Musica, Suono, Disintegrazione

Modificate in Lumia SelfieTutti ascoltiamo musica.

Ne siamo circondati dalla nascita, anzi, ne entriamo in contatto alla ventiquattresima settimana di gravidanza, quando il nostro cervello comincia a interpretare gli impulsi dell’apparato uditivo traducendoli in qualcosa di comprensibile.
Attenzione.
Non parlo di mettere un paio di cuffie sul pancione, né tanto meno di portare l’embrione a un concerto sperando di formare i gusti musicali della persona che verrà.
Con il termine “musica” parlo del suono che ci circonda e delle sue infinite variazioni.
Il mondo delle frequenze sonore.

Tutti ascoltiamo musica.
Non tutti abbiamo un’idea corretta del rapporto tra musica e suono; un concetto all’apparenza banale che nasconde in sé molto più di quello che sembra.
Siamo abituati a considerare una melodia di pianoforte musica e il suono di una città rumore perché, da quella fatidica 24esima settimana, abbiamo cominciato ad assorbire le frequenze che ci circondano catalogandole e collegandole a immagini ed emozioni. Inconsciamente decidiamo ciò che consideriamo ascoltabile e ciò che consideriamo fastidioso. O almeno crediamo di farlo.
Alla base di questa distinzione ci sono teorie sonore fondamentali, basate anche su leggi naturali, diventate ormai limitanti. Regole invisibili che formano la base del nostro gusto musicale. Regole che “addomesticano” il nostro orecchio influenzando e contribuendo a distinguere musica e suono.
Distinzione che in realtà non esiste.
Accordi, battute, ritmo, scale cromatiche rappresentano un recinto che ci separa dalla reale capacità di avere un giudizio sincero su una composizione sonora.
Nel 1948 il compositore francese Pierre Schaffer musiquecominciò a manipolare suoni provenienti dalla realtà trasformandoli in qualcosa di astratto semplicemente isolandoli dal loro contesto “reale”. Ora siamo in grado di creare da zero qualunque tipo di suono udibile dal nostro orecchio. Ora, dopo 60 anni, è arrivato il momento di scardinare il recinto di regole e convenzioni che ci siamo imposti. E questo aprirebbe a infinite possibilità.

Tutti ormai ascoltiamo musica elettronica.
Non tutti conoscono le reali capacità della musica elettronica. Piccola parentesi tecnica propedeutica al proseguimento. Resistete.
L’arte della creazione sonora a partire dalle sole frequenze elettriche nasce a fine ottocento e porta, dopo anni di esperimenti e fallimenti, nel 1928 alla nascita del primo vero strumento elettronico: l’onde Martenot.  Il mondo della musica popolare scopre l’elettronica solo negli anni 60, con il perfezionamento e il rimpicciolimento dei primi sintetizzatori. Dopo 50 anni non ci siamo mossi di un passo. O meglio, gli strumenti per creare suono dal nulla si sono aggiornati, ma il ruolo che ricoprono in una composizione musicale adatta a un vasto pubblico è rimasto lo stesso. Una posizione comprimaria, d’accompagnamento. Una posizione che sfrutta l’1 per cento delle possibilità di certe macchine.
Qui non si sottovaluta il lavoro di pionieri come Stockhausen o Cage.Le loro sperimentazioni sono fondamentali per arrivare al punto di svolta a cui siamo oggi, semplicemente all’epoca i loro lavori erano troppo inusuali. Le orecchie dell’ascoltatore medio non erano in un certo senso pronte a un suono così innovativo. Ora, anche grazie a loro, forse sì.

L’esplorazione dell’ignoto è sempre stata fonte di curiosità e timore per l’uomo. Tuttora provare ad ascoltare qualcosa di apparentemente confuso o che fuoriesce dai nostri schemi spaventa e porta al respingimento.
81cpVFGmRfL._SL1437_Il primo passo è semplice e spetta a chi ha già, in un certo senso, la fiducia del pubblico.
Serve cominciare a mescolare elementi musicali riconoscibili con altri più innovativi per poi distaccarsi definitivamente. In alcuni casi si è già tentato, anche con successo, qualcosa di simile. L’esempio migliore è Kid A dei Radiohead: pescare elementi innovativi già sviluppati nell’underground elettronico anni 90’ (cioè il catalogo Warp Records: Aphex Twin, Autechre, Boards of Canada) e mescolarli con strutture e suoni più “tradizionali”. Ora, a quindici anni da quel disco, dobbiamo essere in grado di completare il salto nel vuoto. Gradualmente, distruggere e ricostruire il concetto di ascolto.

Tutti ascoltiamo musica.
Nessuno ha mai ascoltato musica.
Siamo incapaci di capire realmente cosa ci piace e cosa non ci piace a causa di strutture mentali abituate alla linearità e all’ordine. Un concetto che trascende il mondo della musica e si espande a tutte le arti.
E’ tardi per sperare che già in questa generazione le cose cambino ed è anche inutile in un certo senso.
L’orizzonte musicale non è mai stato così ampio e i suoi confini non sono mai stati così fumosi e in espansione; basterebbe riuscire ad assaporare anche una parte infinitamente piccola del mondo sonoro che ci circonda per
aprire le porte a migliaia di nuove sensazioni. Emozioni da comunicare, recepire e abbinare in milioni di combinazioni ognuna interpretabile in modo diverso da ognuno di noi. Sensazioni che renderebbero inutile il più potente degli allucinogeni.
Tutto questo applicando un principio fondamentale finora associato in modo sbagliato alla musica.
Il concetto di libertà. Compositiva e d’ascolto.
Proviamo.

 

P.s.
Se sono riuscito minimamente a incuriosirvi, oltre a quelli inseriti nell’articolo, aggiungo qualche pezzo che potrebbe interessarvi, ma anche scatenare in voi l’impulso di fiondare pc e cuffie annesse fuori dalla finestra.
Nel caso non fatelo. Non ne vale la pena per un po’ di elettricità manipolata.

Il primo è una compilation di brani elettronici 100% made in italy, prima release della Light Item Records fondata da Rico degli Uochi Toki, storico duo rap-elettronico (definizione inappropriata) da cui ho quasi rubato il nome di un album per il titolo di quest’articolo.
Poi una piccola playlist di youtube con brani stavolta “internazionali”. Le canzoni qui sotto sono in ordine di “ascoltabilità”. Più andate infondo più rischiate l’impulso di cui parlavo qui sopra.

 

Alessandro Perrone

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