Maniac, la cognizione del dolore

La cognizione è “facoltà di conoscere, come capacità di apprendere e valutare la realtà circostante” (Treccani); “l’azione mentale o il processo di conoscere e capire attraverso il pensiero, l’esperienza e i sensi” (Oxford English Dictionary). Il dolore è una “sensazione particolare per la quale la coscienza è avvertita che agenti dannosi o stimoli in qualche modo eccessivi colpiscono il corpo, o che la funzione di questo è turbata” (Treccani).

“Maniac” è una serie televisiva uscita su Netflix il 21 settembre 2018, ideata e diretta da Cary Fukunaga con protagonisti Emma Stone, che interpreta Annie, ragazza anti-sociale con un disturbo borderline della personalità, e Jonah Hill, che interpreta Owen, figlio trascurato e quasi rinnegato di una agiata famiglia newyorchese che mostra tutti i sintomi della schizofrenia e della depressione. L’ambientazione è una Manhattan del futuro in cui tutto, dal gusto estetico alla tecnologia, sembra inchiodato agli anni ’80. Immersi in questa realtà che esaspera le contraddizioni della società moderna, i due protagonisti cercano una via di fuga dal loro dolore personale partecipando ai test di un nuovo farmaco contro i problemi psicologici. Nel loro viaggio nella cognizione e verso la redenzione dal dolore si imbattono in personaggi più o meno bizzarri, anch’essi in lotta con loro stessi.

Jonah Hill

“La Cognizione del Dolore” è un romanzo incompiuto scritto da Carlo Emilio Gadda fra il 1938 e il 1941 pubblicato da Einaudi nel 1963. Un capolavoro linguistico, narrativo e psicologico del ‘900 dai forti connotati autobiografici che racconta le vicissitudini di Gonzalo Pirobutirro, uomo solitario e solo attanagliato da un sempre più accentuato odio verso il mondo esterno, che abita insieme alla madre, con cui vive un rapporto tormentato. La loro villa si trova nell’immaginario Stato del Maradagal, situato nelle Ande Argentine, metafora della Brianza degli anni ’20 e ’30. Gadda evidenzia gli aspetti peggiori della società del tempo tramite Gonzalo, che sviluppa un’avversione sempre maggiore verso tutti quelli che lo circondano, dai poveri aiutanti che lavorano nella sua villa fino ai compaesani più benestanti. Questo rifiuto verso gli altri lo porta a chiudersi in se stesso, in perenne lotta con un male oscuro, “la rancura che gli impedisce di vivere, che gli impone di demolire «il credo degli altri»”(Manzotti, 1996)


Quando si inizia a compenetrare la struttura della mente non vi è ragione per cui non si possa trasfigurare. Il dolore può essere annientato, la mente può essere ricostruita

Maniac, ep. 2

Ma c’è qualcosa, che a questo punto sembrerà già ovvio, che accomuna i personaggi delle due opere, qualcosa che riguarda Gonzalo e sua madre, Annie e Owen, ma anche altri personaggi secondari di “Maniac”: la cognizione del dolore, un intimo viaggio per scoprire la radice del male interiore, invisibile e intangibile, che si riflette e si definisce, almeno in questi casi, anche in un particolare rapporto fra io e realtà esterna.

L’esterno

La realtà esterna di Maniac è quella attuale, ma portata all’estremo: una società in cui domina il “capitalismo realista”, espressione utilizzata nell’omonimo libro di Mark Fisher, scrittore e filosofo inglese morto suicida lo scorso anno, per descrivere la sensazione di mancanza di alternative al capitalismo e più in generale “l’idea che […] il futuro non porterà altro che reiterazione e ripermutazione di quanto esiste già” (Fisher, 2018), una dinamica evidente soprattutto in campo artistico ed estetico.

Fukanaga, che si sarà imbattuto nel saggio di Fisher, costruisce intorno ai due protagonisti di Maniac una New York vittima dell’estetica degli anni ’80: un futuro che sembra – ma non è – alternativo al nostro, in cui i pc sembrano Commodore o al massimo dei Macintosh Plus, ma dentro hanno intelligenze artificiali (depresse anche loro) molto superiori a quelle attuali. “Gli anni ’80 furono il periodo in cui per il capitalismo realista si lottò fino a riuscire a imporlo; anni in cui la dottrina tacheriana del There is no alternative […] si trasformò in una spietata profezia che si autoavvera”(Ibid) con tutti gli effetti psicologici del caso. La famiglia di Owen non comprende la sua depressione, crede sia un suo problema che non può avere a che fare con la realtà circostante: “il realismo capitalista insiste a trattare la salute mentale come se fosse un fatto naturale alla stregua del clima”(Ibid). La soluzione è sempre: “Owen, oggi hai preso le pillole?”.

