24 fotogrammi – Manhattan

manhattan-59th-st-bridgeNel 1924 George Gershwin scrive “Rhapsody in Blue”, una composizione per pianoforte e orchestra capace di raccontarci non solo una melodia, ma anche il rumore, l’odore e l’atmosfera di New York: questa grande, enorme città, musa di centinaia di artisti che nel corso degli anni hanno saputo raccontarne tutte le sfumature.
Nel 1979 Woody Allen di sfumature ne racconta due: il bianco e il nero. Mette sul giradischi “Rhapsody in Blue” di Gershwin e scrive una semplice storia d’amore, che in realtà serve solo da pretesto per raccontarne un’altra.
Woody Allen nel 1979 gira “Manhattan”. Un capolavoro del cinema, ma anche e soprattutto la storia di quanto un uomo possa amare la sua città.

Ike è uno scrittore e autore di talk show. Odia il suo lavoro, sta scrivendo un libro che non sa come iniziare e ha una relazione con Tracy, un’ingenua diciassettenne interpretata da Mariel Hemingway – la famiglia è proprio quella di Ernest – affascinata da Ike e dal suo carattere cinico ma affettuoso. L’altra protagonista femminile è Mary: giornalista in perenne crisi di nervi, cattolica e intellettuale dai gusti un po’ alternativi, interpretata dalla musa alleniana dell’epoca, Diane Keaton. Allen racconta New York anche tramite i loro occhi e i loro visi, come se fossero le due facce della grande mela: quella candida e pura che dà il meglio di sè con il chiaro di luna che penetra tra i grattacieli e quella frenetica, affascinante nella sua complessità irrisolvibile. La città rimane protagonista sullo sfondo delle vicende che investono i personaggi e le influenza. Nelle lunghe passeggiate, scenografie di gran parte dei dialoghi, i protagonisti sono sempre relegati in un piccolo angolo di schermo – Allen usa un formato panoramico – e le loro storie sembrano passare in secondo piano di fronte alle strade deserte, ai centri commerciali, a Central Park, a quella panchina che dà sull’Hudson, dove Ike e Mary chiudono la nottata che innescherà gli avvenimenti del film tra rotture, ripensamenti, crisi esistenziali e “cose per cui vale la pena vivere”.
Proprio nelle nottate, negli scorci, nelle luci e nei visi della Keaton e della Hemingway, si giustifica la bicromia di cui Allen farà ampio uso anche nei film successivi. I tratti spigolosi della giovane Tracy riflettono una luce quasi ultraterrena, al contrario del tondo ed espressivo viso di Mary che la Keaton tramuta in plastica dalle mille forme ed emozioni. Il nero della notte è profondissimo, merito dello straordinario Gordon Willis alla fotografia, e Allen lo fa “recitare” nel ruolo di catalizzatore amoroso nella scena del planetario, in quel quasi bacio tra Ike e Mary.
Il corso degli eventi porterà – come piace ad Allen – a una conclusione dolce amara.
“Devi avere più fiducia nelle persone” dice Tracy, il personaggio interpretato dalla Hemingway.
Una chiusura che volutamente si isola dal contesto del film, che volutamente sembra un po’ ingenua. La sequenza finale si chiude su Ike che accenna un piccolo sorriso: Tracy partirà in Europa per sei mesi e lui si è accorto troppo tardi che il suo viso è una di quelle cose per cui vale la pena vivere. Insieme a Groucho Marx a Marlon Brando e al secondo movimento della sinfonia Jupiter.
Il film potrebbe finire così. Allen lo sa, ma torna all’inizio. Torna a Gershwin, torna a “Rhapsody in Blue”. Torna a Manhattan e al sole che tramonta dietro lo skyline di Central Park, proprio perché Allen ama la sua città e questo film è per lei.
Tutto si fonde raccontandoci più che la storia di Ike, la storia di tutto ciò che fa da sfondo. La storia di Manhattan spettatrice delle vite in bianco e nero che le scorrono dentro.

Alessandro Perrone

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