Arte nella propaganda
Incisioni, monumenti, libri, giornali, manifesti, interi film.
La propaganda è un concetto profondamente umano, intrinseco nella mente e riproposto, sotto tante forme, da una persona all’altra saltando fra i secoli degli ultimi 2 millenni di storia.
Parliamo di semplici “persone” non a caso: propagandare non è un’attività esclusiva agli stereotipati capi dispotici: entrare nella mente di un individuo, persuadere, modificarne il pensiero e influenzare le scelte di quest’ultimo fa comodo a chiunque e, di fatto, chiunque può imparare a farlo.
Questa è la solida base sulla quale la propaganda appoggia le proprie gambe e da dove poi, con lo scorrere del tempo, maturerà nella forma moderna che noi tutti conosciamo.
Le Origini
Per risalire al primo esempio visivo come arma governativa bisogna guardare molto indietro, arrivando fino al 2450 a.C.
Siamo nell’epoca delle civiltà mesopotamiche dove, nonostante la primitiva forma, vengono realizzate stele nelle quali si celebrano le gesta di re ed eserciti a scopo di deterrenza. Uno degli esempi più celebri è quello babilonese con il Codice di Hammurabi, nel quale il re viene rappresentato quasi allo stato di divinità mentre riceve le leggi direttamente dal dio Sole Shamash.

Codice di Hammurabi
Questa modalità di influenza rappresentativa verrà usata in diversi contesti per millenni a venire, passando per le più grandi civiltà:
- nell’antico Egitto tramite la costruzione di statue e bassorilievi il faraone veniva elevato a divinità vincitrice di guerre dotata di forze soprannaturali;
- nell’antica Roma i classici mezzi di comunicazione vennero ampliati, arrivando a una sorta di concezione primordiale di “mass media” e diffondendo le idee di celebrazione imperiale attraverso monete, poemi letterari, monumenti e sfruttando e iterando simboli rappresentativi come, ad esempio, la lupa capitolina. Augusto fu tra tutti l’imperatore che più investì in questo tipo di comunicazione arrivando a redarre la Res Gestae, un “testamento politico” nel quale promosse le grandi opere da lui svolte in vita e valorizzando i concetti di pace, ordine e vittoria.

Res Gestae
I romani influenzarono in tanti aspetti lo sviluppo delle civiltà successive e, tra le tante sfaccettature, anche la comunicazione di stato ne fu figlia.
Si passa ad esempio dal medioevo al rinascimento, nei quali molti dei principi comunicativi romani vennero impiegati e rimodellati dai diversi contesti storico-sociali.
Una pietra miliare per il concetto di propaganda si ebbe con lo Stato Vaticano, il quale nel 1622 fondò la Propaganda Fide, successivamente rinominata “Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli” per evitare ambiguità: fu un dicastero della Curia Romana responsabile della diffusione del verbo cattolico nelle zone meno esposte alla Chiesa, come Asia e Oceania. Per propagare la fede nelle zone di “missione” si costruivano nuove chiese e si nominavano i missionari, coloro che si occupavano di coordinare e promuovere l’attività cattolica nel mondo.
La forma moderna
Durante tutto il ‘700 e l’800 il termine “propaganda”, nato con la Chiesa meno di 100 anni prima, non assunse né un’accezione negativa né positiva: significava semplicemente “diffondere”.
Nonostante le numerose opere esaltanti, come nel caso di Napoleone con i suoi dipinti autocelebrativi o dei rivoluzionari francesi con la famosa opera “La libertà che guida il popolo” di Eugène Delacroix (1830), tutto ciò rientrava solamente in quel concetto: non c’era quella malizia che si ha nell’assoggettare un popolo e nel guidarlo come bestiame, di un ipnosi di massa dove il dominio del singolo perde valore nella totalità di una nazione.
Il principale scopo era mostrare ai rivali quanto il regno fosse imbattibile, di come il leader, la guida, indossasse ogni singola qualità e requisito necessario per trasportare il paese verso la gloria.
La moderna concezione di propaganda arrivò solamente nel ‘900 con la nascita dei primi reali mass media quali la radio, la fotografia, i giornali, i film e successivamente la televisione.
La Prima Guerra Mondiale fu il primo conflitto nel quale i potenti fecero uso di manifesti propagandistici di moderna concezione: l’unico scopo era quello di mutare il pensiero delle persone influenzando loro nel compiere scelte che in normali condizioni non verrebbero nemmeno contemplate.
In questo periodo i manifesti che presero piede furono tutti incentrati sugli stessi principi reiterati durante tutto il conflitto: prestiti di guerra, reclutamento delle donne per lavorare in fabbriche belliche e, soprattutto, richieste di arruolamento come soldato. Tutto puntava sullo smuovere sentimenti nelle persone attraverso immagini contenenti scene familiari e volti conosciuti.
Il primo artista propagandistico a capire questo trucco altamente funzionale fu Alfred Leete il quale, per le forze britanniche, nel 1914 creò il primo poster dalla formula “I want YOU” raffigurante il volto del segretario della guerra Lord Kitchener e la sua mano posta ad indicare verso chi legge, quasi come stesse chiamando direttamente il lettore alle armi: l’impatto visivo è forte ed è incredibilmente efficace, tant’è che tutti gli altri paesi europei dell’epoca copiarono il concept riproponendolo con le proprie figure nazionali, come il famoso zio Sam negli USA.

