Pink Floyd, una storia infinita

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Silenzio. Niente è più rumoroso del silenzio e niente è più frustrante e snervante dell`assenza. Questa volta l`attesa è stata lunghissima, forse troppo. Vent`anni di silenzio che diventa difficile interropere senza rovinare tutto, senza far rimpiangere quel vuoto colmato solo da vecchi vinili o semplici mp3 in riproduzione. Era arrivata l`ora di tornare un’ultima volta. Anche senza metà della propria anima. Anche se due sono andati via: uno per stanchezza e uno per un grosso, enorme scherzo del destino. Il rischio era alto, ma David Gilmour e Nick Mason dovevano far uscire questo disco. C`era ancora qualcosa lasciato in sospeso. C`era ancora qualcosa da dire.

“The Endless River” non è un capolavoro.
“The Endless River” non è innovativo.
“The Endless River” è un addio. Niente di piu, niente di meno.

Chi si aspetta di più rimarrà deluso. Chi si aspetta di meno rimarrà contento. Chi si aspetta i Pink Floyd rimarrà soddisfatto. Perché alla fino sono loro: i Pink Floyd che suonano come i Pink Floyd. La forza dell`album è proprio quella: tutta la loro discografia influenza “The Endless River”. Dalle sperimentazioni di Ummagumma alla parte più commerciale di “The Wall”. Tutto è racchiuso in cinquanta minuti di un flusso continuo di suoni: tappeti di sintetizzatori, tocchi di chitarra e battiti di batteria. Le debolezze non mancano, ma… andiamo con ordine.
Le tracce sono diciotto, ma in realtà sono facilmente riducibili a quattro: una per lato del doppio vinile.
Si inizia in maniera perfetta, peccato non si finisca allo stesso modo. Il primo lato è esattamente ciò che ci si aspetta dai Pink Floyd nel pieno di un picco d`ispirazione. Infinti i rimandi a “Wish you were here”, nelle specifico elegantissimi gli assoli di synth alla “Shine On You Crazy Diamond”. L`essenza di Richard Wright c`è, incisa tra i solchi, e si sente come uno spirito custode dell`anima vitale dei Pink Floyd. Non a caso senza di lui non sono mai andati avanti.
La seconda parte è il perfetto riassunto di una carriera: sperimentazione, nei limiti del possibile, e orecchiabilità, che si fondono creando un contrasto che, però, può non piacere. In questo caso funziona tutto bene. Peccato si noti troppo la natura del disco: demo registrate nel 1993, rimaneggiate nel 2014, con delle aggiunte molto evidenti a causa della maggiore qualità delle registrazioni.
Qui risiede anche il punto debole della terza parte. Si nota troppo che ciò che è rimasto sono dei semplici abbozzi, degli input, ed è un vero peccato. Se Rick fosse ancora vivo, se Roger fosse ancora lì con il suo basso e la sua penna, chissà cosa ne sarebbe uscito. La sensazione di una grande occasione persa pervade tutto il disco. Il destino continua a giocare brutti scherzi.
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I primi segni di cedimento sono apparsi e si ingigantiscono nell`ultima parte, probabilmente la più recente. A differenza del resto dell`album, qui i pezzi sono scritti tutti da David Gilmour e la differenza si sente. Più banale e meno ispirata, la cupissima atmosfera creata, quasi da colonna sonora, sortisce comunque il suo effetto anche se si sente la mancanza del tocco geniale che qui non arriva. Il risultato è molto lontano da dove siamo partiti ormai una quarantina di minuti fa. Poi però succede qualcosa. Il disco è interamente strumentale; quasi ci siamo dimenticati della calda voce di Gilmour che riappare, senza preavviso, nell`ultima canzone “Louder Than Words”.
“We bitch and we fight\Diss each other on sight\But this things we do\ It`s louder than words”. La loro carriera riassunta in un testo perfetto. La musica è probabilmente la migliore dai tempi di “The Wall”: tutto è al proprio posto. Finalmente torna il tocco di Richard Wright e si apprezza al massimo la batteria di Nick Mason, incisa nuovamente nelle session di registrazione dello scorso anno. All`appello manca soltanto un assolo di chitarra. Ho sempre pensato fosse una grande ingiustizia che Gilmour non sia considerato ai livelli dei vari Hendrix o Clapton. Non sbaglia un tocco, niente virtuosismi inutili, le corde giuste al momento giusto.
Semplice e pulito.
Se quello di “Confortambly Numb” è il suo miglior assolo, questo gli si avvicina molto.

