In uno scenario apocalittico come quello che vediamo ogni giorno, con i bollettini di guerra che si fanno sempre più rossi e le tensioni sempre più forti, l’informazione è fondamentale. Ma possiamo fidarci delle notizie che leggiamo?. Ci viene veramente raccontato tutto ciò di cui dovremmo essere a conoscenza?
Questa è la domanda che ha dato il via alla creazione di WikiLeaks nel 2006. La piattaforma, infatti, nasce per divulgare documenti confidenziali di tipo militare e diplomatico, così da renderli reperibili al pubblico. Il progetto, ideato da Julian Assange, programmatore australiano, con l’obiettivo di “difendere la libertà di parola e i diritti umani per il bene comune”, fa scalpore sin dagli albori. Tra i casi più eclatanti portati alla luce da WikiLeaks ci sono numerosi ed efferati crimini di guerra.
GLI INIZI E GLI SCANDALI
Nel 2010 la piattaforma sceglie di divulgare il video nominato “Collateral Murder”, testimonianza diretta di un attacco aereo a Baghdad del 12 luglio 2007, quando le forze dell’aeronautica militare statunitense attaccarono e uccisero 18 civili della capitale irachena. Al tempo, la ormai ben nota “Operation Iraqi Freedom” di Bush era in corso da 4 anni. La strage fu presto giustificata dal governo statunitense, in quanto i civili colpiti vennero identificati come pericolosi perché in possesso di armi.
Il video pubblicato da WikiLeaks smentisce le dichiarazioni degli USA: nella registrazione i civili appaiono come totalmente disarmati; tra le vittime ci sono anche due giornalisti e vengono feriti altrettanti bambini. Non solo, il boato delle esplosioni è accompagnato anche dalle raccapriccianti battute dei soldati statunitensi che, mirando ai civili, sembra giochino a un videogioco, compiacendosi di ogni individuo colpito. L’aeronautica, come mostrato nel video, non ebbe pietà neanche per i soccorsi che cercarono di salvare un ultimo superstite iracheno.
Al video “Collateral Murder” seguono poi molti altri documenti, circa 76.000 file: documenti sull’Iraq, sull’Afghanistan e non solo. L’occhio di WikiLeaks si sposta anche sui crimini di guerra consumati in luoghi di detenzione nascosti, come la prigione irachena di Abu Ghraib e quella cubana di Guantánamo, quest’ultima ancora oggi operativa. Così l’opinione pubblica viene a conoscenza degli scandali che iniziano a far ombra sulle personalità più importanti del globo e sulle truppe militari che operano all’estero. Il sistema con WikiLeaks inizia ad andare in tilt.
I PROBLEMI
WikiLeaks cade quindi nel mirino dei potenti del mondo. In particolare, essendo numerosi i file riguardanti operazioni statunitensi, la Casa Bianca attacca duramente la piattaforma. Hillary Clinton, all’epoca segretario di stato, accusa Julian Assange di aver rubato informazioni top secret e, conseguentemente, di aver violato la sicurezza nazionale degli Stati Uniti. L’ultimatum arriva presto: o la piattaforma chiude o Assange e i suoi collaboratori saranno puniti duramente. Ma è proprio qui che si cela la genialità della piattaforma e la più grande problematica per chi vuole agire contro WikiLeaks. Il nome di Assange infatti è l’unico ad essere conosciuto pubblicamente. Inizialmente WikiLeaks nasce come sito analogo a Wikipedia: le informazioni possono essere caricate da chiunque liberamente. Poco dopo però Assange cambia idea, ritenendo il progetto iniziale pericoloso per i possibili informatori e poco efficace. Ecco che WikiLeaks si trasforma in una piattaforma gestita solo dal programmatore australiano, dove le informazioni vengono fornite da fonti anonime,verificate e poi inserite nel sito.
Ad oggi l’unico informatore di cui si conosce una condanna è Chelsea Manning, al tempo dei fatti conosciuta come Bradley Manning, militare statunitense operativo in Iraq. Chelsea fornì numerosi file ad Assange, tra cui proprio il “Collateral Murder”, e per questo ha dovuto scontare 7 anni di carcere per spionaggio e reati associati (la condanna iniziale fu di 35 anni).
ULTIMI ANNI
La caccia all’uomo termina l’11 Aprile 2019, quando Assange viene arrestato dopo essere stato prelevato dall’ambasciata dell’Ecuador a Londra, dove si rifugiava da 7 anni. Le attività di WikiLeaks iniziano allora a farsi sempre più deboli.
Nel giugno 2024 Assange ha deciso di patteggiare con la giustizia statunitense ed è tornato a essere un uomo libero. Ad oggi WikiLeaks non ha la stessa notorietà di un tempo, scalfita soprattutto dall’arresto del programmatore, ma il sito è ancora attivo, pur non pubblicando nuovi documenti dal 2021.
WIKILEAKS, UN ESEMPIO PREZIOSO
I media odierni ci hanno abituato ad accontentarci di notizie spesso manipolate e filtrate con astuzia. Le notizie non puntano più a essere veritiere, ma a fare il giro del web. Ciò di cui non ci rendiamo veramente conto è che questo tipo di informazione, a suo modo censurata e distorta, non può che danneggiarci. Soprattutto se il tema trattato sono i conflitti, che appaiono ogni giorno più violenti. Oggi più che mai per combattere la superficialità che divora il giornalismo abbiamo bisogno di tante Wikileaks, tante piattaforme indipendenti e libere che ci aiutino passo passo a conoscere ciò che accade nel mondo, per comprenderne le ragioni più profonde e le conseguenze più dannose. Abbiamo bisogno di un giornalismo vero, autentico, volto alla pura ricerca della verità.
Le informazioni che WikiLeaks ha portato alla luce sono state fondamentali per far rivoltare gran parte dell’opinione pubblica contro chi sosteneva e finanziava la guerra senza riguardo. Questa è la prova lampante dell’utilità di una piattaforma simile: se fossimo effettivamente informati a 360 gradi su una guerra – invasione, conflitto, operazione speciale, in qualunque modo essa possa essere chiamata – saremmo più restii a supportarla. Se ci fosse possibile conoscerne ogni dettaglio, ogni sfumatura, non avremmo problemi a supportare i colloqui di pace, a promuovere quella famosa via del dialogo, che potrebbe non essere solo un’utopia.
Necessitiamo come cittadini del mondo di tornare a credere che l’informazione sia un nostro Diritto e non una concessione esterna. A quel punto saremo veramente liberi.








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