Secondo Piano – Donald Trump è in crisi

Edizione speciale di Secondo Piano dedicata a Donald Trump

Su Donald Trump si sono spesi fiumi di inchiostro per epiteti e accuse, che ci dicono poco su come sta andando la sua presidenza, mentre ci dicono molto su come il Presidente sia bravo a sviare l’attenzione dei media sparando una sciocchezza ogni tanto.

Disastro elezioni

Lo scorso 8 novembre ci sono state le elezioni dei governatori di Virginia e New Jersey. In entrambi gli Stati hanno vinto i democratici, ma è pur vero che non si tratta di Stati storicamente repubblicani; dunque, a parte la disfatta elettorale, niente di grave per Donald. Non si può dire la stessa cosa delle elezioni del 12 dicembre in Alabama, Stato del Sud guidato per 25 anni dai repubblicani, in cui Trump, nella corsa alla Casa Bianca, aveva ottenuto il 70% dei voti. Il candidato stavolta è Roy Moore, fanatico religioso che crede che i matrimoni gay siano un crimine contro la natura. Per capire meglio che tipo sia, eccolo che arriva al seggio in sella al suo fido cavallo.

A questo si sono aggiunte delle ben più importanti accuse di molestie su minori, sollevate dal Washington Post, che hanno minato la credibilità del candidato repubblicano. Ma alla fine sia Trump sia il suo partito hanno continuato a sostenerlo nella sua battaglia contro Doug Jones, candidato democratico, un tizio qualunque senza particolari qualità politiche.

Contro tutte le previsioni, Moore ha perso prendendo solo lo 0,8% in meno di Jones. I democratici hanno portato a casa una vittoria insperata, ma soprattutto Trump incassa una sconfitta, questa sì, davvero cocente. Dal punto di vista dell’immagine politica, ma anche dal punto di vista pratico, perché ora la sua maggioranza al Senato è a rischio: i senatori repubblicani sono 51 su 1

L’ONU contro gli USA

Qualche giorno fa Donald Trump aveva annunciato di voler spostare l’ambasciata statunitense in Israele da Tel Aviv a Gerusalemme, riconoscendo la Città Santa come capitale dello Stato. Una mossa che come risultato immediato ha provocato il riaccendersi del lungo conflitto fra israeliani e palestinesi, una guerra che va avanti ormai da settant’anni. Fra i punti di scontro, infatti, c’è proprio il controllo di Gerusalemme.

Dal punto di vista diplomatico la decisione di Trump ha ricevuto una condanna praticamente unanime, ufficializzata con l’approvazione da parte dell’Onu di una risoluzione, che chiede agli Stati Uniti di rivedere la sua posizione. 128 paesi (fra cui l’Italia) hanno votato a favore, 9 hanno votato contro e 35 si sono astenuti.

La risoluzione, di fatto, non costringe Trump a fare passi indietro, ma la brutta figura rimane, e a peggiorare la situazione ci si è messa l’ambasciatrice Usa Nikki Haley: “L’America sposterà la sua ambasciata a Gerusalemme, ed è questa la cosa giusta da fare. Nessun voto alle Nazioni Unite farà la differenza. Ma questo è un voto che gli Stati Uniti ricorderanno. Ricorderanno il giorno in cui sono stati attaccati per aver esercitato il loro diritto come nazione sovrana”. Non proprio la dichiarazione che ci si aspetta da una rappresentante del “paese-guida del mondo libero”, come si diceva una volta. Appunto.

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