Emma Stone


E così rimanevano: il gomito appoggiato sul tavolino, la sigaretta fra medio e indice, emanando voluttuosi ghirigori; mescolati di miasmi, questo si sa, dei bronchi e dei polmoni felici, mentre che lo stomaco era tutto messo in giulebbe, e andava dietro come un disperato ameboide a mantrugiare e a peptonizzare l’ossobuco. […] Così rimanevano. A guardare. Chi? Che cosa? Le donne? Ma neanche. Forse a rimirare se stessi nello specchio delle pupille altrui. In piena valorizzazione dei loro polsini, e dei loro gemelli da polso. E della loro faccia di manichini ossibuchivori.


Gadda, La Cognizione del dolore

I genitori di Owen sembrano tornare, trasfigurati in benestanti brianzoli, nella celebre invettiva che Gonzalo/Gadda lancia verso la borghesia lombarda in un passo de “La Cognizione del Dolore”: la descrizione di una cena a base di ossobuco in un “restaurants” con i camerieri in “fracs”. Qui c’è tutto il disprezzo di Gonzalo per chi gli vive intorno, per tutti gli abitanti del Maradagal, un paese “così simile, per molti aspetti, alla nostra perduta Brianza” (Gadda, 1963); un disprezzo spesso ricambiato con dicerie sul suo conto, che lo ritraggono come grande mangiatore dalle cattive maniere. Nel passo c’è anche tutto il caos linguistico con cui Gadda cerca di restituire al lettore la complessità di un mondo, esteriore e interiore, ingarbugliato, e solo alcuni riescono a vederne i nodi.

L’interno


Un carattere molto nobile ce lo immaginiamo sempre con una certa apparenza di muta tristezza; la quale è tutt’altro che un permanente cattivo umore per le contrarietà quotidiane […]; bensì è coscienza, nata da cognizione, della vanità di tutti i beni e del dolore d’ogni vita, non della propria soltanto.


Schopenhauer, Il mondo come volontà e rappresentazione

Agli occhi di Annie, Owen e Gonzalo le vanità d’ogni vita sono evidenti. Per questo non riescono a conformarsi, a incastrarsi nel caotico meccanismo in cui tutti sono intrappolati. Il velo di apparenze che protegge gli altri per loro è invisibile. Questa personale cognizione della società li porta a chiudersi in se stessi, fisicamente e psicologicamente, tagliare le connessioni e le relazioni con il mondo esterno, intrappolarsi a loro volta accentuando i propri disturbi psicologici, che trovano terreno fertile nelle esperienze passate dei tre protagonisti, per certi versi assimilabili.

Annie si sente in parte responsabile per l’incidente, causato da un camionista, in cui muore la sorella; fra le due c’è stato un rapporto di amore-odio molto intenso. Suo padre invece passa le giornate dentro un sarcofago chiamato A-Void, per evitare contatti con l’esterno. Anche Gonzalo ha un fratello morto, ma in guerra, che spesso ritorna come un’ombra sulla famiglia Pirobutirro, a cui si aggiunge la figura dell’odiato padre scomparso: è lui che ha voluto costruire l’immensa villa che ha mandato in rovina la famiglia ed è su di lui che Gonzalo scarica la sua ira, arrivando a calpestare, in un passaggio del romanzo, il suo ritratto. Quello che avrebbe voluto fare con il grande quadro di famiglia (su cui non è ritratto) anche Owen, perseguitato, oltre che dalle smanie di normalità dei genitori, da una versione immaginaria di uno dei suoi fratelli, che gli dice di essere il prescelto, colui che salverà il mondo.

