#ijf19 – Zerocalcare fra stato dell’arte e stato dell’anima

Il 6 aprile, al Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia, noi di Ammazzacaffè abbiamo avuto l’onore di assistere a un evento moderato da Oscar Glioti (giornalista e scrittore) e con protagonista Zerocalcare.

Sono stati ripercorsi insieme a lui le tappe più importanti della sua vita che lo hanno portato a diventare il fumettista di oggi.

Tutto è iniziato nel 1998 anno in cui Michele, in arte Zerocalcare, un quindicenne fan dei Chumbawamba, vede in televisione i primi scontri tra popolo e polizia.

Michele proprio a quell’età entra a far parte della “sua tribù” (i centri sociali), disegnando locandine per i concerti punk.

Dopo il liceo tenta di frequentare l’università e, rendendosi conto che non è la sua strada, fa vari lavori precari all’interno dei centri sociali, che gli aprono un mondo sulla musica punk e lo portano a far parte del movimento Straight Edge, uno stile di vita definito da lui stesso “una branca bacchettona del punk, cioè persone che non possono assumere sostanze che alterano la coscienza e creano dipendenza come alcool, droghe, fumo, tabacco, le ciambelle al vino e la Fiesta è combattuta perché ha il liquore.”

A causa della sua cresta rossa, nello stesso periodo viene aggredito a Bologna da un gruppo di fascisti. Questo pestaggio gli procura lesioni permanenti alla memoria e delle gravi fratture al volto.

La data fondamentale che segna uno spartiacque nella vita di Michele è quella del 20 luglio 2001,  quando Carlo Giuliani, un ventitreenne che manifestava contro il G8, viene ucciso dalla polizia a Genova. Negli stessi giorni vengono fermate centinaia di persone con l’imputazione di devastazione e saccheggio.

Questi eventi danno vita al suo primo manifesto dedicato alla memoria di Carlo Giuliani: “La nostra storia alla sbarra”, realizzato a sostegno di Indymedia e di Supporto Legale. È la sua prima pubblicazione e gli da modo di farsi conoscere. Nel manifesto Zerocalcare fa riferimento anche agli eventi di Bolzaneto e della scuola di Diaz.

Ce lo racconta così: “Fu la prima volta in cui mi trovai davanti a una cosa che sembrava mi volesse uccidere. Mi sono sempre vergognato di raccontare la mia esperienza. Ero un diciassettenne ma non ero stupido, mi ero reso conto che quella sera sarebbe successo qualcosa di brutto. Io non ero a Bolzaneto, ma con i miei amici eravamo al campo sportivo. Abbiamo preso gli zaini e siamo andati a dormire in un giardino di un ristorante perché pensavamo che qualcosa stava per succedere, ma soprattutto nel momento dei vari pestaggi abbiamo visto la Forestale che ci sembrava essere una forza non ostile perché sono quelli che salvano il procione se rimane incastrato nella busta, o cose del genere, e siamo andati molto carini a chiedergli come facevamo ad andare via e loro ci hanno dato uno schiaffo in faccia dicendo ‘Voi qua ci dovete morire’, al ché noi siamo scappati. Questa cosa me la sono tenuta per me perché mi vergognavo pensando che soltanto l’orso Yoghi era stato picchiato dalla Forestale prima di noi.”

Grazie alla “La nostra storia alla sbarra” Michele inizia a realizzare molte collaborazioni e nel 2009 si lancia nel mondo dei fumetti. Si iscrive a un concorso indetto dalla DC in cui ogni autore doveva mandare otto tavole di disegno e loro sceglievano una decina di autori mettendoli poi a votazione sul loro sito. Il vincitore doveva realizzare una tavola a settimana firmando un contratto di un anno con loro che poi si sarebbe potuto rinnovare.

“Io erano già vari anni che realizzavo progetti per i centri sociali gratuitamente, quindi quando successe questa cosa mandai una mail a tutti dicendo che l’unica cosa che chiedevo in cambio del lavoro di tutti questi anni era di registrarsi a questo sito e votarmi. Evidentemente questa cosa è diventata super travolgente, ottenni il triplo dei voti di quello che si era classificato primo.

