24 fotogrammi – Me and Earl and the Dying Girl

Me-and-Earl-and-the-Dying-G-xlargeOgni anno, dove non arrivano gli Oscar arriva il Sundance.
Il Festival dedicato al cinema indipendente, da anni porta all’attenzione del grande pubblico piccole perle cinematografiche prodotte con pochi soldi, ma con molta creatività e voglia di raccontare.
Il film vincitore dell’edizione 2015 è stato “Me and Earl and the Dying Girl”, crudelmente italianizzato in “Quel fantastico peggior anno della mia vita”. Accontentiamoci dell’originale, che rappresenta decisamente meglio l’atmosfera del film.
“Me and Earl and the Dying Girl” parla di morte. Parla di morte e di cinema. Parla di morte, di cinema d’amicizia e anche d’amore. Gli ingredienti perfetti per un disastro hollywoodiano pieno di clichè sulla vita adolescenziale e pieno di canzoni di Celine Dion. Invece no. Stavolta va tutto bene: niente clichè, niente scene smielate e al posto di Celine Dion c’è Brian Eno.

La storia di Greg, Earl e soprattutto di Rachel è raccontata in perfetto equilibrio tra brillante commedia, profondo dramma, intelligente narrazione e consapevolezza dell’importanza di un argomento come la morte. Sì, perché se Greg ed Earl sono due amici d’infanzia con un incerto futuro all’orizzonte a Rachel invece, compagna di scuola d’entrambi, è stata diagnosticata la leucemia. Il film racconta, a mo’ di libro scritto da Greg, un anno della loro vita, gli alti e bassi del loro rapporto, l’inevitabile procedere della malattia e le speranze accese e poi spente in un attimo, come piccoli sprazzi di luce nel buio di un grande cinema.

Si era detto che oltre che di morte si parla anche di cinema e infatti i due ragazzi passano il loro tempo libero girando parodie di grandi classici: “Rashomon” diventa “Rash Cutaneo”, “Eyes Wide Shut” diventa “Eyes Wide Butt” e tanti e intraducibili altri. Oltre a questo, richiami alla storia del cinema sono sparsi ovunque, anche sotto forma di trovate tecniche e non solo: la colonna sonora, i movimenti di macchina alla Wes Anderson, quel poster de “I 400 colpi” in camera di Greg. Il cinema avvolge il film e diventa un elemento quasi consolatorio, che aiuta a distrarre i tre ragazzi dalla realtà; il susseguirsi dei fotogrammi e la luce del proiettore accompagnano Rachel nella sua lotta, comunque questa finisca.
Poi si parla di amicizia. Uno dei grandi pregi di questo film è il trattare argomenti universali in modo umano e mai forzato. Greg diventa amico di Rachel all’inizio della sua malattia, spinto dalla madre a fare qualcosa di buono per qualcun altro, e quella che inizia come un’amicizia forzata diventa qualcosa di più importante. La voce narrante di Greg ripete spesso “se questa fosse una commovente storia romantica…” ma il film non lo vuole essere e mai lo diventa, non per presunzione o pseudo superiorità intellettuale, semplicemente perché nonostante le battute, le parodie, il cinema e l’amicizia, c’è sempre la morte dietro l’angolo, che di punto in bianco spegne ogni risata e oscura ogni possibile futuro.
Un pizzico di amore alla fine arriva, ma in modo ancora più crudele della morte, sbucando, forse troppo tardi, da un piccolo proiettore portatile.

Basta, ho detto troppo e soprattutto non c’è nient’altro da dire. La piccola Hollywood ha sfornato un’altra perla capace di raccontarci, meglio di molti altri film, la realtà e come cerchiamo di sfuggirla. Se vi piace il cinema correte a vederlo, perché questa volta il cinema ha tanto da raccontare, raccontarvi e raccontarsi.

Comunque non crediate che io vi abbia anticipato qualcosa, perché, proprio come Greg nel film, potrei essere stato un narratore poco affidabile.

P. S. però la versione di Greg ed Earl di “Arancia Meccanica” che diventa “Calza Meccanica” è geniale e la potete anche vedere subito.

Alessandro Perrone

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