Il percorso della cognizione

“Le grandi cognizioni non vengono all’intelletto degli uomini che per mezzo di grandi dolori” scrive Manzoni nel “Fermo e Lucia”, la prima versione inedita dei “Promessi Sposi”. E allora la cognizione del dolore interiore, che assilla madre e soprattutto figlio della famiglia Pirobutirro e i due protagonisti di “Maniac”, è la cognizione più difficile da raggiungere; il percorso più difficile da percorrere e quello in cui è più facile rimanere vittima del circolo vizioso della lotta al dolore che genera altro dolore da sconfiggere.

“Camminava tra i vivi. Andava i cammini degli uomini. Il primo suo figlio […] in una lunga e immedicabile oscurazione di tutto l’essere, nella fatica della mente, e dei visceri dischiusi poi al disdoro lento dei parti, nello scherno dei negoziatori sagaci e dei mercanti, sotto la strizione dei doveri ch’essi impongono, così nobilmente solleciti delle comuni fortune, alla pena e alla miseria degli onesti. Ed era ora il figlio: il solo. Andava le strade arse lungo il fuggire degli olmi, dopo la polvere verso le sere ed i treni.” 
(Gadda, 1963) Basta sostituire gli olmi della campagna brianzola ai grattacieli di New York ed ecco che sentiamo l’atmosfera e quasi l’immagine delle passeggiate di Owen fra le strade di Manhattan. Ma il parallelo fra “Maniac” e il romanzo di Gadda si incrina quando inizia il percorso della cognizione per i tre protagonisti.

Carlo Emilio Gadda

Owen e Annie cercano, invano, una via d’uscita chimica e artificiale, che li aiuta nell’analisi del loro dolore, ma che non può aiutarli a liberarsi dal dolore. Il test farmaceutico però li porta a comprendere, con l’aiuto del caso, che una possibile via d’uscita sta nel recuperare quelle connessione perdute con gli altri e con il mondo esterno, per quanto crudele e caotico sia, a cominciare da quella che si è creata fra loro due per arrivare a quella con i propri parenti. Anche solo per riuscire condividere il dolore.

Gonzalo rimane invece vittima del circolo vizioso. Chiuso in se stesso e nei propri libri, fra momenti di lucidità e colpi di ira immotivata, le nubi nel suo animo si accumulano e diventano sempre più nere fino alla tempesta finale: la sua fuga e la morte violenta della madre, che Gadda accenna appena, lasciando il lettore con il dubbio che i due avvenimenti siano o meno collegati.

La redenzione

La redenzione è “l’acquisizione di uno stato di libertà fisica o morale attraverso la liberazione da colpe e motivi d’infelicità”. Il percorso verso la redenzione, se sembra iniziato in “Maniac”, non lo è ne “La Cognizione del Dolore”. Forse perché il libro è rimasto incompiuto per mancanza di tempo o più probabilmente per motivi narrativi e poetici: le dichiarazioni di Gadda a proposito si contraddicono spesso. In ogni caso le strade dei protagonisti delle due opere si ricongiungono nella precipitosa fuga finale. Una fuga non dal mondo, ma dal proprio inferno personale per tornare nel mondo.

Annie riesce a convincere Owen, che nel frattempo è finito in un ospedale psichiatrico, a fuggire insieme a lei verso Salt Lake City. La serie si conclude con un’inquadratura che segue i due allontanarsi verso l’orizzonte illuminato dalla morbida luce del tramonto. Gonzalo invece scompare nel nulla: forse ha compreso l’origine del suo male oscuro, forse tornerà dopo qualche ora. Il romanzo di Gadda si chiude sull’immagine della madre morente, anche lei, in modo ancora più tragico, sospesa, mentre dalla finestra della stanza si inizia a scorgere l’alba:


L’ausilio dell’arte medica, lenimento, pezzuole, dissimulò in parte l’orrore. Si udiva il residuo d’acqua e alcool dalle pezzuole strizzate ricadere gocciolando in una bacinella. E alle stecche delle persiane già l’alba. Il gallo, improvvisamente, la suscitò dai monti lontani, perentorio ed ignaro, come ogni volta. La invitava ad accedere e ad elencare i gelsi, nella solitudine della campagna apparita.


Gadda, La Cognizione del dolore

Il futuro è incerto per tutti, ma se non altro è illuminato da una luce nuova.

Alessandro è un ragazzo che vive e studia Lettere a Roma, che non si fa scrupolo a descrivesi in terza persona. Appassionato di musica in quasi tutte le sue forme, ma con una leggera predilezione per i freddi suoni dell’elettronica.

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