Il problema fu che queste storie potevano essere commentate e perlopiù erano commenti tecnici sui colori utilizzati o sulla storia mentre sotto alle mie storie c’erano una serie di commenti orribili del tipo ‘io non ho capito niente ma ti voto perché mi devi fare un lavoro gratis’, però di fatto quelli erano voti veri e quindi mi hanno dovuto far vincere per forza.

Il risultato fu che la DC non mi ha mai più rivolto la parola: ogni mese mi mandavano l’assegno, ma  non hanno mai pubblicizzato le mie storie e il giorno che il contratto fu scaduto mi hanno detto ‘grazie e arrivederci’.

La prima cosa che feci con i soldi fu quella di prendermi casa a Rebibbia a 150 m da dove abitavo, però venivo pagato in dollari e esattamente in quel mese scoppiò la crisi Subprime in cui il dollaro crollò immediatamente e quindi anziché poter dire “che bello per un anno posso dire che nella vita faccio fumetti” in realtà non fu così perchè ho dovuto comunque ricominciare a fare ripetizioni e traduzioni dei documentari di ‘Caccia e Pesca’”.

Nel 2011 esce il suo primo libro “La profezia dell’Armadillo” e nasce un blog in cui Michele pubblica una storia a settimana.

Il lunedì diventa un appuntamento fisso per i lettori che iniziano ad aspettare con ansia una nuova storia.

Da qui inizia la carriera di Zerocalcare e le varie collaborazioni soprattutto con la Bao per la pubblicazione del secondo libro “Un polpo alla gola”, che raggiunge numeri di vendita altissimi su Amazon, mostrando un Zerocalcare autore.

“Arrivare alla Bao è stata una liberazione perchè inizialmente la distribuzione delle copie veniva fatta a mano da me nelle piccole librerie, quindi quando la Bao mi ha detto che avrebbero pensato loro a tutto per me è stato un sollievo. Ovviamente è significato l’inizio di accettare tutta una serie di cose che tuttora faccio fatica ad accettare, cioè che questo è un lavoro e che delle cose non sono sotto il mio diretto controllo. Sicuramente se non ci fosse stata la Bao, i miei libri non sarebbero stati così diffusi.”

Tra qualche settimana uscirà la ripubblicazione di “Un Polpo alla gola”, con molti contenuti inediti ridisegnati per l’occasione. Per parlare di questo libro a distanza di anni Zerocalcare ha voluto toccare vari punti, uno tra questi è che i libri essendo autobiografici hanno una continuità, ma inizialmente non dava molta importanza a modificare delle cose dato che non si aspettava di dover realizzare molti seguiti. Però, quando hanno cominciato a diventare cinque, sei, sette libri sono nate delle contraddizioni all’interno della storia di cui, pensava, nessuno si sarebbe accorto.

“Un giorno un ragazzino di otto anni è venuto e ha portato un quadernino con tutte le cose che non gli tornavano nella storia chiedendo spiegazioni. Quindi mi sono dovuto inventare una cavolata gigantesca per farlo contento che ora fa parte dei contenuti inediti.”

Poco tempo dopo la pubblicazione del suo secondo libro vince il premio “Gran Guinigi” a Lucca, dove si tiene uno dei festival del fumetto più importanti in Italia. Si susseguono altre pubblicazioni come “Ogni maledetto Lunedì”, che raccoglie tutte le storie del blog, “Dodici” e  “Dimentica il mio nome” che diventa finalista al premio “Strega”.

Nel 2015, sul giornale Internazionale, esce una storia che si chiama “Kobane Calling” che è il resoconto di un viaggio fatto durante l’assedio di Kobane al confine fra Turchia e Siria. Questa storia porterà all’uscita del libro “Kobane Calling” nel 2016, che viene ristampato in Francia, Germania, Stati Uniti, Regno Unito, Brasile e Norvegia.

