Streaming, musica a caro prezzo

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Con un annuncio totalmente inaspettato, con il loro tipico basso profilo e con l’originalità che da sempre contraddistingue l’azienda più fruttata, e fruttuosa, del mondo, anche Apple lancia il suo servizio di streaming musicale: Apple Music.

Il colosso di Cupertino entra in un mercato già affollato e ormai quasi saturo di proposte, molto spesso identiche fra loro, senza proporre però nessuna sostanziale novità. C’è il 9,99 al mese, c’è il “milioni di brani sempre con te” e c’è anche l’immancabile polemica, dal tempismo sospetto, della star contro il male moderno del mercato musicale: lo streaming on demand. Dopo la battaglia contro Spotify, questa volta la popstar statunitense Taylor Swift, forte del primato come album più venduto del 2014 per il suo “1989”, condivide su Tumblr una lettera indirizzata ad Apple, puntando il dito contro i 3 mesi gratuiti che il nuovo servizio offre per chiunque si iscriva, 3 mesi in cui l’artista non riceverà un soldo dallo streaming dei suoi brani.

Lo scontro Apple/Swift rientra in un contesto molto più grande: la svalutazione della musica, dovuta, secondo alcuni, a servizi come Spotify o Play Music. La diatriba tra streaming musicale e artisti o case discografiche va avanti da tempo e questo nuovo capitolo sembra quasi un reboot di cui non sentivamo il bisogno. A causa delle proposte di abbonamento gratuite o, come nel caso di Apple, di periodi di prova in regalo, i musicisti si ritrovano molto spesso a rendere fruibile una propria creazione quasi gratuitamente. Taylor Swift difende dunque i diritti degli artisti, soprattutto quelli più piccoli, cui sono scomodi quei 3 mesi non retribuiti. Apple comunque pare se ne sia accorta: nel periodo di prova gratuita gli artisti verranno comunque pagati. La battaglia sembra vinta. Ma non la guerra. Forse la popstar statunitense, quella lettera indirizzata ad Apple ma visibile soprattutto a tutti i suoi fan, avrebbe dovuto mandarla a qualcun’altro. Non è di Apple o di Google la responsabilità del calo di valore che sta subendo la musica negli ultimi anni. Perché è vero che sono società come Spotify o Deezer che offrono questo tipo di servizio, ma è altrettanto vero che è il pubblico a volerli usare.

Lo streaming musicale sta diventando il futuro della musica: permette di ascoltare tutto, ovunque e al minor prezzo possibile. Questo Apple lo sa. Lo sa qualunque musicista e lo sa sicuramente anche Taylor Swift. Chi fa musica è cosciente di doversi adattare a questo nuovo mercato.
E il pubblico ne gode ed è felice, annebbiato da questo mare di musica sempre disponibile, dalle centinaia di offerte e dalla voglia di voler ascoltare sempre qualcosa di nuovo ogni giorno. Forse, però, sta perdendo di vista ciò che invece sta davvero pagando: la qualità. Non necessariamente la qualità della musica, ma sicuramente la qualità del tempo e dell’ascolto. La musica è diventato un sottofondo, tanto che nessuno riesce ad ascoltarne dieci minuti consecutivamente senza fare altro. Per un artista, uscire con un doppio album sarebbe un suicidio; uscire con un disco che va ascoltato e riascoltato per coglierne il senso sarebbe la morte commerciale. E allora rimangono i tormentoni da pochi minuti, i brani costruiti per fare da colonna sonora e, ogni tanto, poche eccezioni che vengono ascoltate nei ritagli di tempo libero. Niente di minimamente creato per stupire e rivoluzionare, o per emozionare. Tutto creato per vendere il più possibile. E, ovviamente, nessuno supporta chi cerca di andare contro corrente. Tutti invece se la prendono con gli artisti, che diventano la causa dell’immobilità del progresso musicale da 20 anni a questa parte.

La musica è stata e sarà sempre di chi l’ascolta. Il pubblico si lamenta della carenza di innovazione nel mercato musicale, ma forse non si rende conto di esserne il primo artefice.
Bisognerebbe fermarsi un attimo. Cercare un disco, ascoltarlo tante volte, per farlo diventare parte delle proprie emozioni, dei propri pensieri, della propria vita. Farebbe bene al pubblico, farebbe bene all’artista di turno, forse non farebbe bene alla Apple. Ma di questo, in fondo, importa poco, perché, senza dubbio, farebbe bene alla musica.

Alessandro Perrone

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