Recensione – “Ogni storia è una storia d’amore”

“Le storie sono come le barche. Non esiste storia di lotta o ricerca che non porti il nome di una donna inciso sullo scafo. La donna è il viaggio e la meta. E quale amore riesce a farsi storia? Solo l’amore che non smette mai di avanzare, qualunque sia la tempesta che incontra”

 

L’Amore salva? Ci risponderanno trentasei donne, mogli, amanti – più semplicemente muse – di grandi artisti, con il loro amore o disamore che sia, raccontato nel libro “Ogni storia è una storia d’amore”.

Alessandro D’Avenia ci srotola storia dopo storia il gomitolo di questo lungo viaggio, allo stesso tempo intrecciandolo: “Ogni storia è un storia d’amore” perché “non possiamo pensarci se non come destini legati ad altri destini, in un tessuto sensato il cui senso si scoprirà solo alla fine della tessitura”.

D’Avenia ci insegna che si cresce solo quando si ama, si ama veramente, donando se stessi agli altri; quando non abbiamo più paura di perdere la nostra vita, perché è solo così che possiamo salvarla. Amare l’altro con i suoi limiti, è questo che dobbiamo fare. Per districare questo filo usa il mito di “Euridice e Orfeo”, tratto dalle “Metamorfosi” di Ovidio, che attraversa e unisce tutte le storie.

Incontreremo Elizabeth, che con i suoi lunghi capelli rossi divenne moglie e musa di uno dei più grandi poeti del suo secolo: Dante Gabriel Rossetti, che “riuscì a conquistarla e a mandarla nella tomba”. La sua è una storia di maggio. Lui non l’amò mai, “amò solo il maggio che era in te per averlo in ogni mese della sua vita”. “Amò solo le parole che ti aveva dedicato, perché erano le sue. Si nutrì di te”. Queste sono le frasi con le quali ci insegnano quanto la musa sia importante e la donna sia “la causa non il pretesto” dei versi scritti. E sicuramente l’amore che sappiamo di meritare non è mai del tutto compiuto.

Fanny Targioni Tozzetti è stata capace di resuscitare il cuore di Giacomo Leopardi. Qualche anno prima di conoscerla, il poeta scriveva: “Io non ho bisogno di stima, né di gloria, né d’altre cose simile, ma ho bisogno d’amore”. Per Giacomo, Fanny è stata “l’eccezione all’infelicità di tutte le cose”, proprio perché perfetta, “amabile ma impossibile da amare”. Con lei sperava che non tutto fosse perduto. E quando Fanny allontana Leopardi, la musa ottiene ciò che ha sempre voluto: “Il disincanto più crudele si trasforma in canto”:                                    

 

                             A se stesso

                   “Or poserai per sempre,

                    stanco mio cor. Perì l’inganno estremo,

                   ch’eterno io mi credei. Perì. Ben sento

                   in noi di cari inganni,

                   non che la speme, il desiderio è spento.

                  Posa per sempre. Assai

                  palpitasti.Non val cosa nessuna

                  i moti tuoi, né di sospiri è degna

                  la terra. Amaro e noia

                  la vita, altro mai nulla; e fango è il mondo.

                  T’acqueta omai. Dispera

                  l’ultima volta. Al gener nostro il fato

                  non donò che il morire. Omai disprezza

                  te, la natura, il brutto

                  poter che, ascoso, a comun danno impera,

                  e l’infinita vanità del tutto.

 

Con sedici versi, uno in più de “L’Infinito”, Leopardi rende il dolore ordinario e fa il “miracolo di renderlo abitabile”. È grazie a Fanny se Giacomo Leopardi scrive “tutto ciò per cui viviamo è un’illusione”.

“Solo il dolore e la grazia trasformano il dolore in bellezza, la morte in vita. Sono cose per sognatori”. L’Amore salva? Non ne avrete dubbi dopo aver letto questo viaggio; sarà la luce o, almeno, una piccola scintilla nel buio delle nostre vite.

 

Alessandra Talamoni

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