P.S. – Lettera a un condannato a morte della Resistenza

Caro compagno,
se ti stavi chiedendo – e te lo stavi chiedendo sicuramente, mentre eri appoggiato su quel muro grigio, freddo e indifferente, con le mani legate, il corpo dolorante e il cuore che sanguinava prima ancora che venisse colpito dalle pallottole – se quel tuo sacrificio sarebbe valso a qualcosa; se alla fine la guerra sarebbe stata vinta e a casa sarebbe tornata la tranquillità; sì, il tuo, il vostro sacrificio, non è stato inutile.

Ci tenevo a specificarlo fin da subito e dirti anche che loro, quelli che imbracciavano il fucile – nazisti, fascisti, italiani soprattutto – hanno perso. Non sono scomparsi, ci sono ancora, ma la Storia li ha condannati a essere perdenti per sempre. E già lo erano all’epoca e tu lo sapevi benissimo.

Ti scrivo oggi, come tu scrivesti ai tuoi cari poco prima di essere fucilato, perché oggi è un anniversario importante, il 25 aprile: 73 anni fa la guerra civile, quel massacro fra italiani, finì portando via la dittatura nazifascista e aprendo la strada alla democrazia. Già, perché pochi mesi dopo che la tua vita si interruppe nel modo peggiore possibile, l’Italia si risvegliava martoriata, ma finalmente libera. E così è rimasta nei decenni successivi: martoriata ma libera.

Forse negli ultimi attimi della tua vita non hai pensato a cosa sarebbe successo dopo di te. Hai pensato a te e basta. A tutto quello che avevi fatto, alle persone che avevi amato e a quelle che avevi odiato, che in quel momento consumavano la loro misera vendetta su di te e sui tuoi compagni, che indossavate quel rosso che per loro identificava il nemico da abbattere.

Ecco forse ti dispiacerà che in Italia di rosso è rimasto davvero poco. Perfino quelli che anche te, ora, se fossi qui, riconosceresti da una bandiera o da un simbolo come compagni, come riconoscevi i tuoi compagni fra i fitti boschi dell’Appennino, sembrano portare avanti in modo stanco e quasi per inerzia quegli ideali che t’hanno accompagnato fino all’ultimo.

Ma di questi tempi, i miei, meglio lasciar stare la politica. Invece mi sono chiesto se avrei trovato il coraggio di fare quello che hai fatto. E mi sono presto accorto quanto chiedersi qualcosa di simile sia stupido e inutile: in una situazione ordinaria, come quella che viviamo noi tutti giorni, è impossibile prevedere i propri comportamenti di fronte allo straordinario, quando gli appigli scompaiono e bisogna scegliere da che parte stare, anche quando da tutte e due le parti verso l’orizzonte sembra intravedersi solo il crepuscolo della morte.

Ecco, non so se avrei fatto quello che tu e tanti altri avete fatto, ma sicuramente avrei scelto da che parte stare: con le spalle a quel muro grigio, freddo e indifferente, e non di fronte; protetto solo dall’infinito spazio che separa chi ha il potere da chi non ce l’ha; chi imbraccia un fucile da chi imbraccia un ideale democratico, egualitario e libertario; “chi veste da parata da chi veste una risata” avrebbe detto un bolognese acquisito come te.

Ti saluto, ti abbraccio e ti ringrazio. Buona Festa della Liberazione a te a tutti.

Alessandro

Alessandro è un ragazzo che vive e studia Lettere a Roma, che non si fa scrupolo a descrivesi in terza persona. Appassionato di musica in quasi tutte le sue forme, ma con una leggera predilezione per i freddi suoni dell’elettronica.

1 commento

  1. Roberto Ricchiuto dice: Rispondi

    Ecco un buon modo di onorare il 25 aprile. Iniziativa ancor piú meritevole data la giovanissima età dell’autore. Bravo Alessandro!

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