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veg:Cosa c’è da sapere?

da 20 Dic 2022In primo piano, Presente0 commenti

La dieta onnivora è sicuramente una tra le più diffuse al giorno d’oggi, a differenza di quella vegetariana, strutturata unicamente su alimenti di origine vegetale, che è meno adottata.

Un’alimentazione vegetariana, se pianificata nella maniera corretta, può tranquillamente fornire una nutrizione adeguata al nostro organismo ed è ricca di benefici: la riduzione del rischio di sovrappeso e obesità, la prevenzione di alcuni tipi di diabete (come il diabete di tipo 2), tumori (come leucemie, il tumore del colon, il cancro al seno, stomaco e vescica) e malattie cardiovascolari e l’abbassamento del livello di colesterolo e trigliceridi nel sangue. Tutto ciò lo conferma il libro “The China Study”, un “Position Paper” dell’Academy of nutrition and Dietetics, uno studio del 2014 pubblicato da Nutrients (il quale ha analizzato il microbiota intestinale di vegani, vegetariani e onnivori), ma anche una metanalisi del 2010 oltre agli studi condotti sulle infermiere e sul personale sanitario dai ricercatori di Harvard.

Rispetto a un’alimentazione onnivora, la dieta vegetale ha un impatto minore sull’ambiente? Decisamente sì: molte persone, che seguono una dieta del genere, ritengono di avere uno stile di vita più sostenibile rispetto ad altri; ma ci sono anche numerosi dati scientifici che lo dimostrano.

Secondo le Nazioni Unite, infatti, saremo 9,8 miliardi di persone nel 2050 e 11,2 nel 2100. Un incremento demografico come questo implica un notevole aumento della quantità di cibo necessaria. In questo contesto, il consumo di carne in quantità sempre maggiore nei paesi del nord del mondo e in quelli del sud del mondo rende il modello attuale assolutamente non sostenibile sul lungo periodo. Se sempre più persone popoleranno il nostro pianeta, e se queste persone vorranno mangiare sempre più carne, la Terra ne risentirà molto dal punto di vista ambientale: più carne significa infatti più terreni dedicati alla coltivazione dei vegetali necessari a nutrire gli animali allevati prevalentemente in modo intensivo; più terreni coltivabili implica un maggior consumo di acqua e, inoltre, a ciò si aggiunge un aumento delle emissioni di metano nell’atmosfera.

Da sottolineare è anche il fatto che la carne sia fonte di poche calorie a fronte di un vasto spreco di risorse: circa l’83% dei terreni coltivati del nostro pianeta sono utilizzati per produrre carne e latticini, i quali forniscono però solo il 18% delle calorie consumate.

Gli allevamenti intensivi hanno  sicuramente come caratteristica il fatto di occupare poco spazio ed essere molto “meccanici”, nel senso del controllo totale e assoluto su ciò che viene prodotto. Questi potrebbero anche essere considerati aspetti positivi, vediamone quindi alcuni negativi. Primo tra tutti è sempre il livello economico: la carne industriale costa meno, risultando in qualità minori e sapori più comuni. Un altro problema è quello ambientale: gli allevamenti intensivi producono grandi quantità di feci, che se mal gestite possono essere assorbite dal terreno e inquinare le falde acquifere, mentre al tempo stesso il terreno utilizzato perde parte della sua biodiversità e capacità di assorbire anidride carbonica. C’è poi una questione morale legata al sovraffollamento, che è una caratteristica comune degli allevamenti intensivi. I conigli, ad esempio, vengono allevati in due o tre nella stessa gabbia, nell’impossibilità di stendersi completamente e di muoversi secondo le esigenze di specie, in una situazione di stress tale da renderli inappetenti e da richiedere l’utilizzo di integratori per sopperire a questa condizione.

L’allevamento di animali in densità così elevate dà origine a patologie che vengono contrastate con un massiccio uso di farmaci, anche a livello preventivo, per evitare ingenti perdite economiche.

