La redenzione nel cinema di Lars von Trier II: Gli Spettri

 L’articolo contiene SPOILER. Si presuppone (o si consiglia) la visione dei film citati. Si rimanda, inoltre, alla prima parte. 

Risposta che tarderà ad arrivare: al pessimismo disincantato fa seguito la Depressione, l’umiliazione: abbandonato ogni proposito di illusoria bontà, von Trier non mette più in scena il consumarsi del dramma umano, bensì lo fa scena. Le immagini, sempre più crude, sprezzanti, raggiungono un livello di realismo spirituale mai visto prima: il montaggio è intervallato da ossessivi richiami a opere precedenti; la colonna sonora si fa sempre più incalzante, fin quasi a schiacciare i personaggi. Il compromesso di Grace, l’ultima delle Offese, ha distrutto ogni idolo, ogni speranza: le figure femminili, vittime degli impulsi, degli stati, delle dipendenze, non sono altro che vacui spettri, ridotti a vagare sulla Terra prede di sé stessi.

Justine e Claire

Protagoniste di “Melancholia” (2011), Justine e Claire affrontano l’arrivo di un pianeta, che minaccia di distruggere la Terra, immerse ognuna nella propria depressione. O, almeno, questo è ciò che traspare da una prima occhiata: ma la depressione, ovvero l’atto di “deprimere, di portare a un livello più basso, di umiliare” (Treccani), altro non è che il punto di arrivo, la riconciliazione che precede la lotta contro l’assurdo del vivere umano: le due sorelle, la bionda e la mora, l’oscura luce e la lucente oscurità, sono i fantasmi delle defunte Offese, che vagano tra le tombe di un’umanità sull’orlo dell’estinzione. Justine (Kirsten Dunst), durante la sua festa di matrimonio, circondata da insignificanti figure, avverte il richiamo del pianeta dissanguato. Approda così alla rassegnazione nichilista, alla fusione panica con esso. Il pensiero di von Trier è tutto lì: nel suo sguardo disincantato, amaro, nei suoi occhi inermi, consapevoli. La sua empatia nei confronti della morente Natura, contaminata dal cinismo umano, la rende spettatrice impassibile del dramma messo in scena: “La Terra è cattiva. Non dobbiamo addolorarci per lei. Nessuno sentirà la mancanza. Tutto quello che so… è che la vita sulla Terra è cattiva”. 

Ma qualcuno conserva ancora la speranza: Claire (Charlotte Gainsbourg) odia profondamente la sorella: non è capace di accettare la realtà, che ombreggia attraverso feste meravigliose, famiglie perfette, scatole di psicofarmaci e tante rassicurazioni. Solo a seguito del suicidio del marito John, ultimo depositario della (non) verità scientifica, ogni sua illusione crollerà inesorabilmente: sotto la grotta magica, al riparo da Melancholia, Claire si riconcilierà con la sorella. Il pianeta azzurro, amichevole fenomeno da baraccone agli occhi dei protagonisti, giunge a compiere la cancellazione definitiva della Terra, che gli esseri umani, nella loro mediocrità, non erano riusciti a perseguire: “Noi non possiamo distruggere questo mondo perché non l’abbiamo costruito come qualcosa di a sé stante, ma vi ci siamo perduti dentro, più ancora.” (Franz Kafka, Quaderni in ottavo).

E così, sulle armonie discendenti del “Tristano e Isotta” di Richard Wagner, termina l’esistenza della razza umana. Nessuna speranza, per ora. Soltanto fuoco e fiamme: una sofferenza senza lacrime; un orrore senza grida; una notte sempre più notte.   

Joe

Ma è proprio durante la notte che le creature più infime strisciano fuori dalle proprie tane. In una serata umida, grigiastra, quasi come se l’immagine fosse stata ricostruita utilizzando le ceneri del pianeta Terra, viene mostrata l’esistenza appartata e felice di Seligman (Stellan Skarsgård), approfondito conoscitore della letteratura, della musica e della religione. Ma sia il montaggio che la colonna sonora tradiscono l’atmosfera lieta e rasserenante: un corpo rattrappito, umiliato, emerge dall’ombra, sferzato dalla pioggia che cade impassibile, sulle note dissonanti di “Führe mich” dei Rammstein. Si tratta di Joe (Charlotte Gainsbourg), protagonista del dramma in due atti “Nymphomaniac” (2013). Stretta nella morsa di muri prosciugati e luci fioche, la donna è riversa a terra, spogliata di ogni brandello di dignità; il capo reclinato da un lato; gli occhi inermi, bianchi; le gambe e le braccia abbandonate a una posa molle, sacrificale. Seligman, in un moto di umanità, decide di soccorrerla e portarla a casa sua. Joe, rinvenuta, si definisce “un pessimo essere umano” e l’uomo la invita a raccontare la sua vita e la sua ninfomania, cercando di capire i motivi di così tanto odio.