Manifesto “BRITONS” con Lord Kitchener
I nuovi media
Nel periodo 1910-1919, oltre all’utilizzo di manifesti e giornali, altri supporti vennero impiegati: la fotografia diventava sempre più popolare e accessibile e da essa, grande fonte di manipolazione, ne derivò fisiologicamente il video (tante fotografie poste l’una dopo l’altra osservate in rapido scorrimento).
Il primo film propagandistico nella storia nasce ancora prima della Prima guerra mondiale in Romania, nel 1912, e si chiama “Independența României” (l’indipendenza della Romania). In quell’anno il paese festeggiava il 35° anniversario della sua indipendenza (1877-78) e, approvato dal senatore Popescu, la pellicola venne distribuita per tutta Europa. Quest’opera pionieristica narrava gli eventi del ‘77 e il suo obbiettivo era “pompare” il morale nazionale rafforzando l’identità dell’intero popolo.
Altro esempio di film-propaganda è quello del 1916 realizzato dal governo Inglese: “The Battle of the Psalm” (La Battaglia delle Somme). La pellicola si ispira alla controparte rumena ma non si tratta di una copia, anzi, c’è una sostanziale differenza osservabile nella sua tipologia, ovvero l’essere un reale documentario di guerra propagandistico.
Se l’Indipendenza Rumena inscenava eventi passati, La Battaglia delle Somme riprendeva, letteralmente, situazioni reali di quello che stava accadendo al fronte Anglo-Tedesco nel 1916, mostrando le eroiche gesta dell’esercito britannico annientatore del popolo tedesco. Sappiamo bene come in realtà tutto questo fosse filtrato, in quanto gli eventi della Battaglia delle Somme sono ricordati come i più sanguinosi di tutto il conflitto con numerosissime perdite sia inglesi che francesi e, di fatto, con nessun vincitore netto.

Independența României
Le avanguardie
La guerra finisce e il mondo va avanti, c’è un boom economico mondiale e la vita torna ad essere quella di un tempo. La gente viene alienata da questi sentimenti di benessere comune ignara del fatto che gli anni ‘20 saranno la fucina dei più grandi totalitarismi del ‘900, con il lento ma graduale indottrinamento dei popoli.
Se nella propaganda degli anni ‘10 si puntava di più a raggiungere il cuore delle persone tramite figure familiari, situazioni appositamente “terroristiche” e con uno stile grafico strascicante Liberty, il design degli anni ‘20 aveva come principale obiettivo non più di smuovere sentimenti, ma di scuotere violentemente la mente delle persone, soprattutto tramite la grafica avanguardistica e, quindi, la vista.
Il caso più famoso è quello nostrano con il futurismo: nato già nel 1909 con il “Manifesto futurista” di Marinetti esso verrà sviluppato per tutto il decennio 1910-1919 e poi, con l’arrivo di Mussolini nel 1922, verrà impiegato ufficialmente dal regime come movimento artistico di stato.
Questa scelta porterà al futurismo molta fama diventando una tendenza tra i movimenti dell’epoca, con conseguente nascita di correnti ispirate provenienti dall’estero. È il caso del costruttivismo suprematista russo il quale si basa sull’essenzialità, sulle geometrie andando a riassumere gloriose scene della Russia bolscevica in qualche linea colorata e un triangolo (Colpisci i bianchi col cuneo rosso – El Lissitzky).

