Sentiamo sempre parlare di destino: vi è gente che non crede in una via predestinata e gente che invece si fa trasportare dall’inarrestabile flusso del fato.
La prima categoria di persone crede nella libertà di scelta di ogni essere umano, considerandosi padroni della propria vita fino in fondo. La seconda categoria, invece, si affida alle credenze che partirono dai greci.
Nell’Antica Grecia il fato era considerato un’entità superiore al quale nessuno poteva porre resistenza. Nella religione greca antica vi era proprio una dea del destino: Ananke, dea le cui decisioni erano inalterabili.
Ananke, al di fuori dei culti, non era spesso venerata, e vari importanti filosofi come Empedocle e Platone, nonché scrittori come Omero ed Esiodo, affibiarono alla dea diverse origini.
A partire da questi autori, il nome Ananke compare in diverse poesie e scritti, assumendo proprio il significato di “fato” o “destino” e, per estensione, quello che oggigiorno diamo a queste parole: costrizione o punizione dovuta a un ente superiore.
Gli antichi greci, dunque, restavano fedeli ed obbedienti a questa forza imperturbabile che era il destino, e ciò si riflesse anche nelle tragedie greche che nacquero da lì: quasi sempre, l’eroe della tragedia agisce sotto pressione del destino, come fosse una costrizione.
Un esempio di ciò è la storia di Agamennone in cui il protagonista è disposto a sacrificare la figlia Ifigenia in quanto azione necessaria per la guerra, costretto dalle “necessità”.
Tuttavia, vi era l’opzione del destino come semplice conseguenza di un’azione passata che l’abbia scatenato. Infatti, l’eroe è sempre stato responsabile delle proprie azioni pur affrontando il destino. Un esempio lo si trova nella tragedia “Edipo Re” di Sofocle, nella quale ogni azione di Edipo lo porterà dritto a seguire il destino pur volendo sfuggirgli.
Nel corso dei secoli, il conflitto e i dubbi sul destino hanno continuato a intensificarsi.
William Shakespeare stesso, nei suoi versi, inserisce spesso la forza del destino sui suoi personaggi che, una volta colpiti dalla forza del destino, come ascendono, discendono.
In “Enrico VIII” scrive: “Ho toccato il punto più alto della mia grandezza, e dall’apogeo della mia gloria mi affretto a tramontare” consapevole dell’inizio della caduta voluta dal suo destino incontestabile.
Shakespeare tramite questi versi invita a riflettere sulla vita che è fatta di cicli e, se il destino lo vuole, terminano con la caduta e l’ombra, specie secondo lui se si arriva al fatidico “Apogeo”, punto di massima espansione umana che si rivela essere fragile e transitorio.
Nel romanzo moderno, l’idea di libertà non è più così chiara come lo era una volta. I personaggi delle storie non sono più controllati da un destino già deciso, ma allo stesso tempo non hanno il completo controllo sulle proprie scelte. Sono influenzati da molte cose, come la società, la famiglia, l’economia e anche i loro stessi pensieri e sentimenti.
Le loro decisioni sembrano libere solo a prima vista, ma in realtà sono influenzate da paure, desideri inconsci e limiti che hanno interiorizzato. Questo significa che il conflitto non è più tra l’uomo e il destino, ma tra l’individuo e se stesso. La libertà non è più assoluta, ma dipende dalle circostanze.
I protagonisti dei romanzi moderni pensano di poter cambiare la propria vita, ma spesso scoprono di essere intrappolati in schemi che non possono controllare. È un tipo di determinismo più sottile, meno evidente di quello antico, ma proprio per questo più inquietante. Non c’è un fato da sfidare apertamente, ma una serie di forze invisibili che influenzano ogni scelta.
Nella narrativa contemporanea, le cose si complicano ulteriormente. Il destino, come lo si intendeva una volta, sembra scomparire, lasciando spazio a una realtà dominata dall’incertezza. Gli eventi non seguono più una logica necessaria, ma appaiono spesso casuali, frammentari e imprevedibili. Le storie si costruiscono attorno a coincidenze, deviazioni improvvise e possibilità non realizzate.
In questo contesto, la libertà ha due facce. Da un lato, l’assenza di un destino prestabilito potrebbe sembrare una conquista: nulla è scritto, tutto è possibile. Dall’altro, però, questa apertura genera disorientamento. Senza un ordine superiore che dia senso agli eventi, i personaggi si trovano a navigare in un mondo instabile, dove ogni scelta è carica di responsabilità ma anche esposta all’imprevedibilità del caso.
Il risultato è una tensione continua tra controllo e perdita di controllo. L’individuo contemporaneo deve decidere, costruire il proprio percorso, ma allo stesso tempo deve fare i conti con l’idea che non tutto dipende da lui. Il caso interviene, altera e scompiglia. E così, la domanda iniziale, se siamo davvero liberi nelle storie che raccontiamo, non trova una risposta definitiva, ma si trasforma in un dubbio persistente: forse la nostra libertà esiste, ma è fragile, incompleta e costantemente negoziata con ciò che non possiamo prevedere.
Sanja Mandolini e Aurora Pia Scuderi








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