L’ultimo Imperatore

Un’inquadratura di Ponte Marconi in bianco e nero. Alcuni volantini abbandonati vengono sospinti dal vento verso il cadavere di una donna che giace sul greto del fiume Tevere. Un tiepido sole appena nato rischiara il clima poetico e crudele di una Roma violenta e deserta che ammalia, ma non lascia scampo. È così che comincia la carriera di Bernardo Bertolucci, l’ultimo imperatore del cinema italiano, che lunedì 26 novembre si è spento all’età di 77 anni.

Il film sopra citato è “La commare secca”, scritto assieme al suo caro amico Pier Paolo Pasolini e ambientato nella Roma selvaggia e sporca che respira di vita. Il primo di una lunga serie di capolavori che saranno destinati a scompaginare per sempre la storia della settima arte.

Innanzitutto, mi sento di affermare che Bertolucci, assieme a Federico Fellini, è stato l’unico regista esteta del nostro cinema, e cioè l’unico che ha saputo valorizzare davvero la bellezza e la potenza delle immagini, ricordando a se stesso e a noi spettatori che il cinema è l’arte delle immagini in movimento e, in quanto tale, valorizza gli aspetti estetici della visione. Le inquadrature di Bertolucci rimangono impresse nella mente di chiunque. Basti pensare a “L’ultimo Imperatore” (The Last Emperor) del 1987: i totali affollati di comparse, fotografati da Vittorio Storaro, hanno la potenza di “Intolerance” di Griffith e la bellezza sublime dei film di Kubrick.

Bertolucci amava la tradizione cinematografica nostrana, ma guardava oltre i confini concependo un tipo di pellicole dal respiro internazionale. Ci ha criticato con ironia e crudeltà nel film “Il conformista”, in cui ha saputo raccontare al meglio la società degli anni ‘70. Ci ha sconvolto con “Ultimo tango a Parigi”, in cui, tra scene censurate e altre che hanno ammaliato per la loro perversione, ha cercato di dirci (forse) che l’unica soluzione al conformismo è il sesso e il ritorno a una condizione animale e primordiale. Ci ha regalato un affresco pittoresco e variegato dell’Italia delle grandi guerre e delle ideologie politiche che hanno dominato il secolo scorso, ma, soprattutto, è stato il regista della globalizzazione che ha distrutto tutte le barriere geografiche, politiche e sociali per rammentare l’antico detto popolare “Tutto il mondo è paese”.

Grazie Maestro per ciò che ci hai regalato.

Mario Vai

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