24 fotogrammi – Mommy

Una prigione in formato 1:1. Due muri neri che occludono la vista. Una scelta inusuale per un regista diverso: Xavier Dolan, canadese, sei film, sei premi vinti a Cannes, nessuna nomination agli Oscar. 24 anni. 22 nel 2014, anno d’uscita di “Mommy”. Per ora, in attesa del suo primo film americano in uscita quest’anno, il suo capolavoro. Un capolavoro visivo soprattutto. “Mommy”, in uno spazio limitato, un quadrato imprigionato da un mare di nero, racconta più di tanti Blockbuster ultra panoramici con cast stellari e trame inutilmente intrecciate figli del frenetico e adrenalinico cinema contemporaneo. Xavier Dolan, invece, è uno di quelli che definirà il cinema d’autore del futuro. E Mommy è il suo biglietto da visita.

La storia è incentrata su Anne e suo figlio Antoine, le vicende si svolgono a Montreal in Canada. Particolare chiave del film è la legge S-14, una normativa fittizia che permette a un genitore di rinchiudere un figlio all’interno di un istituto psichiatrico – anche forzatamente – senza alcun procedimento giuridico. Dolan ce l’ho dice a inizio film con una scritta bianca su sfondo nero carica di drammaticità, ma l’episodio da cui si sviluppa la trama è un altro: Antoine ha scatenato un incendio nella sala pranzo del riformatorio che ha causato danni irreparabili al viso di un suo compagno, quindi Anne è costretta a ritirare il figlio e riportarlo a casa.

Fin dai primi minuti ci immergiamo nel rapporto che i due hanno instaurato dopo la morte del marito di Anne. Dolan ricorre spesso al tema madre/figlio, che stavolta si sviluppa come un classico caso di complesso edipico irrisolto; nulla di così originale in fondo. Il regista francese, però, riesce a trasmettere molto non solo grazie alla sceneggiatura e agli attori, ma anche attraverso l’uso di immagini, colori e inquadrature cariche di significato. Il risultato è un punto di vista semplice e dai risvolti drammatici, privo di scelte narrative banali.

Antoine, per un senso del dovere derivato dalla morte del padre, vede in Anne sia una figura materna che una figura da proteggere e amare, e di conseguenza questo porta occasionali turbolenze nel loro rapporto, sempre in bilico tra amore incondizionato e odio profondo. A questo si aggiunge l’indole violenta di Antoine, nascosta sotto un’apparente tranquillità, ma pronta a esplodere al minimo cortocircuito relazionale. Anne tenta nel corso della vicenda di educare un figlio ormai troppo grande per essere educato e allo stesso tempo cerca di risolvere i problemi legali derivati dall’incidente causato dal figlio in riformatorio.

A questo punto Dolan inserisce un terzo personaggio, Kyla, una donna che si è appena trasferita nella villetta di fronte a quella dei Després. Uno sguardo esterno, forse quello dello spettatore; un punto di vista in cui noi possiamo a immedesimarci. Lei avrà il ruolo di una sorta di mediatrice emotivamente coinvolta; il suo sguardo mostra smarrimento e incapacità di comprendere i meccanismi che muovono Anne e Antoine. Kyla stringerà un forte rapporto con entrambi e ne seguirà le vicende fino alla conclusione della storia, che si ricollega, in modo tragico, a quella prima scritta bianca su sfondo nero, che risolve la tensione creata e ci trasporta verso un finale che nasconde anche un relativo senso di sollievo.

Più che nelle interpretazioni in sé, la forza della pellicola deriva dalle immagini, da quello che accade in quella prigione quadrata: pareti che a volte sembrano espandersi e volte sembrano comprimersi fino a diventare soffocanti. Il particolare formato influisce anche sulle scelte fotografiche: sia per quanto riguardo gli interni che per gli esterni, i dettagli della scenografia si perdono a causa di un campo cortissimo, che mette a fuoco solo i personaggi in primo piano; un dettaglio che isola ancora di più Anne e Antoine nel loro piccolo mondo personale impenetrabile. Lo scopo di Dolan è di farci entrare in questo mondo per capirne la leggi che lo governano, proprio come ogni film, a prescindere dall’argomento trattato, dovrebbe fare.
Il regista canadese ci riesce. Poi sta a noi interpretare gli avvenimenti. Condannando, compatendo i protagonisti, o magari cercando di capire i motivi delle azioni che compiono nel loro piccolo recinto (cinematografico) personale.

Xavier Dolan è diventato, soprattutto grazie a questo film, una delle più grandi promesse del cinema comtemporaneo.
Ha ormai dimostrato che uno sguardo diverso su temi già affrontati centinaia di volte nel cinema esiste. Ha dimostrato di essere un grande regista. Ora il suo obiettivo deve essere diventare immortale come Kubrick, Lang, Kurosawa, Hitchcock, Tarkovskij e pochi altri.
Speriamo ci riesca. Forse con un film in formato panoramico.

Alessandro è un ragazzo che vive e studia Lettere a Roma, che non si fa scrupolo a descrivesi in terza persona. Appassionato di musica in quasi tutte le sue forme, ma con una leggera predilezione per i freddi suoni dell’elettronica.

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