Italo Calvino e il viaggiatore tra gli specchi

L’architettura del cosmo calviniano appare in “Se una notte d’inverno un viaggiatore” talmente intricata, labirintica e contraddittoria che focalizzarsi su un solo riflesso della sua composizione tanto irregolare sembra quasi ironico. Lo diventa ancora di più, tuttavia, quando si nota che non solo la tematica, ma la stessa struttura dell’opera, le sue più radicali fondamenta, riflettono tale natura. Ma andiamo per ordine.

Sono dieci gli incipit di romanzi cui Calvino dà inizio all’interno del libro, ma a cui non dona mai un finale, andandoli a inscrivere in un catalogo di storie incomplete e incompiute; tra queste c’è “In una rete di linee che s’intersecano”. 

Nulla ci è dato sapere del protagonista di questa vicenda, né il suo nome, l’età o le fattezze; ci dobbiamo accontentare di conoscere la sua occupazione, cioè gli affari, senza entrare troppo nel merito.

Il primo, centrale, fondamentale punto nodale della vicenda è uno, anzi sono tanti: gli specchi. “Speculare, riflettere: ogni attività del pensiero mi rimanda agli specchi” racconta Calvino sotto l’alias di Silas Flannery, autore fittizio del romanzo dal protagonista senza nome e senza volto. L’attinenza semantica di questi due elementi si riflette nelle loro caratteristiche. Paiono comunicanti eppure sono discontinue, manifestandosi in modalità differenti: pensare in un’unica direzione, attraverso un solo filtro, sbirciare da una sola lente è limitante, irrealistico e poco travolgente. In una stanza di specchi, invece, un’immagine si muove, rimbalza, le ombre si confondono, si nutrono delle incomprensioni che una realtà frammentata lascia all’ambiguità.

La stanza di specchi è la mente umana. Le immagini riflesse sono i ricordi, le convinzioni, le motivazioni e i sentimenti di un uomo, un uomo qualsiasi. Costituiscono la sua interiorità, con la quale si incontra e si scontra la dimensione esterna, incontrovertibilmente fugace e sfuggente.

Il primo oggetto tramite il quale l’autore spiega in modo oculato tale processualità è un caleidoscopio. L’elemento più confusionario e rivelatore – in maniera ossimorica, come non si può prescindere da fare davanti a Calvino – è la sua composizione: è costituito da vetri o pezzi di plastica che rimandano a una moltitudine d’immagini, ma il principio alla base è geometrico, poiché le strutture che ne derivano sono simmetriche. 

È forse questa l’ombra di una potenza regolatrice nel caos? Che davvero quello che sembra sottosopra in realtà sia chiaro? Che i pensieri, quelli che ci confondono, quelli che ribaltano la prospettiva e si mischiano l’uno all’altro, si tuffano, saltano, si nascondono, quelli che in questo modo riescono anche ad aver la meglio su di noi, in realtà siano perfette soluzioni alle domande più radicali?

Ogni specchio, ogni più piccolo riflesso, ogni moltitudine si contrae e nasconde in mille altri riflessi di se stessa, lasciando impercettibile la differenza fra la sua più naturale e originale entità e la mera copia di una sua immagine gemella. Qualsiasi cosa crediamo, o abbiamo creduto, o crederemo, sarà soltanto l’esito di un processo di mal riuscita identificazione di una verità, oppure è, è stato, sarà possibile trovare davvero la giusta direzione? Qual è la giusta direzione di fronte a una serie di strade che infinite si stendono davanti a noi tutte uguali? Perché devono per forza essere tutte uguali? Quante dimensioni si sviluppano all’interno di quella che sembra una realtà univoca, ma che al contempo si articola in nastri disparati e paralleli che slittano in infinite direzioni?

Pare ovvio di trovarsi davanti a un segreto. Un mistero del quale il protagonista del capitolo non vuole darci soluzione, ma di cui vuole divenire parte: se le immagini che vediamo sono moltiplicate, perché moltiplicata in mille frammenti è la realtà da cui provengono, cioè la contraddittoria, mutevole, instabile superficie sulla quale malamente tentiamo di mantenere l’equilibrio, noi cosa siamo? In una stanza di specchi anch’io divento immagine riflessa. 

L’intenzione dell’uomo pare proprio questa: riflettersi, moltiplicarsi, creare decine e decine di immagini di se stesso, una uguale all’altra, una indistinguibile dall’altra, dove non esiste più matrice originale e copia, ma solo una corrispondenza talvolta contraddittoria. Comodamente si potrebbe credere che lo faccia per vanità, per quel narcisismo in nome del quale piace guardarsi e ammirarsi riflessi, perché uno di noi sarebbe troppo poco; in realtà è tutto il contrario. In realtà, l’intenzione più pura è quella di nascondersi in bella vista, come quella lettera rubata di cui un secolo prima ci aveva parlato Edgar Allan Poe, per nascondersi “in mezzo a tanti fantasmi illusori” di se stesso. 