Un grave effetto collaterale di questa pratica è lo sviluppo di patogeni antibiotico-resistenti, in un circolo vizioso di diffusione di malattie e trattamenti antibiotici ripetuti. La situazione è peggiorata dal fatto che gli animali costretti negli allevamenti vivono in condizioni di grande stress e frustrazione per cui hanno un sistema immunitario debole e poco capace di difenderli dalle malattie. Per avere alcuni esempi dell’entità di questi allevamenti basta pensare che la Lombardia è la prima regione per numero di suini allevati di tutta Italia. Qui vivono quasi 4,4 milioni di maiali, ovvero il 50% della produzione nazionale, ma il numero di allevamenti rappresenta solamente il 9% sul totale. Un dato triste è rappresentato dall’incremento del consumo di carne di pollo in Italia, salito del 6%, con un 99.8% di polli allevati in allevamenti intensivi, appartenenti a razze selezionate geneticamente. La crescita rapida (dalla nascita seguono 30/45 giorni per la macellazione) causa lesioni e ferite, morti premature, disturbi neurologici, malformazioni, deformità e gravi problemi; le bruciature sul petto sono causate dal contatto con la lettiera piena di deiezioni. Per non parlare delle violenze degli operatori, delle malattie, dei sistemi di accoppiamento innaturali e stressanti, dei metodi di uccisione non autorizzati e dei

problemi alle zampe, delle infezioni, fatali per molti animali, così come dei mangimi industriali. 

In Italia sono oltre 40 milioni gli animali rinchiusi in gabbia, costretti a vivere in luoghi minuscoli e sovraffollati, all’interno di capannoni privi di finestre e con pavimenti ricoperti di escrementi e di altri animali morti o in fin di vita.

Scrofe che allattano i cuccioli attraverso le sbarre, galline che non riescono ad aprire le ali, conigli che non possono saltare, vitelli a cui è negata ogni possibilità di socializzare e che vengono trascinati via dalla madre in modo rude già alla nascita per essere messi in gabbia, fatti crescere e diventare carne, mucche sfruttate per la produzione di latte, prese a calci e bastonate, fecondate artificialmente tramite un braccio nel retto, munte per anni fino allo sfinimento e caricate al macello quando non più produttive…

In Lombardia, Piemonte, Emilia Romagna e Veneto si trova la più alta concentrazione di allevamenti intensivi di tutta Italia e ciò rende l’inquinamento dell’aria una grave minaccia concreta per la salute pubblica: secondo l’Agenzia Europea per l’Ambiente l’esposizione al particolato fine causa circa 50mila morti solo in Italia. Di tutti i decessi per inquinamento in Europa, 1 persona su 6 è italiana. 

Quando ci riferiamo al modo in cui la nostra società consuma carne e derivati ha veramente senso dire “fa parte della catena alimentare” oppure “è la natura” ? Decisamente no, poiché la catena alimentare é, per definizione, un  processo naturale che mantiene gli ecosistemi in ordine ed equilibrio e, all’interno degli allevamenti intensivi, non c’è assolutamente nulla di naturale. Carne e derivati li troviamo già pronti e confezionati al supermercato, spesso in una forma consapevolmente studiata per renderla appetibile e possibilmente senza alcuna menzione dell’animale e della vita che ha avuto.

Inoltre la produzione di carne e derivati non ha alcun legame con la “catena alimentare” in quanto questa industria non contribuisce a mantenere gli ecosistemi in equilibrio, anzi, come dimostrano sempre più studi scientifici, ha un impatto sull’ambiente devastante.

Non c’è quindi nulla di “naturale” in come la nostra società si nutre di animali ed é inoltre sbagliato giustificare il fatto che li mangiamo solo perché “i leoni cacciano le gazzelle, perché i leoni sono animali carnivori, cioè hanno bisogno di carne per sopravvivere, mentre per noi esseri umani non é assolutamente necessaria, poiché siamo in grado di assorbire tutti i nutrienti essenziali anche attraverso un’alimentazione 100% vegetale. Parlare di “catena alimentare” e “natura” non è dunque un argomento valido per giustificare la scelta di uccidere e mangiare animali.

Se tutto il mondo diventasse vegan per un solo giorno si risparmierebbero 245 milioni di animali terrestri (oltre 2 miliardi considerando anche i pesci), 6,5 miliardi di metri cubi di acqua (pari a 2600 vasche olimpioniche) e 22 milioni di tonnellate di CO2, ma anche solamente ridurre il consumo di carne, introdurre e privilegiare nella propria alimentazione le alternative vegetali  potrebbe portare grandi benefici. Ognuno di noi, se pur nel suo piccolo, impegnandosi per cercare di fare del suo meglio, potrebbe realmente fare la differenza!

Una recente, interessante ed incoraggiante notizia é che la Harvard John A. Paulson School of Engineering and Applied Sciences è riuscita a ricreare in laboratorio una carne sintetica che ha la stessa consistenza della “vera carne”! Se la si riuscisse a produrre su larga scala e a darle lo stesso sapore a cui siamo abituati forse non sarebbe più necessario allevare e macellare animali. Purtroppo però, per il momento, si tratta solo di uno studio pionieristico e ancora non applicabile.

