Un pomeriggio di riflessioni

orsoliniFa freddo, tira un leggero vento e piove. Tipico pomeriggio d’inverno romano, per i ragazzi di ritorno da scuola all’ora di pranzo.
Giunto a casa dalle lezioni, e dopo aver mangiato, mi piacerebbe stendermi sul letto a leggere, riposare o programmare il pomeriggio. Finisce invece quasi sempre con un quarto d’ora di compiti e un’ora di computer, cercando di addormentarmi un po’ prima di cena.
Oggi no.

Sette del mattino. Mi alzo dal letto incavolato, con il pensiero di un portatile da riparare, che probabilmente mi terrà occupato tutto il pomeriggio.
Un autobus sovraffollato, cinque ore di scuola di cui (fortunatamente) almeno due non sono buttate nel cesso, autobus colmo anche al ritorno. Ma non vale la pena di arrabbiarsi. Torno a casa vagabondando dalla fermata a casa mia, sotto la pioggia, evitando pozzanghere e foglie infangate, tipiche della nostra bellissima città.
Pranzo velocemente, non voglio impedire a mia madre la gioia di lavare i piatti prima delle tre del pomeriggio. Me ne vado di sopra, in camera mia.
Guardo il portatile, ma non ho voglia di accenderlo per provare a ripararlo. Così svuoto lo zaino e osservo il lucernario: noto che non entra molta luce, e anche se piove, decido di aprirlo completamente.
Faccio una cosa che, in quattro mesi nella mia nuova camera, non ho mai provato: invece di chiudere gli occhi con la testa appoggiata al cuscino, mi stendo sul lato opposto, dove si dovrebbero trovare i piedi. In questo modo mi accorgo di avere un’angolazione perfetta per guardare il cielo dal lucernario. Le nuvole scorrono, alcune bianche, altre grigie, sopra la mia testa, lasciando ogni tanto cadere qualche gocciolina che genera un ticchettìo rilassante sul vetro.
E, continuando a fissarle, inizio a pensare.
Parto dalla mia mattinata, professori che strillano, ci insultano, che cercano di fare una lezione che, forse inconsapevolmente, interessa solo loro stessi. Poi, senza apparenti motivi, come capita a chi cade in pensieri profondi inaspettatamente, ricordo l’estate. Quell’estate afosa, noiosa, stancante, di cui si sapeva che l’unico mio pensiero era “speriamo non inizi mai il quinto anno”, forse per la paura di affrontarlo, forse per la voglia di rilassarsi ancora un po’.
I minuti passano, e ho già pensato a mille modi diversi per vivere il domani. Ho già pensato a come vorrei affrontare le vacanze di Pasqua, la pausa più attesa da qualunque studente dopo quelle di Natale. Ricordo il viaggio di Capodanno, che ho tanto desiderato, in cui ho potuto passare tre giorni con i miei migliori amici, e la cui attesa mi aveva snervato un po’ troppo. Ricordo loro, il mio gruppo di amici: da quando li ho conosciuti casualmente a come sono diventati i miei confessori, i miei momenti di svago; a come sono piombati nella mia vita nel momento perfetto per farmi sentire di nuovo amato, voluto, e soprattutto amico di qualcuno. Ho basato la mia vita completamente su di loro, forse eccessivamente.
Pian piano abbandono i pensieri e mi inizio a chiedere se il pomeriggio è stato sprecato: non ho ancora studiato matematica, nè aggiustato il portatile, nè dato una mano in casa.
Eppure mi sento bene. Ho passato un pomeriggio diverso, in cui ho capito che ogni tanto pensare alla propria vita, che sia fatto in modo serio, aggressivo o tranquillo, è un aspetto da non trascurare per nessuno. Ho capito che la mia vita mi piace così, senza grandi problemi, ma tanta voglia di viaggiare, ridere, divertirsi e iniziare seriamente a programmare il futuro.
Fermatevi ogni tanto, dite stop alla televisione, al telefono, alla vita in generale. Sedetevi dieci minuti, e chiedetevi se la vostra vita vi piace… ne vale la pena.
Alessio Orsolini

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