Assalto a Capitol Hill – Democracy what?

Nonostante un oceano di distanza dal palcoscenico dell’assalto di 10 giorni fa, quanto successo non può che innescare una serie di pensieri in noi giovani europei. Dopotutto quando il “leader del mondo libero” si trova in una situazione di cotanta fragilità il campanello dʼallarme risuona forte perfino da noi. Che rilevanza ha questo atto senza precedenti? La redazione di Ammazzacaffè dice la sua!

Alessandro Sabatini, 19 anni

Ciò che è successo a Washington non può e non deve essere considerato un fenomeno isolato. L’assalto al Campidoglio, a opera dei sostenitori estremisti di Donald Trump, non rappresenta che l’ennesima dimostrazione che quella tanto acclamata “democrazia”, raggiunta attraverso sanguinosissime guerre e altrettanto sanguinosi nazionalismi, rimane a tutti gli effetti una deliziosa utopia. Il modello americano, che per un intero secolo ci ha scrutati, sentenzioso, al sicuro sulle sponde opposte dell’Atlantico, che ha visto alcune delle proprie invenzioni rivoluzionare la nostra vita, che si è imposto come dogma, come modello di salute, di benessere, di libertà, di arte ora sembra vacillare, messo in ginocchio da un attacco diretto al cuore della propria democrazia. Purtroppo servono i morti per far nascere le domande più scomode: di chi è la colpa? Perché è successo? È stato saggio, da parte di Facebook e Twitter, bloccare i post del presidente uscente? O si è trattato dell’ennesimo contrappasso assolutista?Non è facile trovare una risposta; quello che però torna alla memoria è una sagoma in divisa militare, una fascia rossa con un simbolo indiano sul braccio, mentre incita alla restaurazione, alla rinascita della nazione, all’odio. E, soprattutto, il ritratto sfacciato, sfrontato, arrogante, miserabile di un uomo che può fare, dire e ordinare tutto ciò che desidera, dall’alto del suo impeccabile ciuffo biondo, perché nessuno può dirgli niente. Quattro anni di menzogne, minacce, promesse, figuracce, seducendo e ingannando un popolo che, già nei precedenti mandati, non aveva avuto vita facile. E ci stupiamo ancora per quanto è successo? L’ultima goccia sta per cadere, ma il vaso sembra essere già pieno fino all’orlo…

Impossibile dimenticare le parole di Michael Moore nel suo “Fahrenheit 11/9”: “Eppure né voi né io abbiamo telefonato o scritto alla NBC perché cacciasse dal programma un razzista dichiarato!”

Jonathan La Noce, 20 anni

Sono cosciente della gravità di quanto successo al Campidoglio statunitense? Immagino e spero di sì, ma questo non mi ha impedito, nel momento in cui era in atto l’assalto, di pensare “Cosa c’è stasera in tv?”. Sono sicuro che il fattore determinante per la mia indifferenza non sia il percepire l’avvenimento come lontano, sentendomi io cosmopolita. In più mi importa relativamente poco anche di dinamiche che vanno a intaccarmi personalmente, come il fatto che le manovre economiche che il Paese farà per restare a galla andranno a ipotecare il futuro di noi giovani. Perché, dunque, questa passività e disinteresse nei confronti di quello che succede attorno a me? La mia è una dimostrazione di saggio stoicismo o di mera pigrizia? Capisco però che il mio discorso trascende l’argomento dell’articolo e non sto dando al lettore quel che cercava, quindi direi di fermarmi e tornare su Instagram, che non apro da ben 2 minuti. Troppo pensare mi fa male, e i video buffi non si mettono il cuoricino da soli.

Michela Pronesti, 17 anni

“Hands up, don’t shoot!”

NellʼAgosto del 2014, sulle scalinate di Capitol Hill, migliaia di cittadini diedero vita a questo slogan per ottenere rispetto e considerazione dopo la brutale uccisione di Michael Brown, un giovane cittadino nero ucciso da un poliziotto bianco. Dopo sette anni, altri migliaia di cittadini si ritrovano davanti alle stesse scalinate, anche loro in segno di protesta. Non possiamo dire che la storia si ripete, l’esito voluto è completamente diverso. Lo slogan protagonista questa volta è “Trump won”. 

