Suburra: la serie poco seria

Suburra – La Serie. Regia di Michele Placido, e si vede. Il che non è necessariamente un male. Certo, Placido non è Sollima, ma anche questo non è necessariamente un male.
Sollima, con il suo stile e la sua poetica riconoscibile, è infatti riuscito negli ultimi anni a ritagliarsi una fetta di pubblico televisivo e cinematografico abituato a standard stilistici e narrativi mai visti in Italia. Ciò gli ha permesso di essere apprezzato anche all’estero grazie a Romanzo Criminale, Gomorra e Suburra (film).
Placido e gli altri registi della nuova serie tratta dal libro De Cataldo e Bonini, invece, portano sulle spalle il peso della responsabilità di non deludere la fiducia dei telespettatori e quella di Netflix, che per la prima volta finanzia e distribuisce una produzione italiana.

Il compito era quello di seguire la via della rinascita creativa e produttiva già segnata da recenti produzioni italiane, su grande e piccolo schermo, e quindi fare l’opposto dei nostri cugini francesi che, con il flop della serie Tv Marseille, non hanno permesso a Netflix di finanziare nuove produzioni.

Ci siamo riusciti? In parte. Già a partire dallo scioccante pilot, che sprigiona nonna RAI da tutti i pori, la direzione artistica degli attori lascia il tempo che trova. Sembra che i registi gli abbiano chiesto: “fate quello che avete fatto co’ Sollima, che al pubblico j’è piaciuto”. E se da una parte regna sovrano il talento di Giacomo Ferrara, Adamo Dionisi e di un Alessandro Borghi forse troppo sopra le righe, un discorso a parte va fatto per le new entry nel cast: l’annoiato e scontato Eduardo Valdarnini, che interpreta l’insopportabile (giustamente) Lele, Claudia Gerini in modalità “sceneggiato italiano” e il resto dei macchiettistici attori secondari. Eccezion fatta per la precisa Barbara Chichiarelli nei panni della sorella spregevole di Aureliano, il personaggio interpretato da Borghi.

La regia e la fotografia sono sorprendenti. In positivo, come nel delizioso terzo episodio diretto da Andrea Molaioli, delicato e pulito, girato probabilmente con lenti cinematografiche Zeiss Ultra Prime; il migliore della stagione. E in negativo, come nel grandangolare e smarmellato pilot di Michele Placido. Tuttavia c’è da fare un appunto: Placido si riprende discretamente nel secondo episodio e Molaioli delude nel quarto. Sembra come se avessero affidato il set a qualcun altro, o come se avessero gestito male il budget a disposizione. Il loro compagno di viaggio Giuseppe Capotondi sembra invece conservare una certa coerenza stilistica in tutti gli episodi da lui diretti.

La mancanza di coerenza è però uno dei problemi della scrittura di Suburra: sceneggiatura opaca, vecchia, riciclata; copione stanco e decisamente generalista, nel senso televisivo del termine. Anche quando gli sceneggiatori sembrano aver trovato il giusto peso, come in una fatale scena tra Aureliano e Spadino, la scrittura sprofonda nel baratro 5 minuti dopo, azzerando completamente le decisioni e i caratteri dei personaggi.

Come se non bastasse, il baratro viene raggiunto anche da un espediente narrativo in particolare, che lascia perplessi per l’incoscienza e forse per l’incapacità con la quale è stato ideato. Mi riferisco agli orribili primi minuti di ogni puntata, che terminano sempre con la scritta “UN GIORNO PRIMA”. Sulla falsa riga dei pre-opening di Breaking Bad, gli sceneggiatori (tra cui un nome che non avrei voluto vedere: Nicola Guaglianone) decidono di mostrarci ciò che succederà a fine puntata, tagliando solamente un attimo prima del cliffhanger. Picasso diceva: “L’artista mediocre copia, il genio ruba”. In questo caso ci troviamo di fronte a un pasticcio pronto e servito. Il problema è che se in Breaking Bad non si lasciava intuire niente, invogliando a proseguire nella visione, qui succede l’opposto: si spoilera il finale, sempre scontatissimo e prevedibilissimo. Un espediente che, combinato con un intreccio di conseguenza inutile, lascia che la visione dell’episodio si concluda nell’amarezza. E se la base di un racconto, come insegna la storia, è lasciare lo spettatore senza indizi per poi ricomporli verso la fine in un climax mozzafiato, il fatto di conoscere il finale fin dall’inizio fa sì che non ci resti che piangere.

Un fallimento totale? Non esattamente. Nonostante ci siano ancora mafia, preti e carabinieri, ci sono anche molti spunti interessanti e delle dinamiche piuttosto moderne rispetto a ciò cui la televisione italiana ci ha abituati. Bisognerà impegnarsi un po’ di più sia dal punto di vista tecnico, sia dal punto di vista narrativo, nella speranza che la prossima produzione, qualora venga finanziata, guardi avanti, piuttosto che al “GIORNO PRIMA”.

Studente di Regia per Web, Cinema e Tv.
Lavoratore a tempo pieno come stagista.

Lascia un commento