24 Fotogrammi – Chiamami col tuo nome e io ti chiamerò col mio

“Chiamami col tuo nome e io ti chiamerò col mio” 

Questa è la frase che dà il nome al film di Luca Guadagnino e che, anche se priva di un vero senso logico, racchiude in sé l’intenso amore contenuto nell’opera ispirata all’omonimo romanzo scritto da André Aciman. I protagonisti di questo amore “proibito”, sono Oliver, un giovane studente universitario americano, ed Elio, uno spensierato diciassettenne italoamericano.

I due si conoscono quando Oliver viene a soggiornare con la famiglia di Elio per l’estate. Entrambi sono subito colpiti e attratti l’un l’altro trasformando un semplice desiderio carnale in una grande e segreta storia d’amore. 

Alcuni dialoghi del film sembrano inseriti senza avere uno scopo vero e proprio o senza coerenza logica e narrativa. Nonostante ciò Guadagnino ci regala un ottimo prodotto, che va migliorando soprattutto nel secondo atto. Il tutto ambientato tra i magnifici ed esaustivi paesaggi del nord Italia degli anni ottanta. Armie Hammer (Oliver) dà quel carisma necessario al suo personaggio, che diventa una sorta di punto di riferimento per l’amato Elio, ma è Timothée Chalamet, l’interprete di quest’ultimo, a rubare la scena, trasformandosi nella bussola emotiva del film. Il giovane attore infatti ha ottenuto una nomination all’Oscar per questo delicato ruolo.

Altra argomentazione del film è la sua sensualità dannata, che sfiora in alcuni punti la perversione, ma l’attenta messa in scena da parte del regista e le intense interpretazioni dei due coprotagonisti, la rendono fortemente emotiva e coinvolgente.

Il monologo finale del padre di Elio rasenta la perfezione, e, per quanto significativa e reale, sarebbe quasi da far proiettare nelle sale unicamente quella scena. Parla dell’amore, delle ferite che esso può lasciarci. Ferite che vanno curate perché altrimenti finirebbero per mandare in cancrena i nostri sentimenti. Piangere è giusto, ma tornare a sorridere lo è ancora di più. Cercando sempre di vivere nuovi ricordi felici o tristi che siano e di commettere nuovi “errori” che ci rendano vivi.

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