L’Empereur Napoléon I – Ai posteri l’ardua sentenza

Nel 1806, durante la guerra contro la Prussia, l’esercito francese passò per il centro abitato di Jena. Uno dei residenti della cittadina tedesca, il 36enne filosofo Hegel, reduce dal completamento della sua opera magna, ebbe l’occasione di ammirare il generale Bonaparte marciare a cavallo alla guida delle truppe imperiali. Per sintetizzare l’esperienza in una epistola rivolta a un amico, il celebre intellettuale tedesco usò delle parole rimaste celebri: “Oggi ho visto lo spirito del mondo a cavallo”.

Il crepuscolo di un mito

Precisamente due secoli orsono faceva la sua (ahimè) ingloriosa uscita di scena questo personaggio, uno dei principali di quell’affascinante dramma che è la storia europea. Il condottiero còrso si alleggerì dei fatidici 21 grammi nel suo letto sull’isola di Sant’Elena, a 7000 km da quel trono parigino che senza dubbio era la dimensione che maggiormente lo calzava.

Quando tutti i sovrani europei tirano collettivamente un respiro di sollievo nel metterti il sudario, sai che il tuo nome sarà in grassetto nelle opere degli storiografi. Non subitanea fu però l’ovazione al calare del sipario sul capitolo napoleonico. In tutti i modi fu minimizzato l’avvenimento dai burattinai del restaurato Ancien régime, giustamente intimoriti dalla possibilità che potesse alimentare i focolai rivoluzionari già scomodamente presentatisi nel 1820.

Un personaggio ambivalente 

Nonostante lo sforzo esercitato però, questa colossale figura non ha mai smesso di suscitare passione, in ampia parte anche di segno negativo. Per molti ha incarnato la rivoluzione, per molti altri l’ha affossata, e per entrambi questi motivi contrastanti è stato sia molto amato che molto odiato. È difficile dare ragione a una delle due parti, essendo il suo percorso complesso e a tratti non poco contraddittorio, e che lo vide incarcerato come “pericoloso estremista giacobino” solo 10 anni prima di essere consacrato imperatore in Notre Dame.

Egli era chiaramente consapevole degli aspetti contraddittori del suo vissuto, ma non vi badava troppo e non erano di sicuro pensieri che lo tenevano sveglio la notte, essendo molto pratico e pragmatico, e assolutamente non fanatico né ideologo. Questa pragmatica flessibilità è rintracciabile anche nella sua carriera e nelle sue idee in ambito militare, in cui troviamo una pressoché assenza di piani rigidi.

Guai al generale che si presenta su un campo di battaglia con un sistema.

Napoleone Bonaparte

La svolta politica del generale

Generale per i giacobini prima e per la Francia direttoriale poi, dopo la campagna d’Italia, conclusasi nel 1797, Napoleone giunse alla realizzazione che in patria si era ormai esausti del caos rivoluzionario, e percepì che era, seppur non coscientemente, molto diffusa la volontà di avere una figura autoritaria. Per 2/3 anni rifletté su questa sensazione, e finalmente il 18 brumaio agì (in un episodio che lo stesso Napoleone, nei suoi memoriali, descrive come “più sublime della traversata del Rubicone”) con il fratello Luciano, brillante politico, poi puntualmente emarginato. 

Il popolo gioì, avendo un primo console che potesse conservare i risultati della rivoluzione ma ponendo fine ai disordini annessi. Importante però ricordare che l’apprezzamento nei suoi confronti, fin dalla sua prepotente imposizione ai vertici della scena politica francese, non fu mai incontrastato e sfegatato. Le parole di Madame de Stael sono chiare in questo senso: “Non lo amavano [i cittadini], ma lo consideravano il male minore”.

Uno strano cocktail di dispotismo e coinvolgimento popolare

Già dal consolato Napoleone I non si dimostrò il più feroce protettore delle conquiste e dello spirito rivoluzionario. Simbolica l’abolizione della festa nazionale del 21 gennaio, istituita da pochi anni in memoria della decapitazione di Luigi XVI. Recuperò alcune importanti figure dell’alta aristocrazia (quelle che avevano ancora la testa), mise un freno alle ostilità nei confronti della chiesa, ma comunque conservò alcuni aspetti dell’eguaglianza di origine rivoluzionaria, la trasparenza delle finanze pubbliche, la difesa della proprietà privata e la libertà dagli abusi. Lo stesso non si può dire per la libertà politica né tantomeno di stampa e parola. Di fatto, seppur sosteneva che “Il principe deve fare quel che vuole il popolo”, non mancava mai di aggiungere che “il popolo sa raramente cosa vuole”, e quindi, rivendicando il dovere di interpretare i confusi segnali dati dal popolo, Bonaparte giustificava le sfumature dispotiche del suo consolato.

