carnosa e una cascata di capelli castano scuro le arrivava fino a sotto il corsetto che stava indossando. Era vestita in un modo alquanto… antico. Sembrava appena uscita da un film storico. I suoi lineamenti erano così dolci che sembrava appartenessero a una bambola di porcellana.

Lo stesso non si poteva dire della leonessa di fianco a lei: il manto era candido, le fauci bene in vista, a primo impatto, mi fecero sentire minacciata. Quando pensai al mio collo in mezzo alle sue fauci, tentai di ricacciare giù il nodo che mi si era formato in gola.

«Mi dispiace molto ragazze, non era mia intenzione spaventarvi» disse con il massimo della serietà.

«Chi sei?» chiese Sophie.

«Mi chiamo Alayna, sono una Maga».

È completamente pazza, perfetto.

La donna si voltò verso di me con sguardo agghiacciante. «Non sottovalutarmi troppo Katherine ‘fiammata’ Leighton Torræst» mi rimproverò. Come avrà saputo quello che pensavo? Come avrà fatto? Da cosa l’ha capito?

«Che cosa vuoi da noi?» le domandai, aggrottando la fronte.

La donna accennò un sorriso enigmatico, arricciando il naso fece quasi paura. «Voi siete nate per svolgere una missione molto importante, per via della forza e della purezza celate nei vostri cuori». La sua mano indicò gli animali che erano seduti a terra, immobili come delle statue di pietra. «Lasciate che gli animali guidino i vostri cuori, così da poter sceglierete la strada da intraprendere».

«Ma che cosa significa?» sbottò Diana, ancor più confusa di prima. Senza che ce ne rendessimo conto, il vento aveva iniziato ad alzarsi e il fogliame a terra si smosse.

«Da questo momento voi diverrete le Guardiane: il vostro compito sarà proteggere l’antico Regno di Lafyen» enunciò con voce profonda. Appena terminata la frase, i tre animali emisero una luce bianca, splendente, tanto da farci istintivamente coprire gli occhi con le mani. Non appena la luce si affievolì e, quindi, riacquisimmo la vista, ci accorgemmo che erano spariti: al loro posto vi erano tre ciondoli: avevano la forma degli animali che c’erano fino a un momento prima, ma erano fatti d’argento.

Gemetti: «Ma che diavolo…?»

Si sono trasformati in dei ciondoli, è pazzesco!

«Katherine, il Lupo ti guiderà nella strada che devi intraprendere». La frase che mi disse non aveva alcun senso. Che cosa significa che il Lupo mi guiderà nella strada che devo intraprendere? Gli occhi iniziarono a bruciarmi, come se avessi passato tanto tempo a guardare lo schermo bianco di un monitor.

«Kath, i tuoi occhi…» urlò Diana spaventata. Mi voltai verso di lei, perplessa perché non riuscivo a capire che problema avessero i miei occhi.

«Cosa?» sbottai di rimando.

«Sono… rossi». Non appena terminò la frase, Sophie si coprì gli occhi e iniziò anche lei a lamentarsi. “Ma che cosa ci sta facendo quella psicopatica?” domandò una voce nella mia testa.

“Sophie?!” La mia amica si scoprì gli occhi, ma aveva qualcosa di diverso. I suoi erano diventati viola! Ma come diavolo era potuto accadere?!

«Diana, il Cavallo è l’animale che risponde al tuo richiamo, abbi fiducia in lui e ti proteggerà. Sophie, con la Leonessa imparerai a combattere e vincere le avversità che dovrai affrontare nella tua vita. Non temerla e troverai la tua vera forza». Il vento che si era alzato attorno a noi ora era cessato improvvisamente. «Voi siete le Guardiane della Regione di Tefstalia, accettate il vostro destino e ben presto vi sarà svelato ciò che vi attende».

Poco dopo anche gli occhi di Diana cambiarono colore, diventando di un blu scuro come le acque più profonde dell’oceano, ma dopo pochi istanti le ritornarono del loro colore naturale: verdi.

Dopo essersi inchinata, la donna fece per andarsene. Il mio primo istinto fu quello di farmi avanti e fermarla per la spalla. «Aspetta!» le urlai da dietro. «Che cosa significa?».

Alayna si girò, accennò un sorriso. «Abbi pazienza, Guardiana del Lupo; presto capirai tutto» rispose enigmatica, prima di sparire nel buio della notte, facendomi rimanere ancor più perplessa su quanto avesse detto. Guardiana del Lupo, era questo il mio nuovo appellativo?

Raccogliemmo i ciondoli da terra e li mettemmo in tasca, dovevamo valutare bene il da farsi. «E adesso?» domandò Diana, del tutto ignara di quello che ci aspettava.

«Adesso… continuiamo a vivere le nostre vite e proviamo a capirci qualcosa di quello che ci è appena successo» le risposi, cercando di apparire sicura delle parole che stavo proferendo. La verità era che non ero sicura di niente, ormai. Guardiane… Regni… poteri magici… queste cose esistevano solo nelle favole e adesso ci avevano investito come se nulla fosse.

Decidemmo di tornare a casa e raccontammo tutto a mia madre, la quale, con mio grande stupore, non mi prese per matta, anche se in un primo momento non mi credette. Anzi, accusò me e le mie amiche di esserci fumate qualcosa durante la serata passata nel bosco.

Quei ciondoli avevano dei poteri speciali, perché non appena indossati aumentarono la nostra forza, la nostra velocità, la nostra agilità. In pratica tutto era amplificato. Non eravamo delle normali adolescenti, non più ormai.

«Dato che ora siamo speciali, dobbiamo anche darci un nome» intervenni, mentre mi lasciai cadere sul letto della mia stanza.

«Hai qualche idea?» mi domandò Diana.

«Che ne dite de “Le Tre sorelle X”?» proposi, sperando di riuscirle a convincere.

«Ma cosa significa la “x”?» chiese Sophie. La ragazza si voltò verso di me, poi verso Diana. Alla fine scoppiò a ridere. «Lo sai, vero, che non ha senso questo nome?!».

In un primo momento mi offesi, ma decisi comunque di non prenderla sul personale. «Sì che lo ha. Ehi, molti nomi di band non hanno senso, quindi non trovo il motivo per il quale lo debba avere il nostro. Non suona poi così male: “Le Tre Sorelle X”!» borbottai. Sophie e Diana ci pensarono per qualche secondo, convincendosi alla fine del nome anche abbastanza strambo.

«Okay, mi hai convinta» esordì Diana, alzando gli occhi al cielo. Le donai un sorriso a trentadue denti che mostrava tutta la mia felicità in quel momento.

«Per me va bene quel nome, in fondo non deve per forza avere un senso, altrimenti dove starebbe il divertimento?».

A quelle parole ci avvicinammo per abbracciarci. Era l’inizio di una nuova avventura, una delle tante che ci attendevano. Fino a poco tempo fa non avrei mai creduto nell’esistenza della magia, ma dovetti ricredermi in men che non si dica. D’ora in avanti non saremmo più state Diana, Sophie e Katherine, ma Le Tre Sorelle X. Mi resi conto che non era un granché come nome, però era perfetto per l’anonimato.

Martina Carlucci

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