Alla fine anche l`ultima nota, l`ultimo accordo è arrivato. Il suono comincia a sfumare lentamente e torna dove è partito: al silenzio. Questa volta eterno. Da colmare solo con dei vecchi vinili o mp3 in riproduzione. Come negli ultimi vent`anni.
Non sarà stato il loro miglior disco, sicuramente è il più evocativo e uno dei più emozionali. La prova che basta anche la sola musica per trasmettere qualcosa. Ma alla fine cosa importa. Sono tutte parole al vento. Qualunque cosa facciano sono comunque un passo avanti a tutti. Il nostro amato\odiato destino ha deciso che dopo più di quarant`anni era ora di mettere la parola fine su questa storia. Lo stesso destino che mi ha fatto nascere troppo tardi per riuscire a viverla insieme a loro e la loro musica. Ma alla fine sono contento lo stesso. Ho potuto sentire e vivere “The Endless River”, l`ultimo capitolo, quello più importante. L`ultimo capitolo di un lungo libro chiamato Pink Floyd che racconta una bellissima storia. La storia di un bassista geniale e arrogante e di un chitarrista ambizioso e indipendente. La storia di un timido tastierista dalle mani d`oro e di un batterista che voleva solo e semplicemente suonare la batteria. La storia di diamante pazzo che si è perso nell`infinità dello spazio dove continuerà a risplendere per sempre. Proprio come la loro musica.
Insomma, la storia della più grande band di tutti i tempi. Di cosa mi posso lamentare?

 

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Alessandro Perrone

5 commenti

  1. Riccardo dice: Rispondi

    Bravo Alessandro, Articolo meraviglioso !
    Bravi a tutti i ragazzi del Blog non vi conosco ma siete tutti speciali.
    Grazie a tutte le persone che credono in voi e che, assecondando il vostro talento, rendono sempre piu’ nobile il mestiere di insegnare

  2. Alberto dice: Rispondi

    Gli alti e i bassi ci sono sempre stati, in qualsiasi gruppo musicale. Scioglimenti, riunioni, abbandoni, sostituzioni… Ne hanno dette di cotte e di crude su di loro, i Pink Floyd. Critiche costruttive, distruttive e denigratorie che siano state. Syd Barrett, “Il Diamante Pazzo”; Roger che se ne va; sperimentazione di suoni nuovi, psichedelici, progressive rock e via discorrendo… Ma per quanto mi riguarda loro, i Pink Floyd, Roger, Syd, Nick, David, Rick, rimarranno sempre il gruppo(forse l’unico)più psichedelico della storia del rock.
    “I <3 Pink Floyd Forever and Ever.in Time.. still sailing on this Endless River of Memories"

    1. admin dice: Rispondi

      Credo che con il tempo questa grandissima band verrà ricordata sempre di più come una delle migliori di tutti i tempi.

  3. Giuseppe dice: Rispondi

    Per chi, come me, è cresciuto con i Pink Floyd, questo ultimo lavoro è un tuffo al cuore. Vale oltre la musica stessa, evoca ricordi, sensazioni, emozioni.
    Giudicarlo musicalmente è difficile perché il giudizio è filtrato dalle visioni del passato; ma se crediamo che la buona musica sia fondamentalmente un modo di trasmettere emozioni, allora questo è un buon album.
    Trovo invece estremamente interessante il tuo punto di vista critico, distaccato dal passato. Complimenti per questo articolo.

    1. admin dice: Rispondi

      Grazie dei complimenti per la recensione.
      Purtroppo il mio punto di vista è obbligatoriamente distaccato dal passato, avendo appena compiuto 18 anni. Se vogliamo guardare il lato positivo questo mi ha probabilmente aiutato a mantenere un certo distacco dalla loro storia e ad esprimere un giudizio più oggettivo. Rimane un po di rammarico per non averli mai potuti vedere dal vivo tutti insieme. Spero di rimediare parzialmente con l’ultimo possible tour di David Gilmour nel 2015.

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