Il tramonto del Nu Metal

I “90’s” sono senza dubbio gli anni della musica alternativa: grunge, trip hop, indie rock, sempre più insistentemente presero piede nelle classifiche di tutto il mondo. Il metal, paradossalmente, sembrò essere il genere che più di tutti ebbe difficoltà ad adattarsi ai tempi, con il conseguente declino di “mostri sacri” come gli Iron Maiden. Persino le thrash metal band, che nel decennio precedente si proponevano come valida alternativa al sound facilone di Guns N’ Roses ed affini, sembravano aver perso il loro carisma, con i Metallica che fallivano nel tentativo di modernizzare il proprio sound e gl Slayer che tentavano di conservare la propria identità e traghettare il metal estremo nel nuovo decennio senza alcun compromesso.

La crescente popolarità della musica hip hop, però, diede modo alle band più stravaganti come Faith No More, Jane’s Addiction e Beastie Boys di miscelare questi due generi musicali diametralmente opposti, alla ricerca di un suono che potesse a tutti gli effetti definirsi originale. Proprio dall’idea di questi ultimi sperimentatori, nel 1992 si affermarono i Rage Against the Machine, che unendo lo stile tipico dei Public Enemy a ritmi lenti e cadenzati, definirono il nuovo metal che avrebbe spopolato per tutto il decennio.

Due anni dopo, cinque ragazzi di Bakersfield, i Korn, diedero alla luce il loro primo album in studio, sotto la produzione della Epic Records, che in poco tempo arriverà a vendere due milioni di copie solo negli Stati Uniti. L’album, stilisticamente unico nella storia del metal, mixa sapientemente elementi metal, funk e hip hop e segna un punto di svolta rispetto al passato anche per i contenuti trattati. Nessun accenno a mondi dark fantasy, a “sex, drugs and rock & roll” o, più banalmente, al satanismo. Il protagonista dell’album è proprio il frontman dei Korn, Jonathan Davis, alle prese con i demoni del suo passato, con i traumi della sua infanzia e con gli incubi che lo tormentano. Un disco spaventosamente maturo e angosciante, che raggiunge il suo apice nella prima e nell’ultima traccia, “Blind” e “Daddy”, e che consacra la band come portabandiera del metal mondiale. Ciò che i Korn forse non avevano previsto è che il loro primo ed omonimo album sarebbe divenuto pietra miliare per la nascita di un nuovo genere musicale, il nu metal.

Ma è possibile dare un definizione precisa di nu metal? D’altronde anche i Korn erano difficilmente etichettabili, tanto da essere stati banalmente inseriti nel circolo dell’alternative metal. In linea di massima, però, una band che sa mescolare elementi metal, musica elettronica e ritmi funk o hip hop è etichettabile come gruppo nu metal. Questo genere fu poco dopo attribuito ai Deftones, che con il loro primo album in studio, “Adrenaline”, si ispirarono molto a band alternative del passato, quali Fugazi, Jane’s Addiction e Korn stessi. Nonostante le poche copie del disco vendute, i Deftones crebbero di popolarità e il loro stile così unico li portò ad essere considerati, al fianco dei Korn, gli iniziatori del genere.

Il nu metal quindi nacque ufficialmente intorno alla metà degli anni ’90, ma rimase troppo vincolato ai territori statunitensi. Per questo motivo i Limp Bizkit, con il loro successo internazionale, segnarono un punto di svolta per il genere. Ripescando a piene mani dai Rage Against the Machine portarono infatti il nu metal ancora più vicino ai territori hip hop e per la prima volta il cantato venne sostituito dal rapping. Questo cambiamento stilistico portò i Limp Bizkit ad un enorme successo dal punto di vista delle vendite. La conseguenza fu la nascita di centinaia di band nu metal in tutti gli Stati Uniti, nobili negli intenti, ma trascurabili nei risultati. Un’eccezione alla regola venne però rappresentata da band come i Disturbed e gli Staind, capaci di confezionare album di ottima fattura. Anche gli Slipknot, con un utilizzo preponderante della musica elettronica e del growl, l’urlo gutturale metal, si resero artefici di due fra i migliori album del genere, “Slipknot” e “I.O.W.A.”. A condire il tutto, la presenza nella band di uno dei migliori batteristi in circolazione, Joey Jordison, in grado di rendere ogni brano un inferno di percussioni e distorsioni.

Ciò che però più di ogni altra cosa distinse il nu metal da ogni altro sottogenere del metal fu la sua incredibile potenza commerciale. Nel 2000 la Warner Bros lanciò sul mercato “Hybrid Theory”, il disco d’esordio di un’insolita band di Los Angeles, che in poco tempo divenne l’album più venduto del genere, con oltre trenta milioni di copie distribuite nel mondo. La band in questione, Linkin Park, aveva la particolarità di essere composta oltre che da un cantante, chitarrista, bassista e batterista, anche da un deejay e da un rapper, fondendo in maniera ancor più netta i tratti caratteristici del nu metal. L’album però, fatta eccezione per “One Step Closer” e poco altro, non fu nulla più che un risultato sprecato, caotico e poco ragionato, indirizzato ad un pubblico che difficilmente superava la soglia dei vent’anni. Nonostante tutto, però, “Hybrid Theory” si diffuse rapidamente per radio, grazie soprattutto al singolo “In the End”, passato in “heavy rotation” su MTV, e il termine “nu metal” iniziò ad essere sulla bocca di tutti. A causa di ciò, band appartenenti in maniera più evidente al circuito del metal alternativo iniziarono ad essere inserite nell’immenso calderone con Linkin Park & company; tra questi vennero inseriti anche i System of a Down e i Tool, che con il nu metal hanno ben poco a che spartire.

“Hybrid Theory” fu però l’ultimo album davvero notevole nel panorama nu metal (se non dal punto di vista qualitativo, almeno da quello commerciale) prima dell’inevitabile declino. Inevitabile perchè lo strabiliante successo di vendita dei Linkin Park portò varie band minori a tentare di emularli solo per riempire il portafogli, creando prodotti di bassissima qualità. Un clima certamente infelice, nel quale anche le band veramente competenti del settore, i vari Korn, Deftones, Slipknot e poche altre, fecero grande fatica a tenere il passo, proponendosi solo ed unicamente come “copie sbiadite” di loro stesse.

Non ci resta che aspettare dunque, nella speranza che una band, come fecero i Korn, prenda in mano la situazione e abbia il coraggio di cambiare le carte in tavola e dare nuova vita a un genere musicale ormai al collasso. Speranza che, però, con l’avanzare del tempo, sembra affievolirsi sempre di più.

 

Leonardo studia al liceo classico e tra una versione e l’altra ama dedicare del tempo alla danza, alla musica, alla lettura e, “last but non least”, ai videogames. In attesa di scegliere cosa fare del suo futuro, si diverte a scrivere articoli e recensioni.

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