Avresti dovuto dirlo

Monologo sull’adolescenza

Ciao. Fa freddo, eh? Fammi spazio.

Ne vuoi una? Mmh, hai ragione, meglio così.

Tutto bene? Ti ho visto lasciare silenziosamente la sala e credevo fosse successo qualcosa.

Si, capisco, è un momento così.

Ne ho anche io, sai? Di momenti così. Momenti in cui, proprio quando le condizioni sono favorevoli e tutto sta andando per il meglio, senti che manca qualcosa. E allora la cerchi negli occhi degli altri, nelle bottiglie di birra vuote sdraiate l’una sull’altra, nella musica che sottrae alle orecchie l’inquietante suono di una stanza silenziosa. Ma senza successo. Tutto perde improvvisamente rilevanza, persino quel sorriso per cui hai tanto tremato, per cui ti sei aspramente rimproverato, con cui hai compreso il vero significato della bellezza.

L’aria diventa asciutta, pastosa, irrespirabile. Una leggera nausea ti sale in bocca, mentre indossi il cappotto ed esci sul terrazzo. Ed è proprio lì, mentre accendi l’ennesima sigaretta, che i tuoi occhi, illuminati dalla fiamma dell’accendino, incrociano ciò che cercavano, ciò che mancava. Lo sguardo scivola lentamente sui riflessi stellati, sul cielo plumbeo, sui profili azzurri; infine si perde nel vuoto.

Non esiste più nulla in quei momenti. Spesso si pensa che, mentre si fissa il vuoto, nella mente si avvicendino tutti gli eventi più dolorosi, le angosce più pressanti, i dilemmi più titanici. Ma non è così. È il vuoto, punto. Assenza di pensiero, quiescienza della mente, chiamala come vuoi.

Nel vuoto ti ho visto, sai. Indossavi quella maglietta a righe e quei jeans corti. Correvi libero, il sole che tentava di trapassarti l’iride, il sorriso genuino sul viso. La scuola era appena finita, l’estate stava sbocciando in tutta la sua libertà, dipingendo quei paesaggi per troppo tempo rimasti grigi.

Ricordi ancora come si saliva su quell’albero, vero? Dovevi scalare la ringhiera, metterti in piedi su di essa e afferrare il poderoso ramo che sporgeva. Poi, lasciando andare le gambe, dondolare fino ad afferrare l’appoggio sul vigoroso tronco e da lì saltellare di ramo in ramo. Una volta su, non esisteva più niente: attraverso le sottili ma coprenti fronde altro non zampillava se non il bianco chiarore di mezzogiorno; i contorni della grande casa sparivano, così come quelli della grande strada. Solamente tu, l’amico con cui condividevi la dimora e luoghi impensabili su cui fantasticare.

Avresti dovuto dirlo, a quel bastardo che si spacciava per “vostro amico”, che spezzare quel ramo non lo avrebbe reso il capo del quartiere, ma avrebbe solo distrutto il sogno di due bambini. Ma ogni volta che ci provavi le parole morivano in gola.

Avresti dovuto dirlo, a quel tuo compagno di sogni, che il quartiere non sarebbe stato lo stesso senza di lui, che continuare a vivere come se nulla fosse successo era un’utopia. Ma forse non conoscevi questa parola. Mmh, no, effettivamente non la conoscevi.

Avresti dovuto dirlo, a quegli sguardi irriverenti, sibilanti, sentenziosi, che eri disposto a fare qualsiasi cosa per loro: aspettavi solo un segnale per urlare bestemmie in mezzo a una piazza, gettare tutti i libri, tutte le cartucce di giochi Pokémon sui tuoi scaffali, tutti i mattoncini LEGO che infestavano la tua scrivania. Ma, ora che ci ripenso, questo gliel’hai detto. Più di una volta.

Avresti dovuto dirlo, che se qualcuno si alzava per seguire i suoi compagni, lasciandoti solo, non era colpa della tua timidezza, ma della sua paura del silenzio, della nudità, dell’estraneo di turno. Ma non potevi farlo: te ne saresti accorto solo anni dopo, quasi casualmente, con quella stessa persona. E forse ne avresti avuto compassione, l’avresti stretta a te.

Avresti dovuto dirlo, a quel reggente dispotico della cultura, che quel voto non ti andava bene per un cazzo. Che il tuo valore non stava certo in un misero numeretto, né tantomeno in una performance chiaramente offuscata dagli sguardi gelidi che arrivavano da dietro i banchi. Che ti sentivi come un disco rigido in cui accumulare file senza criterio né scopo; che a questo punto erano meglio i dischetti di Matrix, che appena inseriti permettevano di padroneggiare una certa attività. Ma tu Matrix non l’avevi ancora nemmeno visto: cosa ne sapevi di dischetti, di pillole, di conigli. E, ora che ci penso, non era una bugia rispondere “niente” quando ti veniva chiesto cosa avevate fatto in classe.