Sempre attento all’opinione pubblica, “termometro che il monarca deve controllare continuamente”, e al coinvolgimento del popolo, da sempre e per sempre ben visto e fonte di consenso, indisse frequentemente plebisciti per confermare delle scelte in realtà già prese, spesso riguardanti quei particolari topic su cui sapeva di poter contare sull’appoggio della maggioranza dei francesi.

Altra peculiarità della sua politica, prima consolare e poi imperiale, è la completa centralizzazione dell’amministrazione del territorio. Simile all’opera che attuò il Re Sole, con Napoleone si ebbe una sensibile perdita di autonomia delle varie regioni del paese, e finanche le più minuziose informazioni su tutti i più insignificanti aspetti della vita dei più piccoli centri campagnoli dovevano essere riportati direttamente a Parigi.

L’incoronazione e il valore della religione

Il processo di centralizzazione del potere chiaramente ebbe una sensibile accelerata con l’incoronazione a imperatore avvenuta nel 1804. Una delle più significative tappe del suo percorso: alla rivoluzione, nata 15 anni prima, venne così inflitto il colpo fatale. Ma da brillante politico comunque cercò di tenere il piede in due staffe. Significativa la scelta del titolo imperatoriale, e quindi non il ritorno di un redivivo regno di Francia, bensì una evoluzione della repubblica in impero, sulle orme di quell’Impero che, dalla sua caduta, almeno un sovrano europeo ogni paio di secoli ha cercato di emulare.

Venne studiata accuratamente l’incoronazione di Carlo Magno, avvenuta più di 1000 anni prima, e si apportarono delle correzioni a quel modello. Questa volta sarebbe stato il papa a scomodarsi e venire a Parigi, e in più non avrebbe avuto nessuna funzione al di fuori di quella spettatoriale: per Napoleone era importante che la corona non gli venisse data da nessuno, tantomeno dal papa, perché era sua e sua solamente. Però anche solo l’invito fu un gesto importante per il risanamento dei rapporti con la Chiesa, accompagnato dalla cessazione della laicità apportata dai rivoluzionari in molti aspetti della vita quotidiana (a partire dall’educazione scolastica).

Quella poliedricamente brillante mente còrsa non sottostimò mai il valore della religione, tra le altre cose anche come eccellente freno per le intenzioni violente che i ceti inferiori nutrono contro quelli superiori. E la religione cristiana non fu l’unica che venne da lui strumentalizzata. Dalle sue corrispondenze con autorità religiose egiziane, risalenti al tempo della campagna militare in terra faraonica, l’Imperatore espresse chiaramente la sua volontà di riunire tutti gli uomini saggi del paese e stabilire un regime fondato sui principi del Corano, “gli unici veri e che possano portare l’uomo alla felicità”. Anche all’isola di sant’Elena mostrò apprezzamento per il carattere “meno ridicolo” della religione Maomettana paragonata al cristianesimo, ma nonostante questo in Francia parroci e vescovi riacquistarono parte della loro influenza pre-1789.

L’impero e l’imperatore agli occhi dei francesi

Ma per quanto i continui successi militari contribuivano a una impressionante espansione territoriale, l’Impero, per buona parte della alta società francese, non aveva la credibilità desiderata, soprattutto per quanto riguardava le sue sorti dopo la scomparsa dell’uomo attorno a cui ruotava il sistema, e quindi alla sua effettiva ereditarietà.

Mentre Napoleone era impegnato nella campagna di Russia, un ex giacobino, il generale Malaise, sparse a Parigi la notizia che l’imperatore fosse morto. Per un giorno prese il comando, licenziò vari ministri, e si iniziarono a prendere contatti con altri membri della classe dirigente per formare un governo repubblicano di emergenza. Nessuno pensò di rivolgersi all’imperatrice o al Re di Roma, il giovanissimo figlio. Dopo solo un giorno la notizia fu smentita e tutti i colpevoli fucilati, però fu esposto alla luce un pensiero che correva per la mente di molti francesi, ovvero che con la fine di Napoleone avrebbe avuto termine anche la pagliacciata imperiale.

L’impero e l’imperatore agli occhi del resto d’Europa

Per i suoi nemici, la nobiltà del resto d’Europa, l’impero era invece concreto e pericoloso, e non perché fosse una semplice grande potenza militare, ma anche perché visto come un continuamento della rivoluzione borghese che le aristocrazie del Vecchio Continente consideravano il male dei mali. Una nobildonna austriaca, che nel 1805 visse un’esperienza simile a quella di Hegel, scrisse in una missiva: “Robespierre a cavallo attraversa l’Austria”.