“Io là ci sono finito, insieme ad altre persone, perché guardavamo in televisione la questione delle donne combattenti che difendevano una città, ci siamo accorti che stava succedendo qualcosa, ma non capivamo bene cosa perchè in realtà alla fine degli anni novanta la questione femminile non era per niente sottolineata dentro la causa curda, probabilmente era un qualcosa che stava accadendo e non era diventato ancora così importante.

Abbiamo contattato dei curdi che conoscevamo e gli abbiamo chiesto di raccontarci cosa stesse succedendo e così siamo venuti a conoscenza della situazione in Siria e in Kurdistan e ci ha abbastanza stupito, nel senso che quando è iniziata la guerra civile e Assad ha iniziato a perdere potere sul nord della Siria, i curdi hanno iniziato una vera e propria rivoluzione che metteva al centro della vita, non soltanto militare come si vede in tv, ma anche sociale ed economica le donne. Parlava della ridistribuzione delle ricchezze, della convivenza pacifica tra tutte le religioni, i popoli e le culture che stavano in quella zona, un qualcosa che ci sembrava davvero molto bello da dover raccontare.”

Michele, così, decide di partire, non senza difficoltà…

“Ero convinto che l’esercito curdo ci avrebbe fermato in aeroporto, l’unica cosa che mi venne in mente fu quella di andare dal giornale Internazionale (per il quale lavoravo) e gli chiesi se ci potevano dare dei finti tesserini da giornalisti così se ci avessero fermato avevamo una motivazione valida per stare là. Chiaramente Internazionale ha risposto di no, quindi noi abbiamo pensato intelligentemente di stamparli noi stessi i tesserini usando il nome del giornale e, dato l’esperienza molto intensa, sono tornato a casa con un debito di gratitudine verso Internazionale perché avevamo usato il loro nome e, in cambio di questa cosa, gli ho realizzato un diario di viaggio di trenta pagine di quello che avevamo vissuto lì e quella è stata la prima storia di Kobane Calling. Da lì è andata molto bene e sulla base delle trenta pagine è nato il libro.”

All’interno del libro ritroviamo sempre il suo stile molto pop e l’esigenza di raccontare in prima persona, ma troviamo anche una fortissima empatia che riesce a stabilire con il lettore e una forte capacità di coinvolgimento.

Un altro aspetto è quello dell’umorismo, la capacità di proporre sempre una lettura leggera senza togliere il forte impatto emotivo degli eventi, la capacità di rendere ironiche delle questioni molto complicate senza che svilisca per nulla l’impatto emotivo delle storie raccontate. È sempre presente un forte schieramento politico e mai l’esigenza di raccontare gli eventi in maniera oggettiva, si parla quindi di un “non-reportage” perchè, come detto da lui, “ho sempre avuto la percezione che il racconto giornalistico avesse comunque delle pretese di non oggettività. Io l’unica cosa che mi sono dato come paletto è il fatto di essere onesto intellettualmente perchè mi fa in generale orrore la propaganda.”

In seguito ha pubblicato quattordici strisce intitolate “Questa non è una partita a bocce” con l’obiettivo di realizzare un vademecum a uso e consumo dei giornalisti per rendere più “igienico” il dibattito politico sui temi del fascismo e non solo.

L’obiettivo, purtroppo, non è stato raggiunto dato che tutte le persone a cui sarebbe dovuto arrivare il messaggio, cioè i produttori di informazione, sembra non l’abbiano letto.

Possiamo dire che è proprio grazie alla sua trasparenza nel raccontare delle storie realmente accadute che Zerocalcare è riuscito a farsi amare dal pubblico, ma è soprattutto grazie al suo modo di essere “come noi”, che aspettiamo con ansia l’uscita dei suoi prossimi libri.

Silvia studia alla “Scuola Internazionale di Comics” per diventare illustratrice professionista. Nel tempo libero ama leggere, scrivere, ascoltare musica ma soprattutto disegnare!

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