P.S. – Lettera al soldato caduto

Caro soldato,

da quando te ne sei andato mi chiedo troppo spesso perché respiro, chi sono e perché sto percorrendo questa strada. Me lo chiedo così spesso che non vivo.

Passo così tanto tempo a pormi inutili interrogativi che un battito di ciglia e ‘sta vita l’ho già persa. Vado ancora avanti col sorriso tra tutte ‘ste facce spente, solo per quei cinque minuti di gloria che quei due o tre obbiettivi che mi pongo mi regalano, provando a compensare ‘sto retrogusto d’amaro a fine giornata.
Ma forse alla fin fine il gioco non vale la candela.

Mi chiedo, perché? A che scopo tutto questo?
Condivido in continuazione i nostri momenti intimi e le tue piccolezze, per semplice paura che il tempo cominci a nasconderle alla mia mente e con il solo scopo di tramandare quel ‘noi’ che ci siamo tristemente dimenticati. Quel poco che era rimasto è sfumato tra le mie labbra, parole che un tempo custodivo gelosamente ora banalmente gettate via come carcasse in decomposizione. Ciò che più mi spaventa è che vado avanti nascondendomi ancora il principio che con te ho perso tutto e che negli altri sono ancora alla ricerca di qualche straccio per tappare quegli angoli bui che hai lasciato.

Ma sai che ti dico? Che delle pezze non mi sono mai accontentata, che un tempo a tappare le mie lacune c’erano i tuoi immensi occhi, le mie finestre sulla vita, così le chiamavo. Vita. Mi perdo nelle contraddizioni che quest’esistenza mi serva. Piatti freddi quanto i miei vuoti.

Ho paura. Da quando sei partito non so più nuotare. Mi tiene a galla l’odio per te, che sei reminiscenza di quell’amore ideale. ‘Sta vita bastarda, in continuo equilibrio tra illogicità e accettazione. Un amore così bello non doveva far male.

Al mio soldato,
caduto nel mio cuore oramai da tempo.

Con rammarico,
Noisy.

Lascia un commento