Questa visione di Napoleone come prosecutore della liberazione rivoluzionaria era condivisa anche dallo stesso esercito francese, che andava in guerra cantando canzoni giacobine. Napoleone sosteneva, e i soldati fecero proprie le sue parole, che la Grande Nazione, nella sua generosità, aveva il compito di “esportare rivoluzione”, traguardo a cui era arrivata prima di tutti gli altri grazie al suo coraggio.

Il grande schema del condottiero era basato su un sogno europeo, che si sarebbe dovuto concretizzare dopo il successo (mai arrivato) in Russia: un unico codice, una moneta condivisa, una sola corte di cassazione, pesi e misure uguali, una patria comune con Parigi capitale, e l’Europa come un solo popolo. 

In Italia, Germania e Spagna mise re e viceré, ma sempre senza dargli troppa autonomia. Sfortunatamente in Europa questa “liberazione” fece storcere un po’ il naso, anche se non troppo in Italia, soprattutto per gli intellettuali e giovani.

Il motivo è che per la prima volta vi fu qualcosa di vagamente simile a un Regno d’Italia, una bandiera unica (la prima occorrenza del tricolore) e delle monete con inciso il volto del re e “Dio salvi l’Italia”. Successivamente per molti, in particolare per i veneti, il celebre trattato di Campoformio diventò fonte di inesauribile delusione, famosamente per Foscolo, che comunque pochi anni dopo si arruolò per andare in Francia e partecipare alla mai realizzata invasione dell’Inghilterra.

Napoleone e l’esercito: una grande storia d’amore

Una categoria che invece stette sempre dalla parte del generale Bonaparte fu chiaramente l’esercito. Oltre che a una intensa operazione di propaganda sul mito del combattente e sull’onore del merito militare, questa incondizionata passione era dovuta anche dalla particolare cura che l’Imperatore ebbe nei confronti dei suoi soldati. Aldilà di una sempre motivante e quasi senza precedenti meritocrazia, che vide il 75% degli ufficiali napoleonici partire dal ruolo di soldato semplice, ottimi erano gli stipendi e le pensioni per ex militari, vedove e orfani. Arricchì di sontuose strutture Les Invalides per mostrare con quale lusso venissero trattati i mutilati che avevano combattuto per la patria gloria. Tutto questo faceva dei soldati, anche se coscienti di essere pur sempre carne da macello, dei fedelissimi sfegatati.

La guerra di inizio XIX secolo

E finalmente mi trovo a introdurre il discorso dell’arte bellica, quella in cui Napoleone è ritenuto un genio al pari di veramente pochi. Per descrivere la guerra ai tempi di Napoleone, dando un contesto in cui inserire le innovazioni portate dal francese, mi rifaccio alle descrizioni che Tolstoj fa nel suo capolavoro.

Seppur per “Guerra e pace” parliamo di un romanzo scritto negli anni ‘60 di quel secolo, e che racconta fatti avvenuti più di 20 anni prima della nascita dello scrittore stesso, è da dire che questi ha preso parte alla guerra di Crimea, forse l’ultimo vero conflitto combattuto con mezzi simili a quelli impiegati nelle guerre napoleoniche, e quindi essendo l’autore non solo un conoscitore tecnico di quel modello di guerra, ma anche un osservatore diretto del ruolo della psicologia del soldato in quel sistema, mi sento in parte legittimato a prendere la sua epopea come chiave per entrare nell’arte della guerra di inizio ‘800.

Gli eserciti avevano mantenuto lo stesso approccio di base del XVIII secolo: prendere dei contadini, dar loro una divisa, insegnargli grossolanamente l’utilizzo del moschetto (senza insegnare a mirare, ma a sparare tutti insieme in fila), insegnargli a marciare tutti insieme (alla velocità che gli studi sostengono essere la migliore), insegnargli ordini semplici e standardizzati e mandarli in guerra. Tutto quel che si poteva fare per negare l’individualità dei soldati veniva prontamente fatto.

Dominava una geometria totale nella guerra. Per sparare il battaglione era distribuito in tre righe, così che tutti potessero sparare, ma non fossero troppo diradati. All’arrivo della cavalleria avversaria si eseguiva una rapida ridisposizione a quadrato. Durante la penetrazione offensiva non si rimaneva in linea ma ci si disponeva in una colonna, essendo i soldati più sicuri con qualcuno alle spalle. Il segreto per mandare uomini alla morte era intuibile ed è rimasto sempre lo stesso: mandarne tanti, tutti insieme, tutti uguali.