Nell’ultimo, brutale, capitolo dell’ascesa della Depressione, von Trier mette in scena il dramma dell’essere umano in balia della passione, ma sempre fedele e riconoscente a essa. La sofferenza, l’incomprensione, non permeano più l’immagine, bensì si fanno immagine. Non c’è più traccia della sessualità proibita, sottile e celata delle Offese; né tantomeno della tensione mistica, blasfema e selvaggia di “Antichrist” o del desiderio panico e platonico di “Melancholia”: l’istinto sessuale esplode in maniera violentissima sullo schermo, in lunghe sequenze di grida orgasmiche, sudore molle e mani vigorose. Scompare ogni traccia di pudore, di celata intimità: attraverso la rappresentazione oscena, esplicita degli amplessi, von Trier svuota la sessualità dall’interno, mostrando i risvolti tragici, miseri della ninfomania. Joe non cerca il soddisfacimento primordiale, né tantomeno la suggestione erotica delle membra: solo un refrattario e disgustoso oggetto che rallenti l’ascesa, inevitabile, della Depressione, che qui si manifesta in tutti i suoi aspetti più perversi. La realtà è così poco di spessore, che la donna finisce per cercarla nei brividi dell’orgasmo, nelle scosse di piacere che pungono le sue labbra. E, nel caso di Seligman, nel Bello, nella contemplazione dell’erudito, del trascendente. Il ruolo salvifico è affidato, in un primo momento, all’uomo, che sottrae Joe all’umiliazione e le permette di redimersi.

Ma lo snodo del rapporto dialettico tra i due preannuncia già il funesto epilogo: l’uomo interrompe continuamente il racconto per inserirvi interpretazioni personali, digressioni artistiche, giustificazioni, appropriandosi delle immagini drammatiche e crude che Joe gli fornisce. 

Nel secondo capitolo dell’opera, la natura selvaggia dell’elemento sessuale lascia il posto a quella brutale, sanguigna e amara. Specialmente nella “Director’s Cut” del film si susseguono scene macabre, disgustose, a tratti insostenibili: masochismo, repulsione, miserabile abbandono alla malattia. Il tutto di fronte agli occhi dello spettatore, che non riesce né a compiacersi, né tantomeno a distogliere lo sguardo: mai, come in questo caso, vale l’idea che il Cinema di Lars von Trier possa essere amato oppure odiato, ma anche entrambe le cose contemporaneamente. Il rifiuto della nuova vita che prolifera nel suo grembo è il il punto di non ritorno della caduta di Joe. La scena che ne attua la soppressione è quanto di più scandaloso sia mai stato messo sullo schermo dal regista danese. Ma la redenzione, sebbene mostrata come un’utopia durante tutta l’opera, emerge del drammatico finale: sarà proprio il tradimento di Seligman a confermare l’odio di von Trier nei confronti del genere umano, a cui si contrappone una delicata compassione per tutto ciò che è indifeso.

Combattendo, riconoscendo e fondendosi con la propria malattia, Joe vendicherà i genocidi dei film precedenti, ponendosi come l’ultimo e definitivo eroe femminile del nostro percorso. La scena in cui, a una seduta di gruppo tra ninfomani, si rifiuta di condannare la propria malattia, dichiarandosene fiera, è l’emblema della sua redenzione. Da Spettro di un’Offesa, tramuterà il suo “eterno precipitare” in un “tramonto”, superando la realtà come immagine di se stessa e vivendo appieno, senza condanna, la propria discesa agli Inferi.

Come scrive Friedrich Nietzsche nel preambolo di “Così parlò Zarathustra”, “Qual è la massima esperienza che potete fare? L’ora del grande disprezzo. L’ora in cui provate disgusto anche per la vostra felicità, come pure per la vostra ragione e per la vostra virtù”.

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