Una vita di plastica

Ci sono 86 milioni di tonnellate di plastica che navigano nei nostri oceani e non c’è un modo meno brusco per dirlo. Per rendere meglio l’idea della folle quantità di rifiuti sintetici che scartiamo, si può dire che ogni minuto finisce in mare un camion di plastica non destinata al riciclo.

Le conseguenze sono evidenti: non solo immense isole di rifiuti viaggiano alla deriva negli oceani aumentando di anno in anno di 80 mila chilometri quadrati, ma nello stesso lasso di tempo 1,5 milioni di animali muoiono per ostruzione delle vie respiratorie od ostruzione del tratto digerente.

D’altro canto vivere senza essere circondati da plastica è ormai un’utopia, a causa di un sistema consumistico che non ci lascia alternative agli imballaggi non biodegradabili prodotti in quantità esponenziali. Non è sorprendente: è l’alternativa più economica in quanto derivata dal petrolio, ma la sua non biodegradabilità e potenziale letalità per parte dell’ecosistema è il prezzo che si paga per dei bicchieri usa e getta. L’idea di fare la propria parte spesso sembra insormontabile, ma eliminare la plastica dal proprio quotidiano in modo graduale potrebbe ammortizzare almeno in parte quei 25000 milioni di tonnellate di rifiuti previsti per il 2050.

I primi oggetti a dover essere eliminati dal nostro quotidiano dovrebbero essere le cannucce, estremamente pericolose per le specie marine e insignificanti a livello sociale.

(Qui il video del soccorso di una tartaruga marina)

Sono gli elementi inquinanti più incontrati che non solo causano gravi danni all’ambiente, ma mettono a rischio anche la nostra salute perché contengono bisfenolo A. Sono inoltre i meno utili, ma anche i più eco-sostituibili con delle versioni in vetro, acciaio o delle 100% biodegradabili in carta o bambù.

Non saremo di certo i primi a fare una scelta ecologica: una buona fetta del continente africano non solo si è mobilitata al fine di ridurre la quantità di rifiuti, ma può anche vantare di avere il Ruanda come pioniere dei paesi plastic-free, che già dal 2008 ha imposto un divieto su ogni genere di confezione o busta di plastica.

Anche Kenya, Marocco, Francia, Montreal e Nuova Delhi sono degni esempi del fatto che una vita ecosostenibile è possibile, a causa della forte restrizione dei materiali plastici. Nuova Delhi è giunta a questa consapevolezza a causa del raggiungimento del traguardo di peggior qualità dell’aria sul globo, dovuto alla combustione nel tentativo di smaltimento delle discariche.

Ma la resistenza non finisce qui, perché la compagnia Biofase, nata in Messico, produce cannucce e posate attraverso la lavorazione di semi di avocado, rendendoli così soggetti alla decomposizione 240 giorni dopo l’esposizione agli agenti atmosferici. Non solo è una svolta a livello sociale riguardante il campo delle posate usa e getta, ma l’azienda rende anche possibile l’utilizzo delle 300000 tonnellate annue di semi di avocado che finiscono in scarti, riducendo in questo modo la spropositata quantità di combustibili fossili.

Le prese di posizione, dunque, vanno fatte adesso, perché è vero che ci stiamo muovendo nella direzione dell’eliminazione dei piatti di plastica monouso, delle cannucce e delle tazze in polistirolo espanso, ma nel 2025 potrebbe già essere troppo tardi.


Studentessa di cinema e televisione, aspirante biologa, scrittrice part-time.

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