Sfoghi di un massacro sociale: noia

La noia non è mai stata amica tua; l’hai sempre odiata: fin da piccola non riuscivi a stare ferma. Tant’è che a due anni, sei caduta dal tuo lettino… Ok, questo è strano.

La noia non era un nemico, bensì una fobia: avevi paura di non sapere cosa fare, pure ora hai paura del non fare nulla. Hai il terrore di rimanere ferma a guardare la parete, sapendo cosa devi fare, ma senza avere le forze per realizzare ciò che ronza nella tua testa. 

La mente vaga, scoprendo nuove domande e incredibili motivi per tenere una calibro dodici in mano. Gli occhi si soffermano su quella precisa parete bianca e pensano a come sporcarla. Sangue o inchiostro, cosa preferisci, Aleksandra? Vuoi dipingere su questa tela con il sangue dei tuoi nemici o con l’inchiostro della tua firma d’autrice? 

Ti ripeterai: «Se lo pubblicheranno sarà solo perché mi compatiranno o perché quella casa editrice è davvero disperata»; ma tu pensi ben altro. Tu sei convinta del tuo potenziale, sai che puoi riuscirci e ci credi moltissimo. Perché ti nascondi dietro a questa finta facciata da modesta e timida ragazza? Tu non sei così. Tu sei la personificazione dell’estroversione. Sei una farfalla sociale e ti diverti ad accettare critiche più dei complimenti. Non fingere di essere quella che non sei. 

Cerchi sempre di dedicarti alla letteratura e all’arte, prendi i tuoi spazi per esprimere i pensieri e le emozioni attraverso storie brevi o disegni ambigui. Quando non trovi ispirazione, attizzi una sigaretta e stacchi, chiami qualcuno o rimani a contemplare la parete bianca, pensando a come sporcarla.

La noia ti ha portata a odiare l’ordine, forse è per questo che in camera tua c’è un putiferio. 

Nelle tue vene non scorre sangue, bensì veleno; quella densa tossina è capace di uccidere un lettore con una singola frase. Concentri le tue forze su quella parola, come se fosse l’ultima che leggerà in vita sua, e continui a massacrarlo di colpi sparati dalla tua penna. 

La tua rabbia si mescola alla noia e calibra le parole al posto tuo, decidendo il finale creato dalle tue stesse dita. La carta si piega al tuo passaggio e si lascia incidere, consapevole della tua fortuna che crea dissidio tra le tue apparenze. Cammini e la tua figura sembra urlare, incidere, calcare la differenza tra le persone che vivono dentro di te. Dirai, anzi griderai, di non essere pazza, ma alla fine sappiamo entrambi che la tua follia ti porta a concepire piani sinistri e pensare a come distruggere il prossimo. 

Ti ritrovi sempre a piangere da sola, mentre nessuno ti vede, perché odi mostrare le tue debolezze. Odi la gente in generale, forse lo fai da quel pomeriggio al parco in cui ti hanno pestata. Avevi sette anni… avevi sette anni. Le persone non realizzano quanto possano fare male alcune affermazioni, specialmente se non le hanno provate sulla loro pelle. Non capiscono quanto una parola mal calibrata possa distruggerti, quindi tu lo fai capire loro.

Come ho detto prima, cara Aleksandra, tu sei veleno. Sei violenza e amore, una calibro dodici sotto al mento. Chi ti ferma? Nessuno. Premi il grilletto e sporca la parete bianca di papaveri. Uccidi e fai vivere, ecco cosa fai. Dici di essere innocente, ma d’innocente hai solo il colore degli occhi. 

Comunichi attraverso la gestualità. Non riesci a nascondere l’espressione di disgusto se qualcuno ti sta sul cazzo, proprio non ci riesci. Se t’incolpano di qualcosa o ti scrivono messaggini, accompagnati da meravigliose emoji, carichi d’invidia, tu sai come ridurli in brandelli. È inutile fingere, io ti conosco. So come agisci, e ti piace ricordare a tutti che prima di una tempesta c’è la quiete.

Silenziosa come un gufo e letale come un cobra. Sei questo. Una macchina da scrivere con il sangue al posto dell’inchiostro. L’assassina dei propri testi. Se esistesse una parola in grado di descriverti, rimarrebbe impronunciata; abbandonata negli oblii delle parole inutilizzabili, coperta di polvere e latinismi.

Non esiste dolore maggiore che vedere una stella spegnersi silenziosamente, seguita dalle sue lacrime che creano poesie che non verranno comprese, e distruggere ciò che si rivela troppo banale per essere compreso. 

Tu, che il sorriso lo porti sempre come il trucco, nascondi odio dentro di te. Un odio che, se in compagnia della noia, si trasforma in ira e poi in delitto. Ogni volta che poggi quella penna sulla carta, realizzi che tutto fa talmente schifo da non riuscire a trattenere il sorriso e lasciare che il flusso di coscienza ti porti via.

E anche oggi ti sei fermata a usarmi, cara Aleksandra. Mi stringi con rabbia nella tua mano, mentre gridi al mondo intero la tua sete di sangue.

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