Non è quello che fanno tutti? Parlando di sé, non parlando di sé, decidendo di farsi vedere, scomparendo dai radar, mantenendo il pudore, raccontando ogni piccolo segreto, si lascia sempre vedere qualcosa. Ogni gesto – e ogni sua assenza – è codifica e codice attraverso cui si svelano e si vedono svelarsi crepe invisibili; ogni parola e ogni silenzio è una scelta destinata a trasmettere un messaggio.

Siamo tante cose dentro un solo universo, e ogni universo interiore è più grande di quanto infiniti passi possano mai tenere traccia. Come evitare il rischio di contraddirsi?

Le motivazioni di un tale gioco di luci e riverberi, quasi come ci si trovasse in una macchina catoptrica – quelle invenzioni in cui una figura si vede moltiplicata col variare dell’angolatura tra gli specchi – risiedono nel più potente, arcaico, primordiale istinto umano: l’istinto di sopravvivenza. Il protagonista del romanzo fornisce molteplici immagini di sé perché in queste ha bisogno di nascondersi, e ha necessità di farlo perché vuole e deve salvare se stesso: in questo modo, l’unico modo, in cui ogni direzione è imboccata da ognuna delle sue immagini doppie, duplici e duplicate, egli può seminare chiunque s’intestardisca a seguirlo. Chiunque s’ardisca di seguirlo. E ogni volta in cui crederanno d’averlo preso, catturato, ingabbiato, avranno preso, catturato e ingabbiato uno dei suoi riflessi speculari. 

È finalmente sovrano del raro e incrollabile dono dell’ubiquità emotiva: trovandosi ovunque, ingannerà i tentativi altrui di scalfirlo; chi lo colpirà, colpirà soltanto un’immagine falsata di sé. Essendo il padrone e l’unico conoscitore della posizione degli specchi, saprà inclinarli a sufficienza da trarre in inganno i nemici. Nessuno lo raggiungerà mai e, come sempre, l’inarrestabile forza si pagherà con la solitudine.

Il rischio, è d’obbligo menzionarlo, è che una delle immagini proiettata dal complesso schema di diffrazione delle luci e delle superfici predòmini sulle altre, ma soprattutto sull’originale: è così, la maggior parte delle volte, che si diviene prigionieri di se stessi. Qualcosa tra gli ingranaggi si inceppa, il meccanismo tanto accuratamente costruito per proteggersi fallisce. Il nemico dal quale tanto strenuamente si è cercato di fuggire assume sembianze raccapriccianti, perché sono quelle che si ritrovano nella propria immagine riflessa allo specchio. 

L’altro rischio è che, moltiplicando e proiettando immagini di sé, ci si imbatta in immagini moltiplicate e proiettate di altri: così ci inganniamo e li inganniamo, facendo vedere di noi uno o tanti dei molteplici riflessi, vedendo di rimando uno o tanti dei loro molteplici riflessi. Non è difficile immaginare che qualcosa ci tradisca; qualcuno che rappresentiamo in un modo – di cui crediamo di aver visto l’originale, oppure sufficienti immagini riflesse da conoscerlo e riconoscerlo come familiare – finisce per divenire, o rivelarsi, estraneo. 

Così accade con Lorna, l’amante del protagonista: il suo corpo nudo e prigioniero sembra chiedergli aiuto, implorare il suo soccorso; e lui, amandola, non tarda a prestarglielo. Quando, tuttavia, tenta di liberarla, di abbracciarla, lei si scaglia contro di lui e lo aggredisce. 

Come può essersi sbagliato tanto? Come può aver permesso a una – o poche più di una – delle immagini riflesse, nelle quali ci si incastra e ingarbuglia come in un nido di ragno, di dirigere tanto imperiosamente il proprio pensiero? Come ha fatto, prima di quel momento, a non chiedersi, come Calvino lo costringe a quel punto a chiedersi: “È prigioniera con me? È mia prigioniera? È lei la mia prigione?”

Le domande arrivano sempre troppo tardi, e le risposte quasi mai. Non tutto si risolve in un caotico e contraddittorio vortice di distruzione, però, perché la molteplicità porta con sé un contrario e complementare indice di creazione: se esistono parti di sé ovunque, vuol dire che il sé esiste fuori e dentro, in una modalità in cui il tutto circostante diventa io, ma soprattutto l’io diventa il tutto che lo circonda. 

Non è forse questa la tensione ultima dell’uomo, che uscendo fuori di sé e replicandosi in un caleidoscopico gioco di luci e ombre riesce in qualche modo ad eternarsi?

Vanessa Di Pietro

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