Secondo Piano – La democrazia cade ad Afrin

Siria

La Turchia ha invaso la Siria, ma per i media italiani in questi giorni è più importante parlare delle telefonate fra Di Maio, Salvini e Berlusconi o di quanto Facebook sia brutto e cattivo perché qualcuno è venuto a conoscenza dei nostri “mi piace” alla pagina ufficiale di Gigi D’Alessio. Nel frattempo, il simpatico Erdogan, presidente della Turchia, fra un giornalista condannato all’ergastolo e l’altro, con il consenso della Russia e l’indifferenza statunitense ed Europea, ha deciso che i curdi erano troppo vicini al confine turco e quindi ha lanciato l’offensiva “Ramoscello d’ulivo”, conquistando il 18 marzo, con il supporto dei ribelli siriani, fra cui militano ex terroristi dell’Isis, la città di Afrin.

Afrin fa parte del Rojava, uno stato non riconosciuto all’interno del territorio siriano gestito ed abitato in maggioranza da popolazione curda, che dopo la guerra civile siriana del 2012 ha dato vita a una comunità democratica e multietnica in una zona del mondo in cui si sta perdendo il valore della democrazia (un concetto che infastidisce sia Erdogan che Assad, presidente della Siria). Fino a un paio d’anni fa i curdi combattevano l’Isis con il supporto militare degli Stati Uniti e quello mediatico di tutto il mondo. Cacciata l’Isis i riflettori si sono spenti e non si sono più riaccesi, nemmeno in questi drammatici giorni. La città di Afrin è stata evacuata poche ore prima dell’arrivo dell’esercito turco e ora 250 mila persone vivono senza acqua e cibo nei territori vicino alla città.

Dopo questa ingiustificabile prova di forza da parte di Erdogan, appoggiata dal neoeletto Putin, l’Unione Europea non ha fatto nulla, così come gli Stati Uniti. Ora però il presidente turco vuole avanzare ancora e raggiungere Mambij, altra città curda, presieduta però da un contingente americano di duemila uomini.

Ma alla fine, senza troppi giri di parole, nulla di importante no? Meglio occuparsi del nuovo film di Steven Spielberg, anche lì ci sono un sacco di esplosioni, dicono.

Per chi invece è interessato a vivere nel proprio tempo e conoscere cosa succede a poco più di un migliaio di chilometri da casa nostra, e di tutte le conseguenze che avrà l’operazione turca, ecco qualche link che spiega meglio la faccenda:

La sconfitta dei curdi ad Afrin, spiegata

Afrin (non) è sola?

Anna, Samuel e gli altri: quei giovani europei morti in Siria per difendere Afrin e la libertà dei curdi

La caduta di Afrin? È la prova che del terrorismo (e dei morti) non ce ne frega nulla

Per seguire gli aggiornamenti su Twitter:

IC Afrinresistance

#Binxêt aka Bluto

Turchia

Rimaniamo in zona, attraversiamo il confine (ma senza invadere nulla) e vediamo come vanno le cose in Turchia. Dopo il tentato golpe del 2016, Erdogan, presidente democraticamente eletto, ha scatenato un’ondata di repressione con migliaia di arresti e forti limitazioni alla libertà di stampa. Proprio qualche settimana fa, come accennato prima, il tribunale turco ha condannato all’ergastolo sei giornalisti, una decisione che svela senza mezzi termini una realtà inequivocabile: in Turchia lo stato di diritto non esiste più e la divisione dei poteri è scomparsa.

Di qualche giorno fa è invece la notizia che alcune delle poche testate indipendenti rimaste nel paese – fra cui Hurriyet, il giornale più venduto in Turchia – gestite dalla Dogan Media Group, stanno per essere vendute a una società vicina a Erdogan per una cifra che si aggira intorno al miliardo di dollari. Dopo la vendita, 21 quotidiani su 29 saranno di fatto sotto il controllo del presidente turco. E dire che fino a poco tempo fa si parlava dell’entrata della Turchia in Europa.

#Fonte1 #Fonte2

Web tax

Internet è un posto bellissimo, e non si pagano nemmeno tante tasse. Anche se a noi comuni mortali interessa poco, almeno finché non diventeremo esseri virtuali. Interessa di più ad aziende come Google, Amazon, Facebook, Apple e compagnia che vendono prodotti, servizi e pubblicità in tutto il mondo tramite internet, ma pagano le tasse in un paese a loro scelta, spesso un paradiso fiscale. Per capire la portata del problema, come riporta un articolo de IlPost, lo scorso 15 marzo l’Ufficio parlamentare di bilancio ha calcolato come Google abbia guadagnato 637 milioni di euro da clienti italiani; 570 di questi sono stati però fatturati da Google Ireland, quindi le tasse su soldi guadagnati in Italia sono pagate all’estero, dove conviene di più.

Nulla di illegale, solo un buco legislativo che la Commissione Europea sta tentando di risolvere con una proposta di tassa per il web, la web tax appunto, per recuperare quella manciata di miliardi dai giganti del web con un’aliquota del 3% da pagare sul fatturato. Le possibilità che la proposta passi sono poche, perché serve l’unanimità di tutti i paesi europei, e alcuni come l’Irlanda e il Lussemburgo, che hanno tasse molto basse e godono di questa situazione, si metteranno sicuramente di traverso, per la gioia di Google, Amazon, Facebook ed Apple.

 

Alessandro è un ragazzo che vive e studia Lettere a Roma, che non si fa scrupolo a descrivesi in terza persona. Appassionato di musica in quasi tutte le sue forme, ma con una leggera predilezione per i freddi suoni dell’elettronica.

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