“Colpisci i bianchi col cuneo rosso” – El Lissitzky
Nacquero anche movimenti anti-propaganda, come nel caso del Dadaismo: sempre figlio del futurismo, riprese i suoi tratti avanguardisti essenziali riproponendosi come ripudiante degli orrori della Grande Guerra e degli anacronistici valori borghesi introducendo il concetto di “ready-made”, ovvero l’elevazione di oggetti comuni ad arte, suscitando sconcerto in chi si trova ad osservare un’opera appartenente a questa corrente: un esempio è il famoso orinatoio di Duchamp, “Fontana” del 1917.
L’obiettivo dei dadaisti è proprio mostrare il come l’arte non si tratti di pura manualità ma di una scelta intellettuale, di un concetto sviluppato nella mente e plasmato in un qualunque oggetto fisico.
Il futurismo italiano fu talmente influente da arrivare ad avere diverse sotto-correnti, come nel caso dell’aeropittura: sviluppatasi negli anni ‘30 sempre in Italia, coglieva il sentimento di libertà, velocità, potenza e brivido che il volo in quel periodo incarnava. Passando per il Macchi MC.72 (1931), l’idrocorsa più veloce del tempo vincitore di innumerevoli competizioni grazie alla sua velocità di 730km/h, fino alle trasvolate atlantiche di Italo Balbo del 1933 con l’S.55, si arrivò alla “fomentazione aeronautica” del regime, fondata sullo spingere mediaticamente l’aeroplano verso le masse così da mostrare quanto l’Italia fosse potente nel volo rispetto alle altre grandi potenze mondiali.
L’aeropittura riuscì a rappresentare tutti questi potenti sentimenti attraverso il violento minimalismo di cui il futurismo era capace, diventando una cornice attorno al grande quadro propagandistico che l’aviazione rappresentava per l’Italia e per l’Europa nel secondo periodo pre-bellico.

“Incuneandosi nell’abitacolo” di Tullio Cralli – aeropittura
Negli altri paesi europei, tranne per qualche eccezione, lo stile artistico statale non seguì sempre le orme delle avanguardie, optando invece per una dualità di stili come nel caso della Germania nazista: Hitler talmente non sopportava l’arte moderna tanto da tenere nel ‘37 una mostra ridicolizzante, dove la corrente veniva presa in giro mostrando opere finte appositamente esagerate, proprio con l’obbiettivo di deridere questa tipologia d’arte da lui definita “degenerata”.
Il Fuhrer preferiva l’arte romantica settecentesca e si fece raffigurare più volte nella veste di cavaliere a cavallo come per imitare Napoleone, un guerriero senza paura vestito di una lucente armatura.
La dualità di cui parlavamo in precedenza trova spazio proprio qui: se Hitler odiava l’arte moderna preferendo l’arte classica, comunque non si tirò indietro nel promuovere uno stile più attuale nei classici poster propagandistici: sapeva benissimo che l’avanguardia fosse estremamente più efficace.
Il concetto era convincere il popolo tramite la violenta grafica del momento ma allo stesso tempo elevare la propria figura romanticizzandola.

“The Standard Bearer”

Manifesto elettorale nazista
Il Futuro
Durante la Seconda Guerra Mondiale i manifesti propagandistici riprendono in parte le orme di quelli della Prima guerra mondiale riproponendo gli stessi principi ma con uno stile grafico diverso, come nel caso italiano. Fu proprio con l’Italia che l’indottrinamento fascista si diffuse non solo tramite poster ma usando la strategia del “dove c’è spazio mi infilo”, arrivando a illustrare le copertine delle pagelle elementari con grandi fasci razionalisti, al costruire un intero quartiere dallo stile imponente e ascensionale, fino al cinema alla fotografia e alla radio: la propaganda era ovunque, pronta a fare brainwashing a chiunque riuscisse.
Questa fu la linea degli anni 1930-40 fino poi ad arrivare alla fine della guerra dove la propaganda mondiale farà tesoro delle informazioni imparate durante i 50 anni precedenti, mantenendo i valori manipolatori ma mutando gli stili in base al contesto storico.








0 commenti