Bisogna capire che non c’è nulla di male in una dieta vegetale, anzi. Tutti dicono: “Che cosa mangi? Insalata tutto il giorno?” e i vegani e vegetariani risponderanno: “Esistono tante alternative alla carne e a tanti altri piatti onnivori”. Non c’è bisogno di giudicare il prossimo, specialmente per ciò che ingerisce nel suo stomaco.

Bisognerebbe approfondire parecchio questa tematica all’interno della società in cui viviamo. Se se ne parlasse e discutesse attivamente sempre di più, moltissime persone attualmente ignoranti in merito, o per lo meno parzialmente, potrebbero seriamente rendersi conto di quella che è la crudele realtà animale al mondo d’oggi. E comprendere gli effetti che, inconsapevolmente, la maggior parte della gente provoca al nostro pianeta contribuendo allo smercio di prodotti animali, acquistando direttamente al supermercato senza pensarci due volte o riflettendo su tutto ciò che c’è dietro. Se siamo arrivati alla situazione critica dei nostri giorni è evidente che andare avanti in questo modo non sarà sostenibile ancora a lungo. Bisogna fare qualcosa, al più presto, e iniziare con il parlarne ancora e ancora, giorno dopo giorno, porterebbe sicuramente alla sensibilizzazione di un pubblico sempre più ampio e a una conseguente parziale rinascita dell’unico pianeta che abbiamo a disposizione.

A questo punto  vorremmo raccontarvi alcune esperienze personali. 

  • Una volta ero a casa di mia nonna e arrivò un signore che vendeva carne, con fegato e trippa. Mia nonna, per scherzare, disse: “Non farlo vedere a mia nipote che sennò sviene!” Lui rimase serio, come se lei avesse detto una blasfemia, e infine esclamò: “Perché?” Mia nonna molto tranquillamente disse: “È vegetariana” e l’uomo rispose: “E che te magni?!” Vista la disinformazione che c’è in giro, mi chiedo seriamente perché la maggior parte degli onnivori debba giudicare chi abbia deciso di intraprendere una scelta alimentare differente dalla loro.
  • Un altro scenario avviene nei ristoranti, in cui c’è poca scelta vegetariana. Io personalmente ho avuto due episodi del genere. Sono stata in Calabria a fare l’animatrice e avevo diritto al vitto e all’alloggio: ero in fila per prendere del formaggio e il caposala se n’è uscito dicendo “questo è per i bambini” io stando lì da giugno gli rispondo con il sorriso e in modo educato “lo sa benissimo che io sono vegetariana, quindi per favore me lo dia” alla fine con un intervento di un ospite sono riuscita a mangiare. Invece, la nota positiva, mi è successa da poco. Ero in un ristorante per il compleanno di un parente e i camerieri e il proprietario sono stati così gentili da addirittura farmi delle polpette vegane. Quindi spero che in futuro ci siano più alternative vegetali nei ristoranti e nei locali.
  • Io, invece, vorrei soffermarmi proprio sulla reazione della maggior parte della gente onnivora nel momento in cui io dico di essere vegetariana. Affermando ciò, oltre ai “classici commenti” del tipo: “Cosa mangi allora? Io non ce la farei mai” o “L’uomo è fatto per mangiare carne, non sai cosa ti perdi”, mi vengono spesso dette frasi che vorrebbero essere “provocatorie”, come: “Oggi a pranzo una bella pasta al ragù!” oppure “L’altra sera ho mangiato un’enorme bistecca”, ma che in realtà, parlando a nome della maggior parte dei vegetariani o vegani, non ci fanno alcun effetto. 

Noi abbiamo fatto le nostre scelte di vita alimentare e, anche se magari non approviamo le vostre, non verremo da voi onnivori a insultarvi per questo, poiché stiamo bene con noi stessi, dunque tali “provocazioni” spesso non ci fanno né caldo né freddo, soprattutto perché, oramai e purtroppo, siamo abituati a sentirci dire in continuazione.

“Quando guardiamo il mondo attraverso gli occhi di un altro animale, vediamo che dentro siamo tutti uguali e che tutti meritiamo di vivere liberi dalla sofferenza” ~Joaquin Phoenix~

Rachele Fabiani

Rachele Fabiani

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