La convinzione che i voti delle elezioni presidenziali siano stati soggetti a modifiche e a trucchi, l’abbandono di potere da qui a poco di Donald Trump: è stato questo ad attuare una vera e propria rivolta da parte dei sostenitori dell’ormai ex Presidente degli Stati Uniti D’America. Sentire grida irose, vedere bandiere sudiste e protestanti vestiti in modo singolare occupare le stanze del Campidoglio, distruggendo i vetri delle grandi finestre e commemorando il tutto con uno scatto assieme alla polizia, è l’ultima visione che mai mi sarei aspettata e avrei desiderato per un nuovo inizio da parte di questo Paese. La stessa polizia che, proprio in quel lontano 2014, e più recentemente durante le manifestazioni BLM di questa estate, impiegò la violenza per impedire che le voci del popolo nero fossero protagoniste di un cambiamento per l’America, lo stesso Paese considerato l’apice della possibilità. Ma cos’è davvero possibile in America? È possibile che chi dovrebbe impedire questo sorrida in uno scatto poi postato sui social? Che tutto venga limitato da un arresto nei confronti di un singolo? E soprattutto è possibile che chi dovrebbe essere la rappresentazione  di un intero Paese sia colui che accoglie la violenza e la noncuranza, ringraziando chi la attua e denigrando chi combatte per sopprimerla? 

Quanto accaduto resterà un ricordo spiacevole del Paese tanto ambito e ricercato, Paese che necessita una rinascita priva di odio e rotture, unʼuguaglianza e una serenità dopo tanto, forse troppo strazio. 

Federico Maria Baldacci, 19 anni

In me sorge la necessità di guardare la spiacevole vicenda di Capitol Hill non tanto con  uno sguardo politico, bensì umano, nel senso più ampio del termine. E’ anche vero poi che nella democrazia non dovrebbe esserci divisione tra politica ed essere umano. Eppure nella realtà tale princìpio sembra contorcersi spesso. Di fatti, ciò che è accaduto per causa di Trump nasce dall’invidia, dal bisogno di affermazione, da una paura che chi è al comando tramuta in un potere puramente anarchico, che può permettersi di infrangere gli stessi princìpi da lui emessi. Ma osserviamoci con lucidità. Noi cittadini, noi che non siamo al potere, non siamo così esenti da tutto ciò. Ogni giorno, spinti dal condizionamento del nostro ambiente, tendiamo all’auto affermazione, al voler diventare “qualcuno” di importante. Il commesso che coltiva invidia per il suo direttore, perché vuole diventare come lui, non differisce umanamente da Trump che vorrebbe tornare a ogni costo il “Presidente degli Stati Uniti”. E’ difficile stabilire l’origine di questa corsa egoica dell’uomo, eppure c’è ed è visibilmente la fonte della sofferenza e delle stragi nel mondo. Chi si è ritrovato al potere l’ha tramutata in violenza, abuso e oppressione, chi non si è affermato l’ha tramutato in paura, insoddisfazione e odio represso. Quanto successo a Capitol Hill, dunque, non è altro che un tipico atteggiamento dell’uomo che si è riflesso nel contesto politico. E come si atteggia il cittadino di fronte a simili capricci e soprusi del potere? Spesso le soluzioni adottate sono proteste, rivolte o attacchi verbali. In quel caso non faremo altro che sovrapporre ideologie ad altre ideologie, violenza ad altra violenza. Finché cercheremo di diffondere la libertà attraverso degli ideali, ci sarà sempre lotta, ci sarà sempre qualcuno da dover persuadere e da contrastare, finendo col giocare lo stesso gioco del nostro nemico. L’idea di raggiungere o possedere la libertà, che genera conflitto, crea una divisione dal vivere realmente la libertà; e quest’ultima non potrà mai porcela un leader, un partito o una rivoluzione, ma soltanto noi stessi. E una sana democrazia stabilisce che la sovranità stia al popolo, al cittadino, non al singolo leader. Cambiare se stessi: ecco la vera rivoluzione. 

“L’invidia è uno dei fattori più distruttivi nelle relazioni perché è indice del desiderio di potere, di una posizione sociale, e in ultima istanza conduce alla politica; le due cose sono strettamente collegate. Il commesso, quando cerca di diventare direttore, diventa un fattore della creazione della politica della forza, che porta alla guerra; così egli è direttamente responsabile della guerra” – J. Krishnamurti 

Francesca Monti, 19 anni

Assalto a Capitol Hill – YouTube

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