Avresti dovuto dirlo, a quei boriosi moralisti, che non era solo il vizio di un sedicenne trasgressivo. Che sapevi di sporcarti, di contaminarti, certo, ma in fondo non stavi così male in mezzo a quel fumo. Era come diventare così leggeri da potersi adagiare su di esso. Come disegnare attorno a te una bolla che, danneggiandosi, ti proteggeva. Ma tutti lo vedevano come un pericoloso, deplorevole capriccio. E così hai rinunciato persino a farlo sapere: ogni sera, rientrato a casa, spruzzavi il deodorante sui vestiti, strofinando le mani sotto l’acqua fino a spellarle e masticavi contemporaneamente 3-4 caramelle.  

Avresti dovuto dirlo, a quegli inappuntabili impiegati del “mondo degli adulti”, che quando saresti diventato grande non avresti capito assolutamente nulla. Che la vita è troppo imprevedibile per stabilirne l’andamento; che le spiegazioni vanno date quando è giusto farlo, non rimandate a data da destinarsi.

Avresti dovuto dirlo, sempre a quegli impiegati, che la musica ad alto volume non serviva a sfuggire dalle responsabilità ma a comprenderle, a metterle a fuoco ancora più in profondità, a trovare un lampione acceso in una strada notturna. Ma non trovavi le parole. E, effettivamente, non le trovi ancora oggi.

Avresti dovuto dirlo, che ti sentivi proprio come quel tizio che si risveglia trasformato in un enorme insetto. Che non riuscivi nemmeno a rimetterti in piedi, a trattenere il vomito per il rumore delle tue viscide zampette e della tua fetida voce. Che anche una lieve ferita ti avrebbe condotto a morte certa, poiché nessuno sarebbe corso a medicartela. O forse l’avrebbero fatto di certo, ma volevi credere di essere solo al mondo per protestare contro la sua insensibilità. Del resto non conoscevi ancora il ruolo profetico e chirurgico della scrittura.

Avresti dovuto dirlo, a mamma e papà, che nessuno di loro poteva aiutarti. Che gli adolescenti devono scoprire da soli chi sono davvero, fosse anche a costo di giungere sul ciglio, arrestandosi così bruscamente da far precipitare qualche pietrolina del pavimento nell’oscurità. Che esistono, nel processo di formazione dell’individuo, dei momenti chiamati “periodi critici” nei quali è necessario che avvengano determinate esperienze. Ma non potevi: che ne sapevi tu di condizionamento, di apprendimento, di rinforzo, di individuo.

Avresti dovuto dirlo, a quegli occhi immensi, a quel viso sfocato, a quelle labbra quasi invisibili, a quella voce così dolorosa, che non facevi che pensare a lei. Forse non avresti dovuto aspettare che la vita intervenisse a modo suo, distruggendo ogni cosa. E, forse, avresti potuto parlarne con qualcuno. Sì, questo avresti potuto farlo.

Che bella luna. Sai, penso che la luna sia bella solo quandʼè arrabbiata. Quando una nuvola cerca di offuscarla, di spegnerla, e allora si libra nel buio profondo ed emerge in tutto il suo candore accecante. E proprio tra quei verecondi raggi riponiamo i nostri dolori, i nostri pensieri. Non so spiegare bene perché. Insomma, il sole ci guida, ci illumina, ci rende coscienti. E la luna? Qual è il suo ruolo? Raccoglitrice di idilli infranti? Madre di tutti i sognatori? 

Custode di ricordi. Si, esatto, è proprio questo. In ogni cratere un profumo; in ogni macchia un grido. E, come tutte le cose, un irraggiungibile lato oscuro.

Guardami bene. So a cosa pensi quando guardi nel vuoto. E non ti dirò che mi dispiace, perché mi urleresti addosso che è solo colpa mia se siamo arrivati a questo punto. Per anni l’ho pensato anch’io: le pareti della stanza convergevano tutte su di me, l’aria diventava irrespirabile, l’esterno perdeva lentamente colore, mentre mi convincevo di aver sbagliato tutto. Quattordici. Quindici. Sedici. Diciassette. Diciotto. E più gli anni passavano, più i numeri scorrevano, e più la mia convinzione si rafforzava: camminavamo per le strade del mio quartiere, inseguendo fantasmi; simulavamo gioia, soddisfazione, serenità, solo per non sentire quelle fatidiche domande, quelle vacue rassicurazioni.

Ora voglio dirti una cosa: abbiamo sempre avuto la vita sia davanti che dietro di noi. Mai in mezzo. Il mondo correva ma noi arrivavamo sempre al traguardo col fiato corto e le gambe a pezzi, puntualmente per ultimi. Ma ho sempre pensato a quella vita davanti a noi: vita che un giorno sarebbe diventata quella dietro, certo, ma che intanto c’era. E potevo vederla, anche se mi convincevo del contrario.

Mi viene da sorridere pensando a te. Alle tue corse scalmanate, ai tuoi gridi taciuti; ai timpani doloranti, alle stradine vuote; ai giochi invisibili, agli occhi lucidi e le palpebre sempre asciutte.  È un sorriso nostalgico, certo: un po’ storto, con la guancia gonfia e il mento pronunciato. Ma pur sempre un sorriso.

 Io rientro. Fra poco apriamo lo spumante. Ne vuoi un bicchiere?

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