Lungo quella via…

Eccomi lì, mentre erravo lungo quella via… esatto, quella via che ormai potrebbe mostrarmi minuziosamente ogni tassello che compone il mosaico del corso di questi lunghi anni. 

Quella via mi ha visto quando ancora ero nel passeggino, quella via mi ha visto compiere i primi passi, mi ha visto tornare da scuola, mi ha visto riportare la spesa a casa, quella via mi ha visto mentre andavo a comprare le sigarette, mi ha visto percorrerla confuso dopo una serata poco sobria, quella via mi ha visto spensierato assieme a una persona, quella via mi ha visto tornare dal lavoro… 

In questa via posso dire di averci impresso il mio passato. Essa è la mia memoria, è una doppia memoria, un suo alias, una sua stratificazione tangibile. Di conseguenza, è un acceleratore per quellʼiracondo flusso di pensieri che non riesco a fermare. 

Questa via conosce tutto di me e io conosco tutto di lei. In ogni lato, in ogni curva, in ogni angolo, in ogni suo frammento vi ho depositato una parte del mio passato… quel passato che divora freneticamente il presente.

Camminando lungo il suo tragitto il mio sguardo scruta ovunque. Ogni inquadratura che il movimento panoramico del mio capo compone è un’occasione per riesumare momenti vissuti; o, in certi casi, per ricostruire nuove versioni di questi, spinto da insoddisfazioni o traguardi non raggiunti. Sì, è proprio in questi ultimi casi che la mia psiche diviene maggiormente incontrollabile, paragonabile a una bestia che viene liberata dopo essere stata per lungo tempo in cattività dentro una gabbia. Questa bestia dilaga nella fissazione di atti mancati, elabora nuove versioni di situazioni ormai svanite; in questo modo quella parte di me, un tempo soppressa, viene, almeno apparentemente, soddisfatta. 

Devo però ammetterlo: non posso continuare così. Non posso stare sempre lì, vigile, a sfamare quella bestia. Non posso essere ininterrottamente succube degli stimoli che la mia mente riceve, sia dall’esterno che dal disordinato archivio delle mie memorie. 

Ed eccomi di nuovo lì, lungo quella via, mentre tento di seguire il passo del naturale stato delle cose. Sto tentando di percorrerla osservandola per ciò che è in quel preciso istante, al quale segue un altro istante e un altro ancora… ed eccone ancora un altro! 

Ma nulla. Quell’orribile bestia formata dall’ammassarsi delle tanti parti di me sembra non volersi placare. È ancora lì davanti a me, in attesa di essere nutrita dal flusso delle mie continue associazioni mentali. 

Ecco però che il mio sguardo, ormai pratico nello scrutare ogni cosa, si posa delicatamente sul terrazzo di una palazzina presente sull’altro lato della strada. Non l’avevo mai notato in tutti questi anni. Un terrazzo in fin dei conti scarno, modesto, quasi arido, povero, ma ben curato. Geometrico, fluttuante, intriso di un pacifico onirismo. So che può sembrare futile e banale: ma non riesco a descrivere a parole il condensarsi di stati d’animo che mi suscita. Solleva le antenne di quei centri emotivi che captano l’indefinibile, l’ignoto. Avverto quell’insieme di vibrazioni che superano la triste nota razionale da noi affidata allo spazio e al tempo.

Qualcuno mi dirà: “Tutto questo esaltarsi per un tettuccio che non avevi mai visto nel corso di tanti anni? Cosa sarà mai in fondo? Ci sono ben altre cose più esaltanti nella vita per smettere di pensare tanto!”. Penso di sapere a cosa vi riferite quando alludete a “cose ben più esaltanti”. Eppure esse vi permetteranno solo momentaneamente di sopprimere i vostri pensieri. Rinchiudono la vostra bestia mentale – permettetemi da ora in poi di definirla così – chiusa a chiave dentro una gabbia, in modo che non possa dare fastidio. Eppure in questo modo la bestia aumenta il suo stato di cattività. Fino al giorno in cui la bestia sfonderà la gabbia nella quale l’abbiamo rinchiusa, tornando a essere ancor più incontrollabile di prima. 

Ma torniamo alla mia esperienza. 

Nella contemplazione di quel punto così incontaminato dalla mia memoria vi ho trovato l’assoluto. Qualcosa che, se prolungato, darebbe pace a tutti i miei sensi. E infine ho compreso che la purezza della mia percezione era dovuta all’isolamento di quellʼinnocuo terrazzo dalla sfera della mia quotidianità, fatta di gesti ripetitivi, meccanici; nella quotidianità tendiamo a riporre l’inconsapevolezza della nostra identità e delle nostre azioni. 

Sarebbe bello vagare in giro per il mondo alla ricerca di altri luoghi, di altri spazi dove tempo fa ho smarrito la mia immortalità; dove ho abbandonato quel senso di infinito che ora emerge solo a tratti, all’infuori degli oggetti e dei luoghi quotidiani. 

E sarebbe ancor più bello non voltare le spalle a questa sfera quotidiana, non ritenerla responsabile di ogni male. In fin dei conti la quotidianità è primordialmente un atto d’amore verso il nostro istinto di sopravvivenza. 

Sarebbe bello continuare a percorrere ripetutamente quella via, tuttavia coltivando anche lì il seme della percezione dell’infinito. Un seme che darebbe vita a un sontuoso giardino della preesistenza, dove anche la bestia mentale presente in tutti noi potrebbe passeggiare attentamente ogni mattina al proprio risveglio. 

Lascia un commento