London Calling #11

Sono sicura che un giorno, prima o poi, mentre porterò un paio di tacchi e una gonna attillata, i capelli legati e una borsa elegante, mi ricorderò della mia immagine riflessa sulla vetrina del ristorante dove lavoravo quando avevo 19 anni.
Mi tornerà in mente dei miei jeans sempre sporchi di quella cioccolata che puntualmente, anziché finire su ogni cappuccino, arrivava sempre addosso a me.
Mi tornerà in mente il tesserino con scritto “Camilla” e la soddisfazione provata al cambio di badge per la promozione ottenuta a lavoro.
Mi tornerà in mente quando passavo, con quelle maledette buste dell’immondizia, in mezzo agli impiegati degli uffici accanto.
Mi ricorderò come grazie a tutto questo sono arrivata ad essere quel che sono.
Grazie ad ogni secchio cambiato; ad ogni cliente servito in cassa; ad ogni sorriso sforzato che doveva sembrare sempre naturale; alle volte che ho dovuto mandare giù ed accettare di avere dei superiori; alle volte che non capivo ciò che mi veniva detto in un’altra lingua.
Ricorderò quando tornavo a casa stanca, con i piedi che facevano male per aver passato ore e ore in piedi; con le unghie rovinate; con sempre poco trucco in faccia perché, ahimè, non ho ancora trovato un trucco che resista dodici ore.
Mi ricorderò di quando mi sdraiavo a letto e mi sentivo sola; di quando avrei voluto abbracciare qualcuno e sentirmi più calda in questa città così fredda.
Ricorderò quando mi guardavo allo specchio e mi sentivo di orgogliosa di me.
Ricorderò quando mia madre mi chiese “ma quanto tieni alla tua libertà, alla tua indipendenza, per sopportare così tanta fatica?” e io risposi “so che mi aspetterà qualcosa di nuovo, di più grande e più bello”.
Avrei voluto dirle che giorno dopo giorno mi accorgevo di crescere; imparavo a stare al mondo, con i suoi momenti sì e con quelli no.
Avrei voluto dirle che la soddisfazione provata nel vedere la mia immagine riflessa nello specchio, era più forte di tutta la fatica.
E vorrei dire a voi che l’immagine riflessa la sto vedendo ora nel vetro della metro, che quel che vi sto raccontando è la mia classica giornata lavorativa. E la gonna attillata con i tacchi, ancora non la porto.
Forse non la porterò mai perché non sarà quella la mia strada e, parlandoci chiaro, non ho la minima idea di che futuro mi aspetterà, ma son certa che sarà meraviglioso.

Camilla Arbore

1 commento

  1. Carla Supino dice: Rispondi

    Ciao Camilla, d’istinto mi viene da scrivere ” BEN FATTO! Come per i miei migliori studenti …anche se non ti conosco….
    E aggiungerei che, come dice il saggio “Chi non prova a crearsi il futuro che desidera, deve accontentarsi del futuro che gli capita!”.
    Condivido pure, tuttavia da donna, quel piacevole riferimento alla gonna e ai tacchi alti spesso associati ad una figura di manager arrivata, mai volgare, ma attraente e curata ….ma mi duole aggiungere che, al di là del set cinematografico, i tacchi indossati per una intera giornata non sono il massimo della piacevolezza e le gonne strette non tutte le grandi professioniste se la possono permettere ….
    ..Insomma “…è così che va la vita….”
    Carla Supino

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