Lo scopo del combattimento era di trasformare il nemico, da forza compatta organizzata e geometrica, a una folla spaventata che nel caos si dà alla fuga. L’annientamento dell’esercito avversario non era e non è mai lo scopo, ma è semplicemente il mezzo più efficace per convincere gli altri a scappare.

Nonostante non fosse questo l’obiettivo però, le guerre Napoleoniche hanno tassi di perdite da brividi. In 1 giorno di battaglia poteva morire tanta gente quanta ne moriva in svariate settimane di Prima Guerra Mondiale. Non atipico era il raggiungimento di 40/50.000 caduti da ambo le parti, e il primo esercito che perdeva la compostezza e andava nel caos avrebbe avuto per mesi il morale a pezzi, il quale avrebbe necessitato di un lungo processo di ricostruzione.

Per raggiungere questo obiettivo il processo era più o meno standardizzato. L’esercito con maggiore sicurezza nei suoi mezzi faceva avanzare un battaglione, accompagnati da una pletora di tamburi che fornivano una certa ubriachezza ai soldati. Più o meno a 100 metri dal battaglione nemico questi ultimi avrebbero iniziato a sparare, e gli avanzatori avrebbero risposto.

Considerate le scarse abilità tiratorie dei soldati semplici di inizio ‘800 (ricerche dell’epoca indicano che il rapporto “colpiti / munizioni usate” si aggirava approssimativamente a 1/300) e l’impiego di armi non automatiche a lenta ricarica, che consentiva tra i 2-3 utilizzi al minuto, una realistica stima è che, se a confrontarsi erano due battaglioni standard da 500 uomini, in circa 10 minuti si sarebbe arrivati a 50/60 colpiti per fazione. A questo punto, solitamente, la stabilità di una delle due fazioni avrebbe iniziato a vacillare.

I punti di forza del generale Bonaparte

Uno dei più grandi contributi napoleonici a questo sistema di guerra è l’impiego massiccio di cannoni, strumenti in uso fin dal rinascimento, ma che solo con lui, ex ufficiale di artiglieria, iniziano a integrarsi pienamente nella conduzione della battaglia. A differenza del moschetto che fa male da 100 metri, l’artiglieria pesante si rivelava pericolosa da 1 kilometro. Prima di avanzare con la fanteria precedevano fino a 2 ore di bombardamenti.

Ma il combattimento effettivo è solo un raro episodio nel corso della guerra. La maggior parte di una vittoria è conquistata con la marcia, il sapersi muovere più in fretta, sapere quando e quanto riposare, e quali strade prendere. È in questo campo che il margine di vantaggio di Napoleone su tutti gli altri eserciti si costruiva.

L’imperatore non vince la battaglia con le nostre braccia, ma con le nostre gambe.

– detto comune tra i soldati del primo impero francese

Il fattore del caso

A frammenti durante tutto il testo, ma in particolare nella parte finale, Tolstoj si spende in una spassionata critica rivolta agli storici, che parlando delle cruciali battaglie perse dal condottiero sottolineano i suoi errori e gli ordini sbagliati che hanno compromesso il suo esercito, ignorando però errori della stessa magnitudine commessi in altre istanze in cui non hanno condizionato l’esito delle sue operazioni militari. In più non c’è niente di più sbagliato per l’autore russo di descrivere gli eventi di una guerra seguendo gli ordini “liberamente” dati dalla geniale mente del comandante, indicando che le scelte prese spesso sono costrette o, se volontarie, sovente capita che siano basate su informazioni sbagliate.

Tutto quello che Napoleone poteva fare era porsi nelle condizioni che meno probabilmente sarebbero state drasticamente impattate dagli infiniti incalcolabili fattori di una guerra, e poi incrociare le dita, sperando nella collaborazione della dea bendata, supporto che Napoleone riscontrò per una invidiabile percentuale della sua carriera militare, e del cui valore era il più grande riconoscitore. Citando delle parole storicamente attribuite a lui: “Meglio un generale fortunato che uno bravo.”

Conclusione

Alla luce di questa breve e approssimativa revisione dell’operato napoleonico è possibile, in qualità di “posteri” (dalla prospettiva Manzoniana), determinare se la sua sia stata o no “vera gloria”? La risposta breve è “no”, mentre la risposta lunga inizia con “Dipende…” ed è sicuramente al di fuori della portata delle mie capacità di pensiero critico.

Fu un finale di articolo deludente? Ai lettori l